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Dialogare

carmelafornicolaIl nostro spazio dedicato al dialogo questa volta ospita l’intervista a Carmela Formicola, capo cronista della Gazzetta del Mezzogiorno a Bari. La giornalista è autrice di varie pubblicazioni, ricordiamo il libro inchiesta “L’eclissi. Petruzzelli, rogo di Bari”, il racconto breve sui minorenni di mafia di Barivecchia, il suo primo romanzo “Quando suonavo il jazz” ed ora “Suite per archi e voto di scambio”. Il suo sguardo, o meglio, il suo orecchio si rivolge al mondo che la circonda, ne coglie i movimenti, le voci, i volti e li trasferisce sulla carta. La sua è una narrazione sempre fresca, vivace, solare. E’ una donna che ama la vita e che alla vita rivolge il suo sorriso. In occasione dell’uscita del suo ultimo libro le abbiamo voluto rivolgere alcune domande alle quali ci ha risposto con grande simpatia e disponibilità.

 

Tu scrivi per raccontare la realtà. Quanti e quali occhiali indossi per descriverla in modo sempre diverso?

 

Descrivere ciò che ci circonda, in fondo, è molto facile: basta mettersi in ascolto e raccontare. Talvolta non servono "occhiali" o angolazioni diverse dalle quali osservare, piuttosto chiudere gli occhi per sentire il rumore autentico del mondo. Sentire le voci e trascriverle.

 

Finzione e realtà. Un gioco divertente in cui solo lo scrittore ne conosce i confini. Quanta fantasia e quanta realtà  c'è nei tuoi romanzi?

 

La fantasia completa la realtà ma la realtà rimane l'ispirazione fondamentale. Credo davvero che spesso la realtà supera la fantasia. Ci sono situazioni e persone che nella loro complessità, nella loro allegria o nella loro tristezza, oppure nella loro follia, siano destinate a diventare naturalmente pagine di libri.

 

La cronaca è sicuramente la tua vita. La consideri una piattaforma da cui far decollare le tue storie oppure una materia composita che fotografa soltanto la società, che quindi deve essere raccontata?

 

Il mio mestiere è la mia fonte di ispirazione quotidiana. La cronaca credo sia una delle materie più nobili del giornalismo, è il contatto quotidiano, sincero, profondo con la vita delle persone, per questo credo che il cronista abbia una grandissima responsabilità quando scrive e debba sempre rifarsi, per dirla con Kant, alla legge morale che è dentro di noi.

 

A chi dai voce nei tuoi libri?

 

Alla gente comune, agli eroi solitari, incompresi e un po' sfigati.

 

Un gratta e vinci è stata la simpatica iniziativa che ha accompagnato lo scorso romanzo "Quando suonavo il jazz" per vincere una copia del libro. Cosa faresti per incentivare la lettura e avvicinare la gente alla letteratura?

 

DIALOGARE suite-per-archi-e-voto-di-scambio-Spegnerei le televisioni! E' una provocazione ma penso che la "grande sorella" ci abbia un po' sedati tutti. Se fossi un'amministrazione pubblica inoltre, proverei l'esperimento delle librerie di quartiere: luoghi carini, accoglienti dove chiunque può andare a leggere gratuitamente per qualche ora.

 

Cosa rappresenta per te la scrittura?

 

La forma primordiale di comunicazione. Ancora adesso trovo più efficace quello che scrivo rispetto a quello che dico.

 

In quest'ultimo libro ti diverti a prendere in giro la politica, quella che si batte per la conquista del potere con ogni mezzo. Costruisci caricature sui personaggi che ne popolano le pagine e ci regali uno spaccato dell'Italia con grande ironia e simpatia. Come mai questa "digressione" rispetto ai libri precedenti?

 

E' un modo simpatico e indolore per esprimere la nausea che certa politica mi dà. Ho preferito prendere in giro i politici, riderne piuttosto che dare voce alla rabbia che cova nella gran parte della Nazione. Con questo libro volevo firmare un atto di accusa, ma continuando a sorridere.

 

Cosa ti diverte di più oggi?

 

Lo dico con una canzone di Lucio Dalla: "Però la vita com'è bella e com'è bello poterla cantare!"

 

Eva Bonitatibus

 

 

 

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antonellaCilento

Una simpatia tutta napoletana. Le caratteristiche della città tra le più ricche di storia del Sud Italia sono tutte dentro Antonella Cilento, la nuova ospite di Gocce d’autore. Solarità, sonorità e creatività sono le peculiarità della scrittrice italiana dalla copiosa produzione letteraria, che interpreta la sua terra natale in appassionate pagine di letteratura. Un amore per l’età barocca, i libri e la scrittura l’hanno portata a raccontare la bellezza dell’arte, della storia e della vita nelle sue opere e a fondare una delle scuole di scrittura creativa tra le più longeve d’Italia, La linea scritta. Un dialogo con lei che ci ha aperto le porte alla sua estrema disponibilità e alla sua grande simpatia. Ecco cosa le abbiamo chiesto.  

 

La letteratura ti dà la possibilità di intraprendere viaggi nel tempo e nello spazio. Come riesci ogni volta a ricreare le atmosfere di mondi così lontani?

 

Amo ricostruire luoghi, spazi e persone, è un modo di restare in contatto con l’immensità di esperienze che ci ha preceduto e che ci seguirà e le molte vite che, anche solo tangenzialmente, ci toccano.  E’ un lavoro di precisione, da un lato, perché è indispensabile fare ricerca, mettere ordine, creare collegamenti e costruire ponti fra fonti scritte e visive; ma è anche un lavoro impreciso, poiché chiede di fare salti e immaginare e rischiare dove le fonti mancano e bisogna in fondo dare vita a ciò che non sarà mai più vivo. Essere altrove molto spesso significa essere qui, presenti a ciò che immaginiamo, a ciò che potremmo anche essere e ancora non siamo, o non saremo mai. Un grande viaggio, è vero, dove la meta estetica è raggiunta ma quel che conta, in fondo, come in ogni vero viaggio, come nella vita, è la strada che percorri e gli incontri che fai, reali e immaginari.

 

Quali argomenti ami raccontare attraverso i tuoi libri?

 

Non so se si possono isolare degli argomenti, certo ci sono delle ossessioni: per alcuni secoli, ad esempio per il Seicento, in cui ho ambientato numerose mie storie; per le vite incompiute o sconosciute, o misconosciute, di artisti considerati minori ma in realtà grandi: un’attenzione che ha a che fare con l’osservazione della mia stessa vita, delle vite di chi sceglie di esprimersi con l’arte e si scontra con il mancato riconoscimento, con la fatica di sopravvivere, con il tanto e con il poco che restare in contatto con la creatività produce; l’ossessione per il femminile e per i corpi, per la brevità e a volte l’incompiutezza della vita. Ovviamente, c’è poi la mia città, madre e ambiente delle storie che racconto, i suoi luoghi, la sua stratificazione, il modo in cui ci partorisce e spesso ci digerisce... Una madre pericolosissima.

 

piacereInfinitoDa esperta di scrittura creativa, è vero che prima di essere grandi scrittori occorra essere grandi lettori? Cosa bisogna leggere e quando cominciare per appassionarsi alla lettura?

 

Leggere è indispensabile per scrivere. Non c’è altra ragione alla scrittura se non l’essersi innamorati misteriosamente da bambini dei libri. E’ una delle più grandi trasgressioni che la vita ci concede quella di entrare nelle vite degli altri e nelle storie degli altri attraverso le pagine: se oggi si legge poco è perché le persone, giovani e meno giovani, stanno perdendo il gusto alla trasgressione e parlare di letteratura come di un compito scolastico di certo non aiuta. I libri sono la più pericolosa delle droghe, un argomento da proporre ai più giovani, che ormai, sono assorbiti da droghe più rapide e annichilenti. I libri ti lasciano con addosso una lucidità – e a volte una disperazione – sulla tua vita e su quel che accade intorno a te che nessun acido ti potrà mai fornire: vedere oltre, vedere dentro, vedere altrove. Dunque, occorre cominciare dai libri che abbiamo a portata di mano e chiedersi sempre se c’è qualcosa d’altro, qualcosa di più, qualcosa di meglio. Ci bastano le risposte dei nostri amici, parenti e vicini, ci basta quel che ci dice la tv o la rete? Leggere è fame insaziabile, sete insanabile. Più presto ci si comincia a “fare” di libri meglio è... Saremo persone, cittadini e individui meglio armati, più consapevoli, più felici o infelici. In ogni caso: di più.

 

Il mondo della letteratura non esclude quello dell'arte dal quale trarre interessanti spunti per la narrazione. Nei tuoi libri c'è tanta arte, rappresenta una fonte di ispirazione?

 

Pittura e scultura, ma soprattutto la pittura e il disegno, dalla grande arte figurativa al fumetto, sono sempre stati un motore della mia immaginazione: le immagini che produciamo scrivendo sono generate da altre immagini, siano esse scritte o prodotte dal pennello. Ho amato appassionatamente ogni arte figurativa, ho sempre disegnato e disegno ancora e ho in famiglia una pittrice e scenografa, mia sorella Iole Cilento. Nostro padre ci ha contagiato: la grande passione per le cose dell’arte ci viene da lui. Dunque, in Lisario o il piacere infinito delle donne, come in Una lunga notte o in Neronapoletano, ma anche in Isole senza mare e nei racconti o nei libri dedicati a Napoli ci sono sempre pittori, quadri, segni che travasano da un’arte all’altra.

 

Con quale genere letterario ancora non ti sei cimentata e qual è il tuo genere di riferimento?

 

Non amo molto i generi, non credo li praticherei se non ibridandoli: quando mi hanno chiesto un giallo o prodotto quasi sempre altro. Mi interessa il romanzo nella sua interezza, al di là dei generi che si mescolano, mi interessa la lingua del romanzo, la sua struttura, la sua storia che è da sempre onnivora, sin dalle sue origini, sin da Cervantes. Sono stata e sono anche lettrice diversificata, dalla fantascienza al fantasy, dal noir al memoir. Ma i libri che amo e che cerco di scrivere sono sempre al di là dei generi, inclusa l’equivoca definizione di romanzo storico, che in fondo indica solo una cronologia. Anche se scrivo una storia ambientata ieri sto scrivendo un romanzo storico, la tensione a ricostruire con esattezza il tempo, per paradosso, sarà la stessa...

 

Con il tuo ultimo romanzo hai esplorato la realtà dello Strega. Cosa hai portato a casa di questa esperienza?

 

Una bella stanchezza e un certo divertimento: lo Strega aiuta molto i libri che partecipano, li aiuta a incontrare più lettori, a diffondersi meglio, aiuta la casa editrice a moltiplicare il suo lavoro. E porta con sè anche preziosi incontri personali che poi durano nel tempo. Certo, porta una visibilità mediatica e regole del gioco che non coincidono esattamente con il lavoro vero della scrittura, ma è uno dei rischi da correre...

 

Qual è il valore della letteratura cui ti ispiri quotidianamente?

 

Il valore è nel bisogno. Nulla è più inutile della letteratura, o delle arti in genere, se le si considera sotto il profilo del profitto o dell’apparenza, ma nulla è altrettanto indispensabile se le si considera come il segno profondo e spirituale che ci aiuta a restare vivi e ad affrontare la notte che si avvicina. La vera felicità è quando qualcuno ti dice: ti ho letta mentre ero in convalescenza, mi hai divertito mentre ero in ospedale.  Conosco questa felicità poichè i libri che amo mi tornano in soccorso nei momenti bui e risentire certe parole, chiedere aiuto a Stevenson, a Cechov, a Bulgakov mi fa sentire meno sola, mi restituisce il valore dello stare al mondo. Vivere per raccontarla (la vita) come diceva Gabo Marquez.

 

Chi è Antonella Cilento?

 

E chi lo sa?

 

Eva Bonitatibus

 

 

 

 

 

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lupoGiuseppe Lupo è lo scrittore dalla prosa immaginifica. Leggere i suoi libri significa immergersi in una dimensione onirica che entra ed esce dalla realtà. Pare si diverta molto ad inventare storie "fantastiche" e a giocare con la sua fantasia. I suoi romanzi sono popolati di tantissimi personaggi, tutti con nomi astrusi ma dal profondo significato, e i suoi racconti sono ambientati in luoghi che solo la fantasia o un remotissimo passato può disegnare. Una scrittura visionaria che ha il potere di aprire mondi nuovi ai lettori e di catalizzare il loro sguardo sulle parole che descrivono il reale e l'irreale, ciò che c'è e ciò che non c'è, ciò che si vede con gli occhi e ciò che si vede con l'immaginazione. Una scrittura lieve quella di Giuseppe Lupo, che apre varchi alla ragione facendole compiere viaggi mirabolanti. Alla sua leggerezza narrativa (le sue parole hanno la consistenza delle nuvole) corrisponde una personalità sensibile che emerge tutta dal sorriso e dallo sguardo pulito che ha del mondo. Incuriositi dalle sue storie, gli abbiamo rivolto alcune domande .

La letteratura è uno spazio di libertà totale. Per te cosa rappresenta?

È un territorio in cui abitare o da riempire attraverso l'immaginazione. In fondo scrivere un romanzo è un po' come inventare il mondo.

Scrivere è anche un esercizio mimetico per parlare in tante voci. A chi dai voce nei tuoi romanzi?

Fino a pochi anni fa mi nascondevo dietro i personaggi, nel senso che avevo paura di costruire i personaggi che mi assomigliassero. Adesso invece ho capito quanto sia importante uscire di più allo scoperto. In generale penso che i miei personaggi siano tutti sognatori, dunque cerco di dare voce a chi crede nell'utopia della Storia.

Riconoscimento e restituzione: due funzioni importanti della letteratura.C'è un momento in cui riconosci la tua voce nei tuoi racconti e in che modo ti restituiscono la tua identità?

Io penso che ogni scrittore dovrebbe avere una sua identità, come il timbro di voce per un attore o per un cantante: anche se non li vedi, riconosci subito di chi si tratta. Chi scrive dovrebbe preoccuparsi di domandarsi: in che maniera io sono riconoscibile? Non solo ciò che scrivi, ma anche in che modo lo fai, con quale timbro, con quale stile, con quale lingua: tutto questo conferisce identità a chi scrive.

I tuoi romanzi sono ricchi di fantasia e caratterizzati da proiezioni visionarie. Dove trovi le storie che racconti e soprattutto dove cerchi l'ispirazione?

Non sono io che cerco le storie, sono le storie che mi vengono a cercare, io sto solo attente a non farmele sfuggire o a non perderle. Di solito i miei libri nascono da qualcosa di indefinito, che mi capita di ascoltare o di vedere, magari anche in maniera del tutto casuale e anche nei luoghi più quotidiani, come un supermercato o una carrozza di un treno. E poi è il vento che trasporta le  storie.

atlanteUna conferma al nostro discorso viene fornito dal tuo "Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma", Marsilio editori, uscito da poche settimane, in cui tracci percorsi immaginari che abbattono i confini tra realtà e irrealtà. Cosa racconti in questo libro?

Non è un libro di narrativa, non è di saggistica, non è autobiografico, ma è tutto queste cose mescolate insieme. Un atlante è, nella comune delle interpretazioni, la scrittura del mondo così com'è. Un atlante immaginario potrebbe essere il disegno di un mondo non disegnato. Si tratta di cinquanta brevi capitoli, pieni di invenzioni, ipotesi, progetti, sogni, utopie. Ci sono riferimenti ai libri che ho già scritto e a quelli che vorrei scrivere. Se uno volesse sapere cosa gira nella mia testa non ha che da leggerlo.

Sulle tracce di quali grandi scrittori componi itinerari ideali?

Mi hanno sempre attratto i raccontatori di storie, gli affabulatori, perché penso che la letteratura sia soprattutto la capacità di narrare. Amo le grandi epopee, soprattutto quelle irrobustite di situazioni fantastiche (che però non vuol dire il fantasy). Il mondo è pieno di simili maestri: Omero, Boccaccio, Ariosto, Cervantes, Tolstoj.

Disegni sogni per i tuoi lettori. Ma quali sono i tuoi sogni?

Mi piacerebbe che la Storia non ci deludesse più.

Intervista di Eva Bonitatibus

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 romana petri-largeRomana Petri, una scrittrice dall’animo e dalla penna sensibile, è stata ospite del salotto di Gocce d’autore lo scorso 5 settembre a Potenza. Un incontro piacevole in cui l’autrice di Giorni di spasimato amore, edito da Longanesi, si è lasciata andare ad un appassionato racconto su cosa significhi amare e su come la sofferenza sia un passaggio obbligato per gli uomini che amano. Romana Petri vive tra Roma e Lisbona e oltre a scrivere romanzi, fa anche la traduttrice e proviene da un’esperienza da editrice.

Vincitrice di numerosi e prestigiosi premi letterari, ci ha svelato quanto sia stato importante per lei vivere in una famiglia ricca di stimoli culturali, da qui l’interesse per i libri, e del suo amore incondizionato per il papà che faceva il cantante lirico. La passione per la psichiatria e una innata curiosità, portano la scrittrice a mantenere inalterato il suo sguardo vivace sul mondo. Le abbiamo chiesto del suo ultimo romanzo che parla di sentimento, che sulla scia del precedente, Figli dello stesso padre, prosegue l’opera di esplorazione profonda del mondo psicologico maschile. Perché?

La scrittura ha poco sesso, ha risposto Romana Petri. Scrutare il mondo che ci sta intorno è cosa naturale, e intorno a noi ci sono gli uomini e le donne. A tratti può capitare di essere fascinati dagli uni a tratti dalle altre. Il mondo maschile non mi è estraneo, devo dire che gli uomini mi sono simpatici. Forse sarà perché molto simpatico mi era mio padre, il primo individuo di sesso maschile della mia vita. E poi sono le storie che nascono spontanee, a volte hanno volti femminili, altre maschili. E alle storie si deve per forza dar retta, perché poi, in fondo, sono sempre loro a scegliere di essere raccontate.”

Chi sono i protagonisti di Giorni di spasimato amore?

“Credo che a parte l’amore tra Antonio e Lucia, i veri protagonisti siano il mare e il tempo. In questo caso addirittura sovrapposti, come fossero la stessa cosa: il mare col movimento ritmico delle onde, quasi un conteggio, uno scandire con i suoi passi lo scorrere del tempo. E dentro al mare e al tempo c’è un protagonista un po’ più nascosto: l’attesa. Per tutto il romanzo non si fa che attendere l’arrivo di qualcuno, un Godot che, dopo essersi fatto aspettare tanto a lungo, alla fine arriva davvero, come un premio alla resistenza, alla perseveranza. In fondo, Antonio vince perché così ha voluto con tutte le forze. E tutte lo forze possono essere invincibili.”

La storia comincia il 4 marzo 1943 e finisce a marzo del 1971. Uno spaccato dell’Italia che si trasforma e si evolve, che assiste a profondi mutamenti sociali, economici e politici. Quale paese si racconta attraverso queste pagine?

“Di certo l’Italia, ma potrebbe essere anche un altro paese. In fondo, guerre, disillusioni, paure, bisogno di continuare a credere, sono il pane dell’umanità. Non faccio che scrivere libri sull’importanza del resistere a tutti i costi. È una necessità che anche oggi, credo, abbiamo un po’ tutti.”

Dove ha incontrato Antonio e Lucia? Quanta fantasia c’è nel suo romanzo e quanta verità?

“A volte è necessario usare solo la fantasia per raccontare dolori profondi. Per quelli più lievi l’autobiografia duole meno. Volevo raccontare della potenza della maternità, e alla fine, invece, ho scritto una storia d’amore estrema che coinvolge quattro persone. Ma la passione profonda comincia dalla madre di Antonio. E le passioni, si sa, sono contagiosissime.”

Cosa rappresenta per Lei la letteratura e cosa dovrebbe rappresentare oggi la letteratura per il pubblico dei lettori?

“La letteratura è stata il mio punto di appoggio, sempre. Ho cominciato e leggere molto presto e non sono mai riuscita a farne a meno. Oggi è un po’ più difficile far passare questo messaggio. I lettori muoiono e non vengono rimpiazzati in ugual misura. E allora il numero torna a restringersi. Forse non è nemmeno un male, il sogno della cultura di massa è stato solo mercato. E mercato e Letteratura non sono mai andati molto d’accordo. Hesse diceva che dopo le 10.000 copie vendute bisogna cominciare a dubitare di ciò che abbiamo scritto. Forse esagerava, ma il concetto mi sembra giusto.”

Chi sono i suoi maestri?

“I miei maestri sono infiniti, da Omero ad Ariosto, da Cervantes a tutto il Secolo dell’Oro spagnolo, dalla Chanson de Geste alla Letteratura Cortese, Montaigne, Moliere, Pascal... E poi l’Ottocento francese, pieno di grandi maestri. Nel Novecento i nomi sono tanti: Joyce, Musil, Proust, Eliot. E più avanti, in Italia, Elsa Morante, Gadda, Manganelli, Tabucchi. E poi i sudamericani, Marquez, Guimarães Rosa, Carpentier, Sabato. E il premio Nobel portoghese Saramago… ma ce ne sarebbero molti altri, la lista sarebbe lunghissima. Come tenere fuori Gombrowicz?”

Quali sono i suoi sogni?

“Ho sogni semplici. Cerco di coltivare soprattutto il ridimensionamento. La nostra vita è importante solo per noi e per le persone che ci amano. I sognatori mi hanno sempre fatto un po’ paura. In genere sono dei megalomani che sognano cose straordinarie solo per loro stessi. Al sogno, pur necessario per vivere, preferisco un solido ideale. Insomma, la solita capacità di resistere alle traversie.”

Intervista di Eva Bonitatibus

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