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Dialogare

lupoGiuseppe Lupo è lo scrittore dalla prosa immaginifica. Leggere i suoi libri significa immergersi in una dimensione onirica che entra ed esce dalla realtà. Pare si diverta molto ad inventare storie "fantastiche" e a giocare con la sua fantasia. I suoi romanzi sono popolati di tantissimi personaggi, tutti con nomi astrusi ma dal profondo significato, e i suoi racconti sono ambientati in luoghi che solo la fantasia o un remotissimo passato può disegnare. Una scrittura visionaria che ha il potere di aprire mondi nuovi ai lettori e di catalizzare il loro sguardo sulle parole che descrivono il reale e l'irreale, ciò che c'è e ciò che non c'è, ciò che si vede con gli occhi e ciò che si vede con l'immaginazione. Una scrittura lieve quella di Giuseppe Lupo, che apre varchi alla ragione facendole compiere viaggi mirabolanti. Alla sua leggerezza narrativa (le sue parole hanno la consistenza delle nuvole) corrisponde una personalità sensibile che emerge tutta dal sorriso e dallo sguardo pulito che ha del mondo. Incuriositi dalle sue storie, gli abbiamo rivolto alcune domande .

La letteratura è uno spazio di libertà totale. Per te cosa rappresenta?

È un territorio in cui abitare o da riempire attraverso l'immaginazione. In fondo scrivere un romanzo è un po' come inventare il mondo.

Scrivere è anche un esercizio mimetico per parlare in tante voci. A chi dai voce nei tuoi romanzi?

Fino a pochi anni fa mi nascondevo dietro i personaggi, nel senso che avevo paura di costruire i personaggi che mi assomigliassero. Adesso invece ho capito quanto sia importante uscire di più allo scoperto. In generale penso che i miei personaggi siano tutti sognatori, dunque cerco di dare voce a chi crede nell'utopia della Storia.

Riconoscimento e restituzione: due funzioni importanti della letteratura.C'è un momento in cui riconosci la tua voce nei tuoi racconti e in che modo ti restituiscono la tua identità?

Io penso che ogni scrittore dovrebbe avere una sua identità, come il timbro di voce per un attore o per un cantante: anche se non li vedi, riconosci subito di chi si tratta. Chi scrive dovrebbe preoccuparsi di domandarsi: in che maniera io sono riconoscibile? Non solo ciò che scrivi, ma anche in che modo lo fai, con quale timbro, con quale stile, con quale lingua: tutto questo conferisce identità a chi scrive.

I tuoi romanzi sono ricchi di fantasia e caratterizzati da proiezioni visionarie. Dove trovi le storie che racconti e soprattutto dove cerchi l'ispirazione?

Non sono io che cerco le storie, sono le storie che mi vengono a cercare, io sto solo attente a non farmele sfuggire o a non perderle. Di solito i miei libri nascono da qualcosa di indefinito, che mi capita di ascoltare o di vedere, magari anche in maniera del tutto casuale e anche nei luoghi più quotidiani, come un supermercato o una carrozza di un treno. E poi è il vento che trasporta le  storie.

atlanteUna conferma al nostro discorso viene fornito dal tuo "Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma", Marsilio editori, uscito da poche settimane, in cui tracci percorsi immaginari che abbattono i confini tra realtà e irrealtà. Cosa racconti in questo libro?

Non è un libro di narrativa, non è di saggistica, non è autobiografico, ma è tutto queste cose mescolate insieme. Un atlante è, nella comune delle interpretazioni, la scrittura del mondo così com'è. Un atlante immaginario potrebbe essere il disegno di un mondo non disegnato. Si tratta di cinquanta brevi capitoli, pieni di invenzioni, ipotesi, progetti, sogni, utopie. Ci sono riferimenti ai libri che ho già scritto e a quelli che vorrei scrivere. Se uno volesse sapere cosa gira nella mia testa non ha che da leggerlo.

Sulle tracce di quali grandi scrittori componi itinerari ideali?

Mi hanno sempre attratto i raccontatori di storie, gli affabulatori, perché penso che la letteratura sia soprattutto la capacità di narrare. Amo le grandi epopee, soprattutto quelle irrobustite di situazioni fantastiche (che però non vuol dire il fantasy). Il mondo è pieno di simili maestri: Omero, Boccaccio, Ariosto, Cervantes, Tolstoj.

Disegni sogni per i tuoi lettori. Ma quali sono i tuoi sogni?

Mi piacerebbe che la Storia non ci deludesse più.

Intervista di Eva Bonitatibus

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 romana petri-largeRomana Petri, una scrittrice dall’animo e dalla penna sensibile, è stata ospite del salotto di Gocce d’autore lo scorso 5 settembre a Potenza. Un incontro piacevole in cui l’autrice di Giorni di spasimato amore, edito da Longanesi, si è lasciata andare ad un appassionato racconto su cosa significhi amare e su come la sofferenza sia un passaggio obbligato per gli uomini che amano. Romana Petri vive tra Roma e Lisbona e oltre a scrivere romanzi, fa anche la traduttrice e proviene da un’esperienza da editrice.

Vincitrice di numerosi e prestigiosi premi letterari, ci ha svelato quanto sia stato importante per lei vivere in una famiglia ricca di stimoli culturali, da qui l’interesse per i libri, e del suo amore incondizionato per il papà che faceva il cantante lirico. La passione per la psichiatria e una innata curiosità, portano la scrittrice a mantenere inalterato il suo sguardo vivace sul mondo. Le abbiamo chiesto del suo ultimo romanzo che parla di sentimento, che sulla scia del precedente, Figli dello stesso padre, prosegue l’opera di esplorazione profonda del mondo psicologico maschile. Perché?

La scrittura ha poco sesso, ha risposto Romana Petri. Scrutare il mondo che ci sta intorno è cosa naturale, e intorno a noi ci sono gli uomini e le donne. A tratti può capitare di essere fascinati dagli uni a tratti dalle altre. Il mondo maschile non mi è estraneo, devo dire che gli uomini mi sono simpatici. Forse sarà perché molto simpatico mi era mio padre, il primo individuo di sesso maschile della mia vita. E poi sono le storie che nascono spontanee, a volte hanno volti femminili, altre maschili. E alle storie si deve per forza dar retta, perché poi, in fondo, sono sempre loro a scegliere di essere raccontate.”

Chi sono i protagonisti di Giorni di spasimato amore?

“Credo che a parte l’amore tra Antonio e Lucia, i veri protagonisti siano il mare e il tempo. In questo caso addirittura sovrapposti, come fossero la stessa cosa: il mare col movimento ritmico delle onde, quasi un conteggio, uno scandire con i suoi passi lo scorrere del tempo. E dentro al mare e al tempo c’è un protagonista un po’ più nascosto: l’attesa. Per tutto il romanzo non si fa che attendere l’arrivo di qualcuno, un Godot che, dopo essersi fatto aspettare tanto a lungo, alla fine arriva davvero, come un premio alla resistenza, alla perseveranza. In fondo, Antonio vince perché così ha voluto con tutte le forze. E tutte lo forze possono essere invincibili.”

La storia comincia il 4 marzo 1943 e finisce a marzo del 1971. Uno spaccato dell’Italia che si trasforma e si evolve, che assiste a profondi mutamenti sociali, economici e politici. Quale paese si racconta attraverso queste pagine?

“Di certo l’Italia, ma potrebbe essere anche un altro paese. In fondo, guerre, disillusioni, paure, bisogno di continuare a credere, sono il pane dell’umanità. Non faccio che scrivere libri sull’importanza del resistere a tutti i costi. È una necessità che anche oggi, credo, abbiamo un po’ tutti.”

Dove ha incontrato Antonio e Lucia? Quanta fantasia c’è nel suo romanzo e quanta verità?

“A volte è necessario usare solo la fantasia per raccontare dolori profondi. Per quelli più lievi l’autobiografia duole meno. Volevo raccontare della potenza della maternità, e alla fine, invece, ho scritto una storia d’amore estrema che coinvolge quattro persone. Ma la passione profonda comincia dalla madre di Antonio. E le passioni, si sa, sono contagiosissime.”

Cosa rappresenta per Lei la letteratura e cosa dovrebbe rappresentare oggi la letteratura per il pubblico dei lettori?

“La letteratura è stata il mio punto di appoggio, sempre. Ho cominciato e leggere molto presto e non sono mai riuscita a farne a meno. Oggi è un po’ più difficile far passare questo messaggio. I lettori muoiono e non vengono rimpiazzati in ugual misura. E allora il numero torna a restringersi. Forse non è nemmeno un male, il sogno della cultura di massa è stato solo mercato. E mercato e Letteratura non sono mai andati molto d’accordo. Hesse diceva che dopo le 10.000 copie vendute bisogna cominciare a dubitare di ciò che abbiamo scritto. Forse esagerava, ma il concetto mi sembra giusto.”

Chi sono i suoi maestri?

“I miei maestri sono infiniti, da Omero ad Ariosto, da Cervantes a tutto il Secolo dell’Oro spagnolo, dalla Chanson de Geste alla Letteratura Cortese, Montaigne, Moliere, Pascal... E poi l’Ottocento francese, pieno di grandi maestri. Nel Novecento i nomi sono tanti: Joyce, Musil, Proust, Eliot. E più avanti, in Italia, Elsa Morante, Gadda, Manganelli, Tabucchi. E poi i sudamericani, Marquez, Guimarães Rosa, Carpentier, Sabato. E il premio Nobel portoghese Saramago… ma ce ne sarebbero molti altri, la lista sarebbe lunghissima. Come tenere fuori Gombrowicz?”

Quali sono i suoi sogni?

“Ho sogni semplici. Cerco di coltivare soprattutto il ridimensionamento. La nostra vita è importante solo per noi e per le persone che ci amano. I sognatori mi hanno sempre fatto un po’ paura. In genere sono dei megalomani che sognano cose straordinarie solo per loro stessi. Al sogno, pur necessario per vivere, preferisco un solido ideale. Insomma, la solita capacità di resistere alle traversie.”

Intervista di Eva Bonitatibus

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