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Dialogare

dialogare Michele Pogliani

Sarà a Livorno e a Napoli nel prossimo mese di aprile per individuare giovani danzatori. Il nuovo talent scout in Italia della Rotterdam Dance Accademy, la più importante accademia di danza d’Europa, Michele Pogliani ha ricevuto da poco la prestigiosa nomina che gli consentirà di “promuovere” nuovi talenti cui offrire concrete possibilità per l’inizio della loro carriera. Il danzatore e coreografo italiano dalla lunga e luminosa carriera racconta in questa intervista la sua vita per la danza, le sue esperienze professionali, la sua filosofia sul corpo e sul superamento dei propri limiti. Racconta anche le nuove frontiere della danza, di come i nuovi approcci ai linguaggi virtuali possano dare vigore al gesto e al movimento. Ma il nostro ospite fa anche un’analisi sullo stato dell’arte tersicorea in Italia e con una punta di rammarico ne denuncia la scarsa attenzione nella quale viene considerata.

 

Michele Pogliani, definito dalla critica danzatore e coreografo dell'osservazione per il suo "movimento dello sguardo" e per l'intensità del gesto. Cosa deve essere la danza? Un linguaggio, un'esperienza emozionale o un modo per stare al mondo?

 

Per quanto mi riguarda la danza è sicuramente un’esperienza corporea, un viaggio emotivo e un linguaggio. Ho sempre pensato alla danza come a una scelta di vita, una necessità da cui non si può prescindere. Che si parli di un linguaggio astratto piuttosto che di un linguaggio teatrale, espressivo è un percorso che partendo dal nostro corpo si dirama alla nostra coscienza. Non si può scindere il piacere e l’esperienza fisica dal nostro essere emotivo ed intellettuale. Se questo non avviene, il viaggio è incompleto.

 

Come e quando si è avvicinato all'arte tersicorea? 

 

Molto tardi, all’età di 17 anni. Mia madre mi portava spesso a vedere i grandi balletti classici. Mi appassionai al punto di voler diventare un critico di danza consapevole che non sarei mai riuscito a recuperare il tempo perduto. Cominciai a studiare con Elsa Piperno per avere gli strumenti per capirne di più. Mi sbagliavo! Dopo la prima lezione di Graham volevo fare solo quello, ballare. E così è stato.

 

Dodici anni a New York nei primi anni '80. Un'esperienza da sogno al Merce Cunningham, a contatto con grandi coreografi, nella Rosalinda Newman and dancer, nella Laura Dean dancer and musicians, nella Lucinda Childs dance company con cui ha fatto il tour mondiale Einstein on the Beach di Robert Wilson e Philip Glass. Cosa porta con se' di questa straordinaria avventura?

 

Vivere gli anni 80 a NY è stato un privilegio immenso. L’America era un focolaio di artisti, pittori, scrittori, poeti, musicisti e coreografi. Si era liberi di creare e di pensare l’impossibile. Dopo una prima esperienza con Rosalind Newman, che mi ha insegnato la dedizione necessaria per diventare un danzatore, mi sono subito interessato al movimento minimalista in tutte le sue forme. La mia prima esperienza fu con Laura Dean, coreografa e musicista minimalista e storica collaboratrice di Steve Reich. Lavorare in seguito con Lucinda Childs fu il coronamento di un sogno. Da lei e, successivamente da Robert Wilson, ho imparato tutto quello che so oggi a livello coreografico, registico e di illuminazione della scena. Lucinda mi ha cambiato la vita, Wilson l’ha raffinata.

Da Merce, dove ho studiato i miei primi anni nella grande mela ho imparato che tutto è possibile; i limiti sono solo linee immaginarie che delineano la nostra insicurezza, ma se si vuole fare arte bisogna essere disposti a superarli, a combattere i propri fantasmi e ad infrangere i propri tabù.

 

Com'è cambiata la danza da allora?

 

dialogare 2Credo che l’America abbia subito un’involuzione dopo la progressiva perdita dei grandi maestri che hanno dato vita alla Danza Moderna e al post modernismo. L’interesse si è sicuramente trasferito in Europa e in Israele, dove una nuova generazione sta sperimentando e portando la danza a grandissimi livelli. Quello che forse mi manca oggi è la firma, il segno distinto dei nuovi coreografi. Il metodo di lavoro è cambiato, ci si affida molto di più all’apporto dei propri danzatori. Questo, da una parte, ha arricchito il linguaggio, dall’altra ha creato una leggera perdita di identità da parte del coreografo che delle volte si può definire un vero e proprio regista. Stiamo vivendo un momento storico in cui i grandissimi talenti si sprecano, peccato però che l’attenzione per la danza (soprattutto in Italia) sia immensamente calata.

 

La sua straordinaria vita da danzatore lo ha portato sui grandi palcoscenici del mondo in qualità di interprete e di coreografo. Ha anche fondato una sua compagnia, CMP,  nel 1997 e sciolta nel 2005. Il suo debutto fu "Il Rosario di Umili Meraviglie", uno spettacolo che parlava dell'amore inteso quale eterna e disperata lotta. Oggi che posto occupa questo tema nella sua arte?

 

Dopo il Rosario, ho lavorato su tematiche completamente diverse. Ero affascinato, insieme ai miei collaboratori, dalle nuove tecnologie, dal video gioco, per tornare al gioco analogico, al musical e all’aspetto ludico della danza. Dal 2008, dopo la morte del mio compagno, sono tornato a un aspetto più umano della danza. Il tema dell’amore, della seduzione, dell’ispezione del corpo sono tornate a guidare le miei creazioni.

 

Uno stile che fonde "la contemporaneità dell'avanguardia e l'eternità del classico" e che esalta il rapporto tra il corpo e lo spazio. Nell'era virtuale come cambia questa relazione? 

 

Il virtuale è spesso considerato freddo e distaccato rispetto all’esperienza dal vivo. Non sono d’accordo. Credo che, ad esempio, il video sia diventato uno strumento di facile presa e fruibile a un pubblico molto vasto. Ciò che è importante è l’uso che uno ne fa. Grandissimi artisti si cimentano con questo strumento da anni, così come molti giovani artisti oggi. L’impatto può essere estremamente forte e toccante. Il video ha un potere mediale di grandissimo impatto, come il cinema d’altronde. La danza trasposta su video, certo, perde l’emozione e la fragilità dell’esperienza live, ma non per questo è meno forte o emotivamente fredda. Da qualche anno mi sto dilettando anch’io con questo mezzo e ne sono completamente affascinato.dialogare coreografia Pogliani

 

Dallo scorso mese di Gennaio e' stato nominato ufficialmente Talent Scout in Italia per la CODARTS di Rotterdam, una delle Accademie più prestigiose d’ Europa, di cui e' stato coordinatore sotto la direzione artistica di Samuel Wuersten. Quale sarà il suo compito?

 

Lavorare alla Codarts e soprattutto con Samuel è stata un’esperienza fondamentale. Ne avevo gli strumenti e credo di aver dato un apporto importante. Ora dopo undici anni di collaborazione con loro sono felice mi abbiano datodialogare MP questo riconoscimento. Di fatto si tratta di individuare giovani di talento a cui poter offrire borse di studio o inviti ufficiali alle audizioni che l’accademia tiene in Italia grazie all’AED di Livorno, partners ufficiali della Codarts.

 

Ha fatto un cenno al suo rapporto con l'Italia. Come giudica lo stato di salute della danza in Italia? 

 

Purtroppo il mio rapporto con il nostro paese è da sempre piuttosto conflittuale. Trovo sia un paese meraviglioso con il potenziale di essere un paradiso e dove vivono grandi menti. Ma questo rimane, a mio parere, solo latente. Di fatto è un paese che culturalmente è sprofondato ai minimi storici. La danza, ovviamente, è la prima a risentirne.

 

Coreografo e maestro di danza contemporanea, collaboratore dell’AED di Livorno, coordinatore del Triennio Alta Formazione presso la Formazione Bartolomei a Roma, quali valori trasmette ai suoi ballerini e allievi?

 

Come dicevo prima, la danza è un percorso e non solo una disciplina. Insegnare danza ai giovani è per me una scusa per accompagnarli nel loro viaggio della vita. Un danzatore senza cultura, etica, morale e passione sarà solo e sempre un bravo esecutore. Se di arte stiamo parlando, questo non basta. Dico sempre ai miei allievi che per essere un danzatore o danzatrice completi bisogna affrontare una sorta di catarsi. Quello che si è in sala non differisce così tanto da quello che si è nella vita come persona. La danza spaventa. Il rapporto che si crea con la nostra immagine riflessa allo specchio, il contatto e la percezione del nostro corpo, della nostra sessualità, il rapporto con gli altri e la possibilità di esprimersi solo con il nostro corpo sono tutti elementi che vanno affrontati con coraggio e senza limiti. In QUESTO la danza non è per tutti.

 

Come deve essere il danzatore per Michele Pogliani? Quali requisiti e quali qualità deve possedere? 

 

Deve essere consapevole di se stesso e padrone dei propri mezzi. Disponibile e aperto a qualsiasi esperienza coreografica gli si proponga. Avere un proprio stile e naturalezza nel movimento. Essere elegante e sensuale, forte ma morbido e deve amare questo lavoro.

Eva Bonitatibus

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Ci sono posti a cui resti legato per sempre, pur non essendoci nato, ma soltanto passato, lasciando traccia indelebile come un'impronta sul cemento.

Questo è il ricordo che Mario Luzi, poeta toscano, ha lasciato alla città di Parma, in cui viene ricordato con profonda stima e affetto. Un amore reciproco, che il “giovane poeta in esilio”, come lo definì Attilio Bertolucci, non ha mai tenuto nascosto.

Diverse furono le coincidenze che hanno legato l'Emilia e Parma, in particolare, al poeta, dagli esordi alla consacrazione come esponente dell'ermetismo.

Come quando, in tempi non sospetti, l'editore modenese Ugo Guanda aveva pubblicato una raccolta di poesie intitolata “La Barca”. Era il 1935, Mario Luzi aveva 21 anni e con questa pubblicazione sconfinò dalla Toscana per consacrarsi uno dei maggiori esponenti dell'ermetismo. E ancora, la conferma di Luzi nel panorama della letteratura contemporanea fu data dal successo ottenuto con le liriche de l' “Avvento notturno”, pubblicate nel 1940, proprio durante il periodo in cui il poeta si trasferì a Parma per insegnare presso l'Istituto Magistrale “Melloni”. A questo periodo risale l'amicizia con Attilio Bertolucci, un legame così forte tanto che Luzi alla morte dell'amico affermerà: “Il tempo mi aveva preparato a questo congedo. Sono stato suo compagno di giovinezza e di lavoro. Poi è subentrata un'attenzione reciproca ai nostri lavori, ai nostri libri, alla poesia, che ha cementato l'amicizia per tutta la vita, quasi per tutto il secolo!”. Mentre Bertolucci, quando era ancora in vita, nel ricordare i bei tempi trascorsi a Parma raccontava: “Arrivavano [le ragazze] in Via Cavour dove Mario stava seduto a una tavolinetto del Caffè Centrale a bersi un cappuccino, e si dissolvevano nell’aria fredda e azzurra, al di là dei cristalli spessi, immagini eterne di una giovinezza fragile che il poeta non poteva sentire senza una stretta al cuore. […]”. Bertolucci aveva scavato nel pensiero di Luzi a tal punto da cogliere l'essenza della sua anima e della sua poesia. Poesia come espressione di meditazione profonda sulla vita, ecco cosa rappresenta l'ermetismo di Mario Luzi. Numerose sono state le iniziative in occasione del centenario della sua nascita, lo scorso anno, altrettante sono previste per gli ottant'anni dalla pubblicazione della sua prima raccolta “La Barca” e i dieci anni dalla morte avvenuta nel febbraio 2005, a noi piace ricordarlo così...

 

L'immensità dell'attimodialogare M Luzi
                                                                                                         
Quando tra estreme ombre profonda
in aperti paesi l'estate
rapisce il canto agli armenti
e la memoria dei pastori e ovunque tace
la segreta alacrità delle specie,
i nascituri avallano
nella dolce volontà delle madri
e preme i rami dei colli e le pianure
aride il progressivo esser dei frutti.
Sulla terra accadono senza luogo
senza perché le indelebili
verità, in quel soffio ove affondan
leggere il peso le fronde
le navi inclinano il fianco
e l'ansia de' naviganti a strane coste,
il suono d'ogni voce
perde sé nel suo grembo, al mare al vento.

 

Anna Chiara Blasi da Parma

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Piero Dorlfes

Imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Questo il pensiero di Piero Dorfles, giornalista e critico letterario trai più affermati in Italia. lo abbiamo cercato perché solleticati dal suo ultimo libro, “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita”, un saggio che racconta i romanzi che rappresentano i pilastri della letteratura mondiale. Piero Dorfles è nipote del noto critico d’arte Gillo Dorfles, frequentatore abituale della libreria di via Ripetta a Roma ideata e gestita dalla Signora Agnese De Donato che pure abbiamo ospitato in questa sezione della rivista. La sua formazione intellettuale ha sicuramente tratto giovamento dall’ambiente nel quale è cresciuto e i frutti di tali stimoli risiedono tutti nella sua vita spiritualmente ricca. E’ infatti stato responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio Rai ed ha condotto il programma televisivo “Per un pugno di libri” in onda su Rai 3. Ha curato dal 2007 la rubrica radiofonica “Il baco del millennio” per Radiouno. Ha scritto vari libri tra cui “Atlante della radio e della televisione” (Nuova ERI 1988), “Guardando all’Italia” (Nuova ERI 1991), “Carosello” (Il Mulino 1998) e “Il ritorno del dinosauro, una difesa della cultura” (Garzanti libri 2010). Piero Dorfles è stato ospite di Gocce d’autore a Potenza per la presentazione del suo ultimo lavoro nel giugno 2014 e oggi lo abbiamo contattato per un dialogo sul valore della lettura e dei libri e sul loro rapporto con la popolazione. Ma prima di tutto gli abbiamo chiesto come e quando nasce la sua passione per i libri e chi per primo lo ha avviato alla pratica della lettura. Lui ci ha risposto così:    

 

“Credo che nasca con le letture che mia madre faceva a me e a mia sorella la sera, prima che ci addormentassimo. A partire da Pinocchio per passare a Salgari e a Verne.”

 

La lettura è una forma di assoluta dedizione che occorre saper coltivare. Per non sbagliare, soprattutto con gli adolescenti, qual è secondo lei l’approccio migliore per avvicinare i ragazzi ai libri? Quali insomma i libri da evitare e quelli da consigliare?

 

dialogare 2“Non sono sicuro che si tratti di dedizione, quanto di acquisizione di una competenza. Leggere, infatti, secondo me, non è in sé una passione ma una capacità, una competenza che, se coltivata, può produrre passione. Ecco perché non credo ci siano libri da consigliare e altri da evitare, perché coltivare la lettura è soprattutto coltivare la capacità di affrontare un testo scritto e di trarne informazione, sapere e piacere. Da piccolo ho avuto per le mani testi orribili, che però mi hanno permesso di esercitarmi ad avere dimestichezza con il meccanismo della lettura. Così penso che oggi il problema dei giovani non sia quello di affrontare letture "nobili" ed edificanti, ma di imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Dunque va bene tutto, da Coelo a Kafka, da Baricco a Mann, da Geronimo Stilton all'Ulisse di Joyce. La capacità di giudicare i libri più adatti a sé e alla propria formazione verrà dopo. E non esiste un'età adatta: dai dodici anni in su, tutti possono leggere tutto. Meglio che un ragazzo incontri la descrizione di un rapporto sessuale nell'Amante di Lady Chatterley che in un giornalino pornografico.”

 

Quali sono, secondo lei, i libri che aiutano a crescere?

 

“Tutti. Ma i classici prima degli altri, proprio perché mettono in contatto con una forma di scrittura solida, con riferimenti importanti ai problemi dell'essere.”

 

E quali dovrebbero essere le letture degli adulti che vogliono cominciare a leggere?

 

“Stesso discorso del punto 2. Non c'è un metodo per imparare a leggere da adulti, né un testo migliore di un altro. C'è chi ha cominciato, magari dopo essere andato in pensione, con il Conte di Montecristo e chi con la Montagna incantata. A ciascuno il suo.”

 

Nella sua recente pubblicazione “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita” passa in rassegna i classici della letteratura universale. Quelli che secondo Italo Calvino “non hanno mai finito quel che hanno dire”. E’ questa la chiave di lettura del suo libro?

 

“Veramente ho cercato di seguire un altro criterio. Calvino parla dei grandi classici in assoluto, mentre nei Centolibri io ho cercato di individuare i classici che hanno una certa popolarità, che sono entrati in un modo o nell'altro nell'immaginario letterario collettivo, quelli di cui si può parlare ovunque, in treno o in un articolo, al bar o in un programma tv, perché contengono riferimenti che sono comprensibili a tutti quelli che li hanno letti e rappresentano una forma di sapere collettivo da cui tutti traiamo immagini, tropi linguistici e archetipi del comportamento umano.”

 

A quale ricchezza si riferisce nel suo libro?

 

“Potrei dire che mi riferisco a una ricchezza spirituale, intellettuale, che è certo quella che il libro ispira in primis. Ma c'è qualcosa di più terreno e materiale, dovuto al fatto che chi più legge, più sa, più conosce, più pensa, più è ricco non solo intellettualmente, ma anche economicamente. I paesi dove si legge di più hanno la maggiore crescita del Pil, dei brevetti, dello sviluppo di nuove tecnologie, di servizi più efficienti. Se si tratta di una coincidenza, è una coincidenza non casuale, perché la lettura è in sé il più alto esercizio intellettuale che possa compiere l'uomo, e  - anche se non tutti i lettori e le persone colte sono migliori di quelle incolte - la intelligenza collettiva di un paese che legge è uno strumento di benessere e sviluppo che i paesi che non leggono non hanno.”

 

Si è buoni scrittori se si è buoni lettori. Quali sono i criteri, secondo il suo parere, per scrivere una buona storia?

  

“Credo che chi vuole scrivere debba prima aver letto e vissuto. La scrittura non è, come purtroppo molti pensano, il trasferire sulla carta sentimenti e sensibilità personali. E' la capacità di produrre in un racconto una realtà autonoma, realistica o fantastica che sia, che abbia una sua coerenza interna e rappresenti la trasfigurazione letteraria del nostro pensiero. La semplice trasposizione dell'esperienza in un racconto difficilmente sarà letteratura. Perché lo diventi è necessario che si sia sviluppato uno strumento di elaborazione analitica e critica che vada al di là del rispecchiamento del reale. Bisogna poi pensare che sono millenni che l'uomo racconta e scrive, e che è difficilissimo non ripercorrere sentieri già affollati. Ecco perché per scrivere è necessario conoscere bene i classici, capirne la chiave narrativa, lo strumento linguistico e l'elaborazione dei personaggi. Troppo spesso si pubblicano testimonianze sincere ma ingenue di persone che sentono il desiderio di condividere il loro vissuto ma non sono in grado di elaborarlo letterariamente. Tempo, fatica a carta sprecata.”

 

dialogare 1Qual è il suo rapporto con gli incipit? E qual è il suo incipit preferito?

 

“Gli incipit possono essere belli e terribili. A suo tempo Fruttero e Lucentini pubblicarono un libro con un centinaio degli incipit più significativi della letteratura mondiale. Rimando a quel testo. Io penso che alle volte - come in 100 anni di solitudine, o in Anna Karenina - un incipit dica più di un intero romanzo.”

 

Se dovesse scrivere un libro, dopo averne letti tanti, quale storia racconterebbe? Scriverebbe un romanzo o un racconto? E che tipo di scrittore si definirebbe: di montagna o di terre basse, per usare un’espressione di Giuseppe Lupo nel suo “Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma”?

 

“Se dovessi scrivere un romanzo vorrebbe dire che me ne è venuta l'ispirazione, e che sarei diventato un aspirante scrittore. Per ora non sono nemmeno quello, e quindi non posso classificarmi, perché non ho mai scritto nemmeno un raccontino.”

 

Se dovesse partire per un’isola deserta, quale libro porterebbe con sé?

 

“Mi scusi, ma per quale pazzesca casualità dovrei partire per un'isola deserta con un libro solo? Meglio niente, allora: Robinson se la cavava benissimo senza libri, e sono convinto che in un'isola deserta c'è un sacco di lavoro da fare, per sopravvivere.”

 

 

Eva Bonitatibus

Imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Questo il pensiero di Piero Dorfles, giornalista e critico letterario trai più affermati in Italia. lo abbiamo cercato perché solleticati dal suo ultimo libro, “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita”, un saggio che racconta i romanzi che rappresentano i pilastri della letteratura mondiale. Piero Dorfles è figlio del noto critico d’arte Gillo Dorfles, frequentatore abituale della libreria di via Ripetta a Roma ideata e gestita dalla Signora Agnese De Donato che pure abbiamo ospitato in questa sezione della rivista. La sua formazione intellettuale ha sicuramente tratto giovamento dall’ambiente nel quale è cresciuto e i frutti di tali stimoli risiedono tutti nella sua vita spiritualmente ricca. E’ infatti stato responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio Rai ed ha condotto il programma televisivo “Per un pugno di libri” in onda su Rai 3. Ha curato dal 2007 la rubrica radiofonica “Il baco del millennio” per Radiouno. Ha scritto vari libri tra cui “Atlante della radio e della televisione” (Nuova ERI 1988), “Guardando all’Italia” (Nuova ERI 1991), “Carosello” (Il Mulino 1998) e “Il ritorno del dinosauro, una difesa della cultura” (Garzanti libri 2010). Piero Dorfles è stato ospite di Gocce d’autore a Potenza per la presentazione del suo ultimo lavoro nel giugno 2014 e oggi lo abbiamo contattato per un dialogo sul valore della lettura e dei libri e sul loro rapporto con la popolazione. Ma prima di tutto gli abbiamo chiesto come e quando nasce la sua passione per i libri e chi per primo lo ha avviato alla pratica della lettura. Lui ci ha risposto così:     

“Credo che nasca con le letture che mia madre faceva a me e a mia sorella la sera, prima che ci addormentassimo. A partire da Pinocchio per passare a Salgari e a Verne.”

La lettura è una forma di assoluta dedizione che occorre saper coltivare. Per non sbagliare, soprattutto con gli adolescenti, qual è secondo lei l’approccio migliore per avvicinare i ragazzi ai libri? Quali insomma i libri da evitare e quelli da consigliare?

“Non sono sicuro che si tratti di dedizione, quanto di acquisizione di una competenza. Leggere, infatti, secondo me, non è in sé una passione ma una capacità, una competenza che, se coltivata, può produrre passione. Ecco perché non credo ci siano libri da consigliare e altri da evitare, perché coltivare la lettura è soprattutto coltivare la capacità di affrontare un testo scritto e di trarne informazione, sapere e piacere. Da piccolo ho avuto per le mani testi orribili, che però mi hanno permesso di esercitarmi ad avere dimestichezza con il meccanismo della lettura. Così penso che oggi il problema dei giovani non sia quello di affrontare letture "nobili" ed edificanti, ma di imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Dunque va bene tutto, da Coelo a Kafka, da Baricco a Mann, da Geronimo Stilton all'Ulisse di Joyce. La capacità di giudicare i libri più adatti a sé e alla propria formazione verrà dopo. E non esiste un'età adatta: dai dodici anni in su, tutti possono leggere tutto. Meglio che un ragazzo incontri la descrizione di un rapporto sessuale nell'Amante di Lady Chatterley che in un giornalino pornografico.”

http://oubliettemagazine.com/wp-content/uploads/Per-un-pugno-di-libri-2014.jpg

Quali sono, secondo lei, i libri che aiutano a crescere?

“Tutti. Ma i classici prima degli altri, proprio perché mettono in contatto con una forma di scrittura solida, con riferimenti importanti ai problemi dell'essere.”

E quali dovrebbero essere le letture degli adulti che vogliono cominciare a leggere?

“Stesso discorso del punto 2. Non c'è un metodo per imparare a leggere da adulti, né un testo migliore di un altro. C'è chi ha cominciato, magari dopo essere andato in pensione, con il Conte di Montecristo e chi con la Montagna incantata. A ciascuno il suo.”

Nella sua recente pubblicazione “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita” passa in rassegna i classici della letteratura universale. Quelli che secondo Italo Calvino “non hanno mai finito quel che hanno dire”. E’ questa la chiave di lettura del suo libro?

“Veramente ho cercato di seguire un altro criterio. Calvino parla dei grandi classici in assoluto, mentre nei Centolibri io ho cercato di individuare i classici che hanno una certa popolarità, che sono entrati in un modo o nell'altro nell'immaginario letterario collettivo, quelli di cui si può parlare ovunque, in treno o in un articolo, al bar o in un programma tv, perché contengono riferimenti che sono comprensibili a tutti quelli che li hanno letti e rappresentano una forma di sapere collettivo da cui tutti traiamo immagini, tropi linguistici e archetipi del comportamento umano.”

A quale ricchezza si riferisce nel suo libro?

 

“Potrei dire che mi riferisco a una ricchezza spirituale, intellettuale, che è certo quella che il libro ispira in primis. Ma c'è qualcosa di più terreno e materiale, dovuto al fatto che chi più legge, più sa, più conosce, più pensa, più è ricco non solo intellettualmente, ma anche economicamente. I paesi dove si legge di più hanno la maggiore crescita del Pil, dei brevetti, dello sviluppo di nuove tecnologie, di servizi più efficienti. Se si tratta di una coincidenza, è una coincidenza non casuale, perché la lettura è in sé il più alto esercizio intellettuale che possa compiere l'uomo, e  - anche se non tutti i lettori e le persone colte sono migliori di quelle incolte - la intelligenza collettiva di un paese che legge è uno strumento di benessere e sviluppo che i paesi che non leggono non hanno.”

Si è buoni scrittori se si è buoni lettori. Quali sono i criteri, secondo il suo parere, per scrivere una buona storia?

  

“Credo che chi vuole scrivere debba prima aver letto e vissuto. La scrittura non è, come purtroppo molti pensano, il trasferire sulla carta sentimenti e sensibilità personali. E' la capacità di produrre in un racconto una realtà autonoma, realistica o fantastica che sia, che abbia una sua coerenza interna e rappresenti la trasfigurazione letteraria del nostro pensiero. La semplice trasposizione dell'esperienza in un racconto difficilmente sarà letteratura. Perché lo diventi è necessario che si sia sviluppato uno strumento di elaborazione analitica e critica che vada al di là del rispecchiamento del reale. Bisogna poi pensare che sono millenni che l'uomo racconta e scrive, e che è difficilissimo non ripercorrere sentieri già affollati. Ecco perché per scrivere è necessario conoscere bene i classici, capirne la chiave narrativa, lo strumento linguistico e l'elaborazione dei personaggi. Troppo spesso si pubblicano testimonianze sincere ma ingenue di persone che sentono il desiderio di condividere il loro vissuto ma non sono in grado di elaborarlo letterariamente. Tempo, fatica a carta sprecata.”

Qual è il suo rapporto con gli incipit? E qual è il suo incipit preferito?

“Gli incipit possono essere belli e terribili. A suo tempo Fruttero e Lucentini pubblicarono un libro con un centinaio degli incipit più significativi della letteratura mondiale. Rimando a quel testo. Io penso che alle volte - come in 100 anni di solitudine, o in Anna Karenina - un incipit dica più di un intero romanzo.”

http://www.bookville.it/public/books/front/9788811687481.jpgSe dovesse scrivere un libro, dopo averne letti tanti, quale storia racconterebbe? Scriverebbe un romanzo o un racconto? E che tipo di scrittore si definirebbe: di montagna o di terre basse, per usare un’espressione di Giuseppe Lupo nel suo “Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma”?

“Se dovessi scrivere un romanzo vorrebbe dire che me ne è venuta l'ispirazione, e che sarei diventato un aspirante scrittore. Per ora non sono nemmeno quello, e quindi non posso classificarmi, perché non ho mai scritto nemmeno un raccontino.”

Se dovesse partire per un’isola deserta, quale libro porterebbe con sé?

“Mi scusi, ma per quale pazzesca casualità dovrei partire per un'isola deserta con un libro solo? Meglio niente, allora: Robinson se la cavava benissimo senza libri, e sono convinto che in un'isola deserta c'è un sacco di lavoro da fare, per sopravvivere.”

Eva Bonitatibus

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dialogare31Vogliamo dedicare la rubrica del dialogo ad un’inedita intervista con i grandi poeti della letteratura universale che hanno manifestato il loro pensiero sul Natale attraverso poesie e racconti sulla vicenda più attesa dell’anno. Nel nostro spazio ideale abbiamo incontrato Umberto Saba, Salvatore Quasimodo, Gianni Rodari ai quali abbiamo chiesto cosa rappresenti per loro la festa che celebra la nascita di Cristo e l’arrivo del nuovo anno. Umberto Saba ci ha raccontato della magica atmosfera che vive la notte di Natale, raccolto nell’intimità della sua casa. Un sentimento che esprime con delicatezza e sui quali si pone alcuni interrogativi:

 

 

 

 

 

dialogare4

Nella notte di Natale

Io scrivo nella mia dolce stanzetta,

d’una candela al tenue chiarore,

ed una forza indomita d’amore

muore la stanca mano che si affretta.

Come debole e dolce il suon dell’ore!

Forse il bene invocato oggi m’aspetta.

Una serenità quasi perfetta

calma i battiti ardenti del mio cuore.

Notte fredda e stellata di Natale,

sai tu dirmi la fonte onde zampilla

improvvisa la mia speranza buona?

E’ forse il sogno di Gesù che brilla

nell’anima dolente e immortale

del giovane che ama, che perdona?

 

Signor Salvatore Quasimodo lei si interroga sull’umanità che non ha pace, della cattiveria che spesso mette i fratelli gli uni contro gli altri. Qual è il messaggio che vuole trasmettere?

dialogare1

Natale. Guardo il presepe scolpito,

dove sono i pastori appena giunti

alla povera stalla di Betlemme.

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti

Salutano il potente Re del mondo.

Pace nella finzione e nel silenzio delle figure di legno: ecco i vecchi

Del villaggio e la stella che risplende,

e l’asinello di colore azzurro.

Pace nel cuore di Cristo in eterno;

ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.

Anche con Cristo e sono venti secoli

Il fratello si scaglia sul fratello.

Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino

Che morirà poi in croce fra due ladri?

 

La leggerezza della poesia in versi. Gianni Rodari è il maestro delle filastrocche e delle rime e lui si diverte a mettere le parole insieme che abbiano una sonorità simpatica e divertente. Quali sono le sue aspettative per il nuovo anno che verrà?

dialogare2

Voglio un gennaio col sole d’aprile,

un luglio fresco, un marzo gentile;

voglio un giorno senza sera ,

voglio una mare senza bufera;

voglio un pane sempre fresco,

sul cipresso il fiore del pesco;

che siano amici il gatto e il cane,

che diano latte le fontane.

Se voglio troppo, non darmi niente,

dammi una faccia allegra solamente.

 

L’incontro virtuale con i poeti senza tempo ci ha fornito lo spunto per parlare del Natale in letteratura in maniera lieve. Parole leggere come i fiocchi di neve che imbiancheranno i tetti delle case e che renderanno ancora più suggestiva l’immagine del Natale. Auguri di un Santo Natale a tutti i lettori della nostra rivista!

 

Eva Bonitatibus

 

 

 

 

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dialogare Agnese DeDonatoHo conosciuto un mito. Una donna che negli anni ’60 ha precorso i tempi con le sue scelte culturali e professionali. Una giornalista formidabile che dopo una gloriosa esperienza da libraia ed animatrice culturale nella città capitolina, ha fondato negli anni ’70 la prima rivista femminista italiana, Effe. Fotografa e reporter, ha collaborato con varie testate giornalistiche e tutt’oggi cura uffici stampa di importati enti lirici e festival internazionali. Figlia di una famiglia numerosa di origini pugliesi (cinque sorelle e un fratello), è stata tra le protagoniste della vita mondana romana. Agnese De Donato, questo il suo nome, aveva infatti fondato la famosa libreria-galleria “Ferro di cavallo” in via Ripetta 67 frequentata da intellettuali, artisti e scrittori di chiara fama internazionale. Una donna affascinante e intraprendente che ideò per prima in Italia le presentazioni dei libri in libreria. L’ho incontrata a Montemurro, in provincia di Potenza, in occasione dell’inaugurazione della mostra “Intimo Sinisgalli” nella Casa delle Muse che la Fondazione Leonardo Sinisgalli ha allestito per volere del suo direttore, l’infaticabile Biagio Russo. La storia di Agnese, che ha donato documenti inediti alla Fondazione, mi ha talmente incuriosita che ho voluto che ci raccontasse la bella avventura degli anni '60 vissuta tra via Ripetta, Piazza del Popolo e via Gregoriana. Lei ci ha risposto così:

 

“Una sera, per caso, passeggiando per Via Ripetta, vidi un cartello su una serranda chiusa, si affittava un locale proprio di fronte alla Accademia d’Arte nella armoniosa piazzetta del Ferro di Cavallo, un segno del destino, sognavo di aprire una libreria, quale posto migliore? Il giorno dopo avevo già il contratto e nove mesi dopo, novembre 1957, ci fu la grandiosa inaugurazione di una libreria che divenne subito punto di incontro di scrittori, artisti, poeti musicisti, studenti dell’Accademia e di Architettura, divenuti in seguito importanti professionisti. Le novità assolute sarebbero state presentazione di libri e mostre fotografiche, due cose che ancora non esistevano.”

 

La sua libreria fu la prima in Italia ad organizzare le presentazioni dei libri in uscita. Come si tenevano? E quale fu il primo autore presentato? Ricorda quel giorno?

 

“Il primo libro a essere festeggiato fu Ore Giapponesi di Fosco Maraini editato da mio fratello Diego De Donato. Presentò il volume, ricco di moltissime e straordinarie foto, Carlo Levi. Come si può vedere dalle foto, le manifestazioni avvenivano in piedi, molto informali, in mezzo a una gran folla di amici. Presentazione di libri o inaugurazioni di varie mostre si susseguivano a ritmo serrato, anche perché la mia era l’unica libreria a fare queste cose e le richieste da parte degli editori erano tante!”

 

Fu ideatrice anche di un premio di letteratura per il libro più sperimentale, consistente in un autentico ferro di cavallo. Quali opere vennero premiate e che tipo di successo ebbero in seguito? Nel suo libro "Via Ripetta 67" racconta che spesso si trovava in debito con le case editrici non perché non vendesse i libri, ma perché glieli rubavano. E a rubarli erano gli amici, coloro che amavano i libri. Tra avanguardie artistiche, letterarie e musicali che frequentavano la sua libreria, qual era l'atmosfera che si respirava?

 

“L’idea di creare un premio per il libro più sperimentale dell’anno nacque proprio dalla frequentazione assidua di scrittori e poeti “d’avanguardia” che gravitavano quotidianamentedialogare 8marzo in libreria, i “Novissimi” e il “Gruppo 63”, i musicisti di “Nuova Consonanza”. Infatti, assidui in libreria oltre ai vari Levi, Moravia e altri, i più insidiosi erano proprio loro, gli “avanguardisti” con le loro idee, le loro proposte, i loro incitamenti pressanti. La libreria era il loro punto di incontro, si beveva, si chiacchierava, si leggevano i libri, i giovani studenti che sarebbero poi diventati “grandi” spesso li rubavano e io molte volte mi trovavo in difficoltà con i pagamenti. Ma era un bel vivere. Il primo a vincere il “Ferro di Cavallo” montato su legno dallo scultore Libertucci fu Nanni Balestrini. In seguito anche Germano Lombardi. Non ricordo se lui e gli altri degli anni successivi abbiano avuto successo…certamente noi, le sette belle della giuria, avemmo un grande successo di stampa: io, Carla Vasio, Gabriella Drudi, Ninì Pirandello, Giosetta Fioroni, Rosanna Tofanelli, Graziella Civiletti.”

 

In tanti si sono innamorati di lei, donna avvenente non solo per le fattezze fisiche ma anche e soprattutto per l'intelligenza e l'intraprendenza. Tra questi Leonardo Sinisgalli che le dedicò liriche intense e scherzose. Cosa ricorda di questo amore?

 

“Non è che si innamorassero di me!!! Si, mi corteggiavano, si scherzava e si rideva tanto in quel periodo. La cultura era una cosa seria, ma nei ‘60 la vivevamo con leggerezza, con quella leggerezza indispensabile in ogni cosa a parer mio. In libreria, da me la cultura non aveva niente di professorale anche se la frequentavano personaggi “seri” come Ungaretti, Praz, Argan, Pound, Guillen, Tzara … Certo non lo nascondo ero bella, che non guastava, era un valore aggiunto! Leonardo Sinisgalli mi amò molto. Con la sua arguzia, la sua intelligenza, la sua verve, la sua cultura immensa mi affascinava e per la verità affascinava chiunque! Ogni incontro con lui era un arricchimento, con l’amore mi trasmetteva gioia di vivere, amore per l’arte e per il gioco! Le sue poesie a me dedicate sono un vero dono. E sono molto lusingata e orgogliosa di vederle oggi esposte alla Casa delle Muse a Montemurro insieme ai ritratti, disegni e lettere che il Poeta mi inviava da tutto il mondo.”

 

Dieci anni trascorsi tra grandi nomi del panorama culturale internazionale ad organizzare mostre, presentazioni ed eventi di grande risonanza. Come è cambiato nel frattempo il modo di fare cultura oggi?

 

Gli anni Sessanta fino al ‘68 sono stati anni spensierati e felici. Anni della fiducia, della certezza dell’avvenire, della felicità di stare insieme, della cultura brillante, degli amici. Anni irripetibili. Prendiamo come esempio un luogo magico come piazza del Popolo a Roma, un tempo i clienti dei due grandi caffè che si guardano dirimpetto erano quasi tutti intellettuali delle lettere o delle arti: al Canova sostavano i più tradizionalisti e da Rosati quelli più scapigliati, era sempre una gran festa la sera verso le 8 dopo il lavoro ci si vedeva lì tutti, si combinavano incontri, serate, nascevano idee, progetti, si beveva e si scherzava e si continuava a fare cultura. Oggi? Quell’epoca è finita. La cultura è una industria….che non va neanche tanto bene, gli artisti non si incontrano più, la vita in comune non esiste, in quei caffè si vedono solo cinesi e russi. Nel suo recente delizioso libro Roma è una bugia Filippo La Porta a un certo punto scrive a proposito di quegli anni e della libreria Al Ferro di Cavallo: “Oggi non mi vengono in mente luoghi così ‘formativi’: quasi una riedizione delle botteghe rinascimentali”.

 

dialogare Copertina EffeNegli anni '70 ha fondato insieme ad altre donne la prima rivista femminista in Italia "Effe", le cui copertine ritraevano le foto scattate da lei. Cosa raccontava questa rivista e a chi dava voce? Ma soprattutto chi acquistava e leggeva Effe?

 

“Siamo arrivati agli anni 70, l’avvento del femminismo! Che felicità anche questo periodo, nonostante avessi già tre figli e nessuna rivendicazione riguardo alla educazione dei miei genitori, liberali intelligenti e colti, mi tuffai con entusiasmo anche in questa avventura. Eravamo un gruppo di giornaliste e ci inventammo una rivista “EFFE”, prima in Italia e seconda solo a quella famosa americana. La redazione era un luogo straordinario, si era sempre in vivaci e allegre discussioni e alla ricerca di notizie da dare, da divulgare. A chi? Le nostre lettrici erano soprattutto ragazze, ragazze affamate, che volevano sapere, che chiedevano aiuto non avendolo magari nelle loro famiglie e si parlava e scriveva di aborto, divorzio, contraccettivi, orgasmo, di tutto!!!! Fare fotografie era bellissimo, i loro visi raggianti, il gesto femminista, gli striscioni, le mimose….. (allego foto di EFFE).

 

Giornalista e fotografa, ha curato uffici stampa di importanti enti e festival internazionali. Cos'altro le piacerebbe fare oggi?

 

Non ho curato uffici stampa di festival di danza e musica, ma curo ancora. E’ il mio lavoro e lo faccio tutt’ora. Però è diventato molto stressante perché i giornali oggi si interessano solo di televisione e di cinema, anzi più che altro dei “pettegolezzi” sugli attori. Non è così? Cosa mi piacerebbe fare oggi? Veramente sono gli altri che stanno facendo delle cose su di me: l’Università Roma3 sta organizzando una giornata di studi su di me e la attività dei dieci anni del Ferro di Cavallo, e questa è una grande soddisfazione, mi sto anche impegnando per una mostra di mie fotografie, ho un archivio fotografico degli anni 70, foto ormai storiche: teatro d’avanguardia, personaggi vari scrittori politici artisti poeti manifestazioni politiche e sociali, danza e tanto altro ancora.”

 

Infine, è madre di tre figli. Pensa che questa sua fervida attività abbia aiutato i suoi ragazzi a crescere meglio, con maggiori stimoli, o che invece abbia sottratto loro del tempo? Insomma, secondo lei, qual è la ricetta ideale per essere Donna senza ripensamenti?

 

“In un passo del mio libro ho scritto: “Un passato pieno, felice, denso, un passato che è stato, ed è fino a oggi che sono vecchia, una forza umana e positiva che ho trasmesso e trasmetto quotidianamente ai miei tre figli, tanto da essere un punto di riferimento per loro”. Cresciuti con un padre gallerista d’arte e una madre giornalista della cultura e libraia non potevano certo diventare medici o avvocati…..Francesco regista, Giovanni architetto, Michele ballerino-coreografo, tre professioni artistiche e creative. A questo passato, e prima ancora degli anni di Via Ripetta, bisogna aggiungere che per fortuna io ho avuto una famiglia d’origine progressista e anticonvenzionale che mi ha regalato una vita fuori del comune, stimolante e felice.”

Eva Bonitatibus

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carmelafornicolaIl nostro spazio dedicato al dialogo questa volta ospita l’intervista a Carmela Formicola, capo cronista della Gazzetta del Mezzogiorno a Bari. La giornalista è autrice di varie pubblicazioni, ricordiamo il libro inchiesta “L’eclissi. Petruzzelli, rogo di Bari”, il racconto breve sui minorenni di mafia di Barivecchia, il suo primo romanzo “Quando suonavo il jazz” ed ora “Suite per archi e voto di scambio”. Il suo sguardo, o meglio, il suo orecchio si rivolge al mondo che la circonda, ne coglie i movimenti, le voci, i volti e li trasferisce sulla carta. La sua è una narrazione sempre fresca, vivace, solare. E’ una donna che ama la vita e che alla vita rivolge il suo sorriso. In occasione dell’uscita del suo ultimo libro le abbiamo voluto rivolgere alcune domande alle quali ci ha risposto con grande simpatia e disponibilità.

 

Tu scrivi per raccontare la realtà. Quanti e quali occhiali indossi per descriverla in modo sempre diverso?

 

Descrivere ciò che ci circonda, in fondo, è molto facile: basta mettersi in ascolto e raccontare. Talvolta non servono "occhiali" o angolazioni diverse dalle quali osservare, piuttosto chiudere gli occhi per sentire il rumore autentico del mondo. Sentire le voci e trascriverle.

 

Finzione e realtà. Un gioco divertente in cui solo lo scrittore ne conosce i confini. Quanta fantasia e quanta realtà  c'è nei tuoi romanzi?

 

La fantasia completa la realtà ma la realtà rimane l'ispirazione fondamentale. Credo davvero che spesso la realtà supera la fantasia. Ci sono situazioni e persone che nella loro complessità, nella loro allegria o nella loro tristezza, oppure nella loro follia, siano destinate a diventare naturalmente pagine di libri.

 

La cronaca è sicuramente la tua vita. La consideri una piattaforma da cui far decollare le tue storie oppure una materia composita che fotografa soltanto la società, che quindi deve essere raccontata?

 

Il mio mestiere è la mia fonte di ispirazione quotidiana. La cronaca credo sia una delle materie più nobili del giornalismo, è il contatto quotidiano, sincero, profondo con la vita delle persone, per questo credo che il cronista abbia una grandissima responsabilità quando scrive e debba sempre rifarsi, per dirla con Kant, alla legge morale che è dentro di noi.

 

A chi dai voce nei tuoi libri?

 

Alla gente comune, agli eroi solitari, incompresi e un po' sfigati.

 

Un gratta e vinci è stata la simpatica iniziativa che ha accompagnato lo scorso romanzo "Quando suonavo il jazz" per vincere una copia del libro. Cosa faresti per incentivare la lettura e avvicinare la gente alla letteratura?

 

DIALOGARE suite-per-archi-e-voto-di-scambio-Spegnerei le televisioni! E' una provocazione ma penso che la "grande sorella" ci abbia un po' sedati tutti. Se fossi un'amministrazione pubblica inoltre, proverei l'esperimento delle librerie di quartiere: luoghi carini, accoglienti dove chiunque può andare a leggere gratuitamente per qualche ora.

 

Cosa rappresenta per te la scrittura?

 

La forma primordiale di comunicazione. Ancora adesso trovo più efficace quello che scrivo rispetto a quello che dico.

 

In quest'ultimo libro ti diverti a prendere in giro la politica, quella che si batte per la conquista del potere con ogni mezzo. Costruisci caricature sui personaggi che ne popolano le pagine e ci regali uno spaccato dell'Italia con grande ironia e simpatia. Come mai questa "digressione" rispetto ai libri precedenti?

 

E' un modo simpatico e indolore per esprimere la nausea che certa politica mi dà. Ho preferito prendere in giro i politici, riderne piuttosto che dare voce alla rabbia che cova nella gran parte della Nazione. Con questo libro volevo firmare un atto di accusa, ma continuando a sorridere.

 

Cosa ti diverte di più oggi?

 

Lo dico con una canzone di Lucio Dalla: "Però la vita com'è bella e com'è bello poterla cantare!"

 

Eva Bonitatibus

 

 

 

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antonellaCilento

Una simpatia tutta napoletana. Le caratteristiche della città tra le più ricche di storia del Sud Italia sono tutte dentro Antonella Cilento, la nuova ospite di Gocce d’autore. Solarità, sonorità e creatività sono le peculiarità della scrittrice italiana dalla copiosa produzione letteraria, che interpreta la sua terra natale in appassionate pagine di letteratura. Un amore per l’età barocca, i libri e la scrittura l’hanno portata a raccontare la bellezza dell’arte, della storia e della vita nelle sue opere e a fondare una delle scuole di scrittura creativa tra le più longeve d’Italia, La linea scritta. Un dialogo con lei che ci ha aperto le porte alla sua estrema disponibilità e alla sua grande simpatia. Ecco cosa le abbiamo chiesto.  

 

La letteratura ti dà la possibilità di intraprendere viaggi nel tempo e nello spazio. Come riesci ogni volta a ricreare le atmosfere di mondi così lontani?

 

Amo ricostruire luoghi, spazi e persone, è un modo di restare in contatto con l’immensità di esperienze che ci ha preceduto e che ci seguirà e le molte vite che, anche solo tangenzialmente, ci toccano.  E’ un lavoro di precisione, da un lato, perché è indispensabile fare ricerca, mettere ordine, creare collegamenti e costruire ponti fra fonti scritte e visive; ma è anche un lavoro impreciso, poiché chiede di fare salti e immaginare e rischiare dove le fonti mancano e bisogna in fondo dare vita a ciò che non sarà mai più vivo. Essere altrove molto spesso significa essere qui, presenti a ciò che immaginiamo, a ciò che potremmo anche essere e ancora non siamo, o non saremo mai. Un grande viaggio, è vero, dove la meta estetica è raggiunta ma quel che conta, in fondo, come in ogni vero viaggio, come nella vita, è la strada che percorri e gli incontri che fai, reali e immaginari.

 

Quali argomenti ami raccontare attraverso i tuoi libri?

 

Non so se si possono isolare degli argomenti, certo ci sono delle ossessioni: per alcuni secoli, ad esempio per il Seicento, in cui ho ambientato numerose mie storie; per le vite incompiute o sconosciute, o misconosciute, di artisti considerati minori ma in realtà grandi: un’attenzione che ha a che fare con l’osservazione della mia stessa vita, delle vite di chi sceglie di esprimersi con l’arte e si scontra con il mancato riconoscimento, con la fatica di sopravvivere, con il tanto e con il poco che restare in contatto con la creatività produce; l’ossessione per il femminile e per i corpi, per la brevità e a volte l’incompiutezza della vita. Ovviamente, c’è poi la mia città, madre e ambiente delle storie che racconto, i suoi luoghi, la sua stratificazione, il modo in cui ci partorisce e spesso ci digerisce... Una madre pericolosissima.

 

piacereInfinitoDa esperta di scrittura creativa, è vero che prima di essere grandi scrittori occorra essere grandi lettori? Cosa bisogna leggere e quando cominciare per appassionarsi alla lettura?

 

Leggere è indispensabile per scrivere. Non c’è altra ragione alla scrittura se non l’essersi innamorati misteriosamente da bambini dei libri. E’ una delle più grandi trasgressioni che la vita ci concede quella di entrare nelle vite degli altri e nelle storie degli altri attraverso le pagine: se oggi si legge poco è perché le persone, giovani e meno giovani, stanno perdendo il gusto alla trasgressione e parlare di letteratura come di un compito scolastico di certo non aiuta. I libri sono la più pericolosa delle droghe, un argomento da proporre ai più giovani, che ormai, sono assorbiti da droghe più rapide e annichilenti. I libri ti lasciano con addosso una lucidità – e a volte una disperazione – sulla tua vita e su quel che accade intorno a te che nessun acido ti potrà mai fornire: vedere oltre, vedere dentro, vedere altrove. Dunque, occorre cominciare dai libri che abbiamo a portata di mano e chiedersi sempre se c’è qualcosa d’altro, qualcosa di più, qualcosa di meglio. Ci bastano le risposte dei nostri amici, parenti e vicini, ci basta quel che ci dice la tv o la rete? Leggere è fame insaziabile, sete insanabile. Più presto ci si comincia a “fare” di libri meglio è... Saremo persone, cittadini e individui meglio armati, più consapevoli, più felici o infelici. In ogni caso: di più.

 

Il mondo della letteratura non esclude quello dell'arte dal quale trarre interessanti spunti per la narrazione. Nei tuoi libri c'è tanta arte, rappresenta una fonte di ispirazione?

 

Pittura e scultura, ma soprattutto la pittura e il disegno, dalla grande arte figurativa al fumetto, sono sempre stati un motore della mia immaginazione: le immagini che produciamo scrivendo sono generate da altre immagini, siano esse scritte o prodotte dal pennello. Ho amato appassionatamente ogni arte figurativa, ho sempre disegnato e disegno ancora e ho in famiglia una pittrice e scenografa, mia sorella Iole Cilento. Nostro padre ci ha contagiato: la grande passione per le cose dell’arte ci viene da lui. Dunque, in Lisario o il piacere infinito delle donne, come in Una lunga notte o in Neronapoletano, ma anche in Isole senza mare e nei racconti o nei libri dedicati a Napoli ci sono sempre pittori, quadri, segni che travasano da un’arte all’altra.

 

Con quale genere letterario ancora non ti sei cimentata e qual è il tuo genere di riferimento?

 

Non amo molto i generi, non credo li praticherei se non ibridandoli: quando mi hanno chiesto un giallo o prodotto quasi sempre altro. Mi interessa il romanzo nella sua interezza, al di là dei generi che si mescolano, mi interessa la lingua del romanzo, la sua struttura, la sua storia che è da sempre onnivora, sin dalle sue origini, sin da Cervantes. Sono stata e sono anche lettrice diversificata, dalla fantascienza al fantasy, dal noir al memoir. Ma i libri che amo e che cerco di scrivere sono sempre al di là dei generi, inclusa l’equivoca definizione di romanzo storico, che in fondo indica solo una cronologia. Anche se scrivo una storia ambientata ieri sto scrivendo un romanzo storico, la tensione a ricostruire con esattezza il tempo, per paradosso, sarà la stessa...

 

Con il tuo ultimo romanzo hai esplorato la realtà dello Strega. Cosa hai portato a casa di questa esperienza?

 

Una bella stanchezza e un certo divertimento: lo Strega aiuta molto i libri che partecipano, li aiuta a incontrare più lettori, a diffondersi meglio, aiuta la casa editrice a moltiplicare il suo lavoro. E porta con sè anche preziosi incontri personali che poi durano nel tempo. Certo, porta una visibilità mediatica e regole del gioco che non coincidono esattamente con il lavoro vero della scrittura, ma è uno dei rischi da correre...

 

Qual è il valore della letteratura cui ti ispiri quotidianamente?

 

Il valore è nel bisogno. Nulla è più inutile della letteratura, o delle arti in genere, se le si considera sotto il profilo del profitto o dell’apparenza, ma nulla è altrettanto indispensabile se le si considera come il segno profondo e spirituale che ci aiuta a restare vivi e ad affrontare la notte che si avvicina. La vera felicità è quando qualcuno ti dice: ti ho letta mentre ero in convalescenza, mi hai divertito mentre ero in ospedale.  Conosco questa felicità poichè i libri che amo mi tornano in soccorso nei momenti bui e risentire certe parole, chiedere aiuto a Stevenson, a Cechov, a Bulgakov mi fa sentire meno sola, mi restituisce il valore dello stare al mondo. Vivere per raccontarla (la vita) come diceva Gabo Marquez.

 

Chi è Antonella Cilento?

 

E chi lo sa?

 

Eva Bonitatibus

 

 

 

 

 

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lupoGiuseppe Lupo è lo scrittore dalla prosa immaginifica. Leggere i suoi libri significa immergersi in una dimensione onirica che entra ed esce dalla realtà. Pare si diverta molto ad inventare storie "fantastiche" e a giocare con la sua fantasia. I suoi romanzi sono popolati di tantissimi personaggi, tutti con nomi astrusi ma dal profondo significato, e i suoi racconti sono ambientati in luoghi che solo la fantasia o un remotissimo passato può disegnare. Una scrittura visionaria che ha il potere di aprire mondi nuovi ai lettori e di catalizzare il loro sguardo sulle parole che descrivono il reale e l'irreale, ciò che c'è e ciò che non c'è, ciò che si vede con gli occhi e ciò che si vede con l'immaginazione. Una scrittura lieve quella di Giuseppe Lupo, che apre varchi alla ragione facendole compiere viaggi mirabolanti. Alla sua leggerezza narrativa (le sue parole hanno la consistenza delle nuvole) corrisponde una personalità sensibile che emerge tutta dal sorriso e dallo sguardo pulito che ha del mondo. Incuriositi dalle sue storie, gli abbiamo rivolto alcune domande .

La letteratura è uno spazio di libertà totale. Per te cosa rappresenta?

È un territorio in cui abitare o da riempire attraverso l'immaginazione. In fondo scrivere un romanzo è un po' come inventare il mondo.

Scrivere è anche un esercizio mimetico per parlare in tante voci. A chi dai voce nei tuoi romanzi?

Fino a pochi anni fa mi nascondevo dietro i personaggi, nel senso che avevo paura di costruire i personaggi che mi assomigliassero. Adesso invece ho capito quanto sia importante uscire di più allo scoperto. In generale penso che i miei personaggi siano tutti sognatori, dunque cerco di dare voce a chi crede nell'utopia della Storia.

Riconoscimento e restituzione: due funzioni importanti della letteratura.C'è un momento in cui riconosci la tua voce nei tuoi racconti e in che modo ti restituiscono la tua identità?

Io penso che ogni scrittore dovrebbe avere una sua identità, come il timbro di voce per un attore o per un cantante: anche se non li vedi, riconosci subito di chi si tratta. Chi scrive dovrebbe preoccuparsi di domandarsi: in che maniera io sono riconoscibile? Non solo ciò che scrivi, ma anche in che modo lo fai, con quale timbro, con quale stile, con quale lingua: tutto questo conferisce identità a chi scrive.

I tuoi romanzi sono ricchi di fantasia e caratterizzati da proiezioni visionarie. Dove trovi le storie che racconti e soprattutto dove cerchi l'ispirazione?

Non sono io che cerco le storie, sono le storie che mi vengono a cercare, io sto solo attente a non farmele sfuggire o a non perderle. Di solito i miei libri nascono da qualcosa di indefinito, che mi capita di ascoltare o di vedere, magari anche in maniera del tutto casuale e anche nei luoghi più quotidiani, come un supermercato o una carrozza di un treno. E poi è il vento che trasporta le  storie.

atlanteUna conferma al nostro discorso viene fornito dal tuo "Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma", Marsilio editori, uscito da poche settimane, in cui tracci percorsi immaginari che abbattono i confini tra realtà e irrealtà. Cosa racconti in questo libro?

Non è un libro di narrativa, non è di saggistica, non è autobiografico, ma è tutto queste cose mescolate insieme. Un atlante è, nella comune delle interpretazioni, la scrittura del mondo così com'è. Un atlante immaginario potrebbe essere il disegno di un mondo non disegnato. Si tratta di cinquanta brevi capitoli, pieni di invenzioni, ipotesi, progetti, sogni, utopie. Ci sono riferimenti ai libri che ho già scritto e a quelli che vorrei scrivere. Se uno volesse sapere cosa gira nella mia testa non ha che da leggerlo.

Sulle tracce di quali grandi scrittori componi itinerari ideali?

Mi hanno sempre attratto i raccontatori di storie, gli affabulatori, perché penso che la letteratura sia soprattutto la capacità di narrare. Amo le grandi epopee, soprattutto quelle irrobustite di situazioni fantastiche (che però non vuol dire il fantasy). Il mondo è pieno di simili maestri: Omero, Boccaccio, Ariosto, Cervantes, Tolstoj.

Disegni sogni per i tuoi lettori. Ma quali sono i tuoi sogni?

Mi piacerebbe che la Storia non ci deludesse più.

Intervista di Eva Bonitatibus

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