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Dialogare

dial Amendolara1

Si definisce un cronista artigiano del Mezzogiorno d’Italia. E’ un giornalista puro, che ama la verità. Conosce il valore dell’informazione e delle parole, che usa con consapevolezza dando a ciascuna il giusto significato. Non ama gli scoop sensazionalistici e prende le distanze da certe trasmissioni televisive che fanno mercimonio di casi umani. Fabio Amendolara, giornalista lucano, è stato ospite di Gocce d’autore per la presentazione di uno dei suoi libri-inchiesta e di recente è stato insignito del prestigioso Premio Internazionale “Rosario Livatino e Antonino Saetta” per le sue inchieste giornalistiche su casi di femminicidio, di persone scomparse e di lupara bianca. Amendolara è autore di numerose inchieste e alcune pubblicazioni: La colpa di Ottavia, controinchiesta sulla misteriosa scomparsa della bambina di Montemurro, Il caso Ilaria Alpi, e-book sul misterioso omicidio dell’inviata di guerra, Il segreto di Anna. Inchiesta su un suicidio sospetto. La misteriosa morte del commissario Esposito e gli intrecci con la scomparsa di Elisa Claps. Impegnato come componente della Commissione garante per l'attuazione della Carta di Istanbul, Fabio Amendolara si batte per la qualità dell’informazione mediatica. Ecco la nostra intervista.

Dove nasce la passione per il giornalismo d'inchiesta?

Nasce mentre a Catanzaro seguivo da cronista le inchieste del pubblico ministero Luigi De Magistris. Ho avuto modo di lavorare a stretto contatto con giornalisti come Francesco Viviano che all'epoca era inviato speciale di Repubblica, Gianmarco Chiocci, inviato del Giornale e oggi direttore del Tempo, Antonio Massari, già con La Stampa e ora al Fatto Quotidiano. Loro non raccontavano soltanto il contenuto delle indagini ma lo valutavano, lo verificavano e lo inserivano in un contesto. Erano inchieste giornalistiche sulle inchieste giudiziarie. Lavorando con loro il mio approccio alla professione è cambiato.

Chi informa deve essere informato. Una regola aurea del giornalismo che non sempre viene rispettata e che in taluni casi genera danni irrimediabili. Come garantire una corretta informazione?

Io aggiungerei: deve essere anche documentato. Più lo è e migliore sarà la sua inchiesta. Purtroppo l'errore è sempre dietro l'angolo. L'unica arma che il giornalista ha in mano per prevenire è verificare, verificare, verificare.

 

dial Amendolara2dial Amendolara3dial Amendolara4

Tre libri su tre donne scomparse: Ottavia, Ilaria e Anna. Un impegno professionale che assume carattere sociale soprattutto per aver riacceso i riflettori su casi ormai finiti nell'oblio. Qual è il suo filo conduttore?

L'oblio è qualcosa di terribile. Su Ottavia e Anna c'era già una pietra sopra. Il caso di Ilaria è stato mantenuto in vita dalla caparbietà di tanti colleghi che l'avevano conosciuta e che avevano lavorato con lei. L’impegno delle famiglie in casi come questi non basta. I familiari sono soli in battaglie giudiziarie complicatissime e costosissime. Sono certo che il giornalismo d'inchiesta possa fare tanto e non solo per la memoria.

Ad Istanbul, dove ha recentemente partecipato al 3' Symposium internazionale sulla protezione giuridica della donna, ha parlato del rapporto tra giornalismo e femminicidio. Cosa pensa del modo in cui questo argomento viene trattato da alcuni programmi televisivi?

Provo paura quando vedo Barbara D'Urso intervistare zio Michele di Avetrana e altri protagonisti di fatti di cronaca. Di recente mi sono occupato del caso di un chirurgo finito nel tritacarne mediatico di trasmissioni televisive non condotte da giornalisti. Lo definirono un macellaio. In realtà, a parte il risultato estetico davvero terribile, aveva salvato la vita a una persona. Questo concetto è stato ribadito in diverse sentenze giudiziarie. Ora vedremo cosa decideranno i giudici per la definizione di macellaio. Sono certo che un giornalista non avrebbe mai usato quel termine con leggerezza.

Può la notizia influenzare il decorso della giustizia? In che misura?

Se l'informazione è corretta non può che influenzare il decorso della giustizia in modo positivo. Non sono pochi i casi in cui testimoni importanti sono stati rintracciati dai giornalisti e non dagli investigatori.


Nonostante il continuo parlarne, il triste fenomeno del femminicidio sembra non conoscere battute d'arresto. Il tam tam televisivo argina o favorisce tali crimini? Si può rimanere affascinati da scoop sensazionalistici?

È proprio ciò che va evitato: gli scoop sui casi di femminicidio.

dial Amendolara5

Qual è stato il caso più difficile da capire della sua carriera?

Senza ombra di dubbio l’omicidio della giovane Elisa Claps. Ci sono continui misteri nel mistero. È inestricabile.

Quale riaprirebbe?

Quello di Sveva Taffara, una ragazza di Settimo Torinese annegata in un pozzo di una masseria dispersa nelle campagne di Barile. L'hanno chiuso come suicidio, ma è un caso che grida giustizia.

Cos'è per lei il giornalismo?

Bella domanda. È informare i propri lettori/ascoltatori senza influenzarne le idee in modo subdolo.

Eva Bonitatibus

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dialogare Soldatini1Il suono del violoncello. E quello del mare e del vento. Poi l’immagine del silenzio e della pace. Una vibrazione che dalle corde dello strumento arriva fino a quelle dell’anima. Un incontro struggente ed emozionante quello con la musica del mare e con Roberto Soldatini, personalità straordinaria dalla cristallina sensibilità, avvenuto lo scorso 23 aprile in occasione della Giornata mondiale del libro organizzata dal Circolo culturale Gocce d’autore a Potenza. Il musicista, direttore d’orchestra e compositore ha dato alle stampe un bellissimo libro intitolato La musica del mare, edito da Nutrimenti, in cui racconta la sua scelta di mollare gli ormeggi e di andare a vivere da solo su una barca a vela, la sua Denecia. Un’esperienza di vita che gli ha insegnato a conoscere la vita e ad amarla profondamente. Un insegnamento sui veri valori cui dovrebbe anelare l’umanità. Un libro che è un tuffo nel meraviglioso mar Mediterraneo, un’immersione nei turbamenti dell’anima, un’esplorazione della musica più bella. In questa intervista Roberto Soldatini ci aiuta a capire le ragioni della sua scelta, parlandoci della capacità di convivere con la paura senza lasciarsi sopraffare da essa e del nuovo sguardo con cui ha imparato a guardare il mondo.   

Da dove nasce l'idea di mollare gli ormeggi e andare a vivere su una barca a vela?

Nasce da una combinazione di eventi, e da una serie di esigenze. Sono davvero tante, e raccontarle qui sarebbe un po' lungo. Infatti c’ho scritto un libro. Dietro questa scelta c’è in parte la natura nomade dell’uomo. Le obiezioni che Momo rivolse a Minerva per la casa che la dea aveva costruito erano che non l’aveva fatta mobile. E in quanto a mobilità, il senso di libertà che può dare una barca-casa difficilmente può essere eguagliato. Solo quando non hai una casa fissa tutto il mondo diventa tuo. Certo si può viaggiare con l’aereo, ma arrivare in un posto a migliaia di chilometri in un paio ore di volo non è come arrivarci in barca a vela: assapori tutte le sfumature delle diversità che si contrappongono, ti rendi conto delle distanze che copri e ne assapori ogni miglio. Treni veloci e aerei accorciano le distanze, ma accorciano anche la capacità di comprendere il mondo. Anche andare in albergo non è la stessa cosa: ovunque io vada ho la mia casa con me, non ne sento la mancanza. Quando parto per un viaggio non ho bisogno di fare le valigie. E’ sempre tutto con me. Ma in questo tipo di scelta c’è anche un desiderio di tornare all’essenziale. Ogni volta che ho fatto un trasloco mi sono accorto della quantità di cose inutili che si collezionano. Se si vuole riempire la vita bisogna prima svuotarla. Bisogna svuotare le tasche dei sassolini per riuscire a fare un salto. La nostra esistenza è sciupata in dettagli che l'appesantiscono: diventiamo schiavi e non più padroni delle cose e delle case. dialogare Soldatini2

Navigare da solo risponde ad un bisogno di fuga o al desiderio di ricerca?

Qualcuno ha scritto libri che tuonano un “Adesso basta”. Per me questa scelta non è una rottura con il mondo, anzi, è un andare alla sua ricerca. Ma anche alla ricerca di me stesso, degli altri, della vita.


Cosa cerchi nel silenzio del mare?

Nel silenzio cerco la musica. Non ci può essere musica senza il silenzio. Ma nel mare non c’è mai, il silenzio. C’è la musica del mare, con i suoi suoni, la sua polifonia armonia, il suo ritmo. Il suono del vento, quello che genera gonfiando le vele o facendo vibrare sartie e drizze, il suono delle onde che si frangono e quello dello scafo che le solca. 

Musica e Mare, stessa iniziale, stesso potere: condurti in viaggio con il corpo e con lo spirito. Qual è la musica del mare?

dialogare Soldatini3

E' la 'musica' che mi permette di maturare un'interpretazione, di correggere una rotta. Suonando, dirigendo, o componendo cerco di riprodurne l'essenza, in qualche maniera. 

Musica e scrittura. Una fusione perfetta nel rispetto dei tempi e del ritmo. Come nasce questo libro?

Nasce un po' per gioco e un po' per caso. Quando sono partito per la prima volta, senza esperienza, da un molo della Francia meridionale, in rotta per Istanbul, tutti i miei amici erano preoccupati per me, e mi avevano chiesto di mandare loro notizie costantemente. Così avevo cominciato a scrivere un diario di bordo. Miglio dopo miglio diventava una guida turistica, un portolano, un racconto d'avventura e di mare, una riflessione sulla musica, sui luoghi visitati e la loro storia, sulle persone incontrate, sulla vita. E' piaciuto a più di un editore, ma la scelta di Nutrimenti è stata vincente. E' un editore giovane, in crescita, con una squadra affiatata, e lavora molto bene, con coraggio, senza paura di rischiare. Come me.


Qual è il tuo rapporto con la paura? E con la solitudine? 

La paura scompare quando si è disposti a testare i propri limiti, e a tentare di superarli. E la solitudine è necessaria, per meditare, per crescere. Per capire cosa è vero e cosa no. Ma anche proprio per saper stare in compagnia, e dare il giusto valore alle amicizie, all'amore.

Dal centro del mare cosa apprezzi di più?

La forza della natura. La sua bellezza. E quello che mi insegna. 


Come è cambiata la tua vita, anche di musicista, da quando hai fatto questa scelta?

Ho migliorato il mio carattere, smussandone i difetti. Ho imparato tante cose. dialogare Soldatini4Come godere ciò che la vita mi regala, e a saper cogliere i cambiamenti che mi offre. Ho modificato il mio modo di interpretare la musica, cogliendone ogni particolare, ogni sfumatura, rallentando i tempi, così come ho rallentato la mia vita. In un epoca in cui tutti corrono, sempre più veloci, nella vita, come nella musica, trovo che sia molto importante rallentare.

Come è cambiato il modo di vedere la terraferma?

La vedo con altri occhi, che mi permettono di coglierne le peculiarità, ma anche le contraddizioni. E il ritorno è sempre traumatico, più che altro per l'inquinamento dei gas di scarico di macchine e motorini, Il palato mi brucia, mi viene la nausea, mi gira la testa. Insomma, per un po' di tempo sto male. Incredibile a cosa l'uomo si abitua, quale prezzo è disposto a pagare per un'apparente comodità. A volte, anzi spesso, con la morte. Nessuno che usi le biciclette, almeno ogni tanto, almeno quelle elettriche. E nel nostro paese si protesta ogni volta che un sindaco pedonalizza qualche strada. D’accordo, in alcuni casi non è stato concepito un sufficiente piano di circolazione alternativo. Ma gli italiani aspettano sempre che le trasformazioni arrivino dal cielo. Loro però non fanno niente perché le cose migliorino. Per ottenere un cambiamento bisogna rimboccarsi le maniche, e c’è un prezzo da pagare. Ecco perché la maggioranza preferisce lamentarsi, piuttosto che fare. dialogare Soldatini5

Cosa rappresenta per te la musica, la scrittura e il mare?

La musica è una delle professioni che ho sperimentato, che mi ha permesso di esplorare me stesso e il mondo che mi circonda. La scrittura mi permette, grazie anche a incontri stimolanti, come quello che si è svolto a "Gocce d'autore" qualche giorno fa, di confrontarmi con altre realtà, altri sogni. E il mare mette in relazione tutte queste cose.

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Eva Bonitatibus

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dialogare dicapua1 Una passione per la storia, un amore per la terra natale, un’attrazione per la scrittura. Lui è Donato Di Capua, narratore lucano, che in due anni ha dato alla luce due romanzi Il buio della mente, la luce nell’anima e Giocando con le spade di legno, entrambi editi dalla casa editrice Kimerik. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi letterari, tra cui per il primo libro il Premio nazionale “Fratellanza nel mondo” nel 2013 e il Premio letterario nazionale “Un libro amico per l’inverno”, patrocinato dall’Unesco, dall’Accademia delle Belle Arti e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Giocando con le spade ha ottenuto il Premio La Ciociara, anno 2014, il Premio Letterario Nazionale “Zingarelli” e il Premio "Un libro amico per l'inverno", ricevendo inoltre la medaglia del Senato della Repubblica. Le sue storie sono vera poesia, un canto alla bellezza della vita, un inno alla libertà. Noi lo abbiamo avuto ospite a Gocce d’autore in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo ed abbiamo voluto ospitarlo anche nella nostra rivista per continuare il dialogo avviato qualche mese fa.   

Un romanzo storico sul Risorgimento italiano che parla di brigantaggio. Un fenomeno che popolò i boschi della Basilicata e che è stato raccontato in tanti modi. Tu affidi la narrazione ad un bambino di 10 anni. E' un tentativo per restituire purezza ad uno dei periodi più controversi della nostra storia?

La purezza è uno dei valori che ogni uomo dovrebbe mantenere  anche da adulto, perché tramite essa riesce a preservare la semplicità e l'essenzialità di un bimbo. Lo stupore nei confronti del mondo, l'amore per la libertà, sono componenti del mio romanzo. Quel bambino di dieci anni vive appieno la sua essenza e lo fa puro, libero, semplice.  Quindi si, quella purezza ridà verità alle controversie della storia.

La parola che più ricorre nel romanzo è libertà. È la chiave di lettura che l'autore consegna al lettore?

Tra le chiavi di lettura è di certo la più importante, in quanto è valore sensato ed imprescindibile di ogni vita umana e per quanto mi riguarda anche di ogni mia storia. La affido al lettore affinché tramite essa possa imparare a desiderare questo stato, o possa apprezzarlo ancor di più se già sa di averlo. Nel  mondo di oggi non si è mai liberi completamente. Compito di ogni essere è conquistare la libertà in quanto è essa stessa vita.

Chi sono i protagonisti del romanzo?

dialogare dicapua2 resizeProtagonisti del romanzo sono due bambini di 10 anni che con il tempo e con il dolore crescono. Diventano uomini e sanno di dover vivere delle tante gioie che la vita non smette di riservare loro. Uno prende il mio nome, è il mio alter ego, l'altro è un personaggio che la storia ha sempre penalizzato, appellandolo "delinquente,  brigante". In fondo non era altro che un uomo che credeva che l'unione facesse la forza e che sognava la libertà,  la fatidica libertà che otterrà solo con la morte.

Il lupo e il serpente sono i nomi di battaglia dei due piccoli eroi. Sono questi a segnare il destino dei due futuri uomini?

Il lupo e il serpente seguono i protagonisti nel loro percorso di vita, sono nomi e sono codici per chiamarsi senza farlo capire al resto del mondo. Sono due simboli, opposti, di forza, di vita. Due esseri che nulla temono, nemmeno la notte, quando la loro migliore amica sarà quella splendida dama bianca che noi mortali chiamiamo luna.

È un libro che presenta il brigante più vessato dalla storiografia ufficiale in una chiave inedita. Chi è veramente Carmine Crocco?

Come dicevo Carmine Crocco era un uomo come tanti, un uomo che ha avuto il coraggio delle proprie idee, che ha portato avanti i suoi sogni, i suoi diritti alla vita, ad un'esistenza dignitosa che altri uomini gli tolsero, bastonandolo come si fa alla peggiore delle bestie. Uomo dai nobili ideali ma che la rabbia ha saputo sopraffare, inducendolo a commettere errori micidiali, tanto che il mezzo ha purtroppo superato il fine. E la storia lo ha rinnegato.

Quale ruolo avrà la "spada di legno"?

La spada di legno è la vera chiave di lettura del libro e vuol dire tre cose: libertà,  semplicità,  coraggio. È questa a dare la forza di lottare contro le ombre nel grano, è questa il sigillo dell'amicizia tra i protagonisti, e sarà questa, anzi, le spade, a permanere nel tempo odorando d'eternità,  divenendo almeno loro immortali.

La cornice del romanzo è una Basilicata d'incanto, in cui la luce, gli odori e le forme rappresentano autentici affreschi sentimentali. È amore per la terra natale?

dialogare dicapua3 resizeLa Basilicata è in sé amore, è in sé odore, luce, sapore, freschezza,  purezza. È terra rude ma dolce, delicata ed aggressiva, fragile e forte. Ed io la amo per tutto questo.

Un libro che parla soprattutto della storia di un'amicizia. A chi è rivolto?

I miei libri nascono per essere rivolti a chiunque abbia voglia di sentimento, di emozione, di rivivere i valori portanti dell'esistenza. A chiunque desideri, almeno per un attimo, di essere immortale, come un sorriso, come l'aria, come i sogni.

Cosa rappresenta per te la scrittura?

La scrittura è il mezzo, il modo ed al tempo stesso il fine per espletare la parte migliore di me, quella che sogna l'eternità delle vite e dei ricordi e che non smetterà mai di guardare oltre la siepe dell'esistenza terrena per spingersi nel tempo dell'immenso.

Eva Bonitatibus

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dialogare LorenzoMarone1

Scrivere a quarant’anni indossando i panni di un settantasettenne. E sentirsi felice. Questo ha fatto lo scrittore napoletano Lorenzo Marone nel romanzo edito da Longanesi, La tentazione di essere felici, diventato presto un caso letterario. In pochi mesi il libro è già alla quarta ristampa e si parla anche di film. La tentazione di essere felici è entrato nella rosa degli 11 libri presentati al Festival di Berlino dopo una selezione tra 130 titoli provenienti da 25 paesi. Un successo conclamato che sta portando la storia di Cesare Annunziata nelle librerie di tutta Italia. Lorenzo Marone, l’autore talentuoso che parla del “coraggio delle scelte”, approda alla scrittura dopo una decennale esperienza nell’avvocatura. Lui di coraggio ne ha avuto perché ha capito che la sua strada è quella delle lettere. E non è stato facile lavorando nello studio del padre avvocato. Ma lui ci insegna attraverso le pagine di questo libro che occorre prestare ascolto alle proprie inclinazioni e dar loro voce. Noi lo abbiamo incontrato a Potenza in occasione della presentazione alla Ubik e gli abbiamo rivolto una serie di domande. In particolare gli abbiamo chiesto cosa sia la felicità per un uomo di 40 anni e cosa per uno di 77. Lui ci ha risposto così:

La felicità non è e non può essere una. Le cose che ci rendono felici a quarant'anni non possono farlo a ottanta. Alla mia età la felicità è "costruire" un progetto, la famiglia o un sogno. La puoi trovare anche nell'impugnare la mano di tuo figlio. A ottanta, credo sia l'accettare con serenità ciò che si è fatto, ciò che sei stato.

Chi è Cesare Annunziata e quando lo ha incontrato?

E' un uomo comune, con i suoi limiti e i suoi pregi, una persona apparentemente cinica ed egoista, ma, in realtà, profonda e sensibile, che a un certo punto decide di voler "cambiare" la sua vita e iniziare a godersela sul serio.

Una vita raccontata al contrario. Come cambiano le prospettive di vita per un uomo alla soglia degli 80 anni?

A ottanta anni è più facile, forse, sentirsi liberi, è più semplice "fregarsene" del giudizio altrui e di piacere a ogni costo. Il non dover piacere agli altri è una grandissima libertà.

Tema centrale del libro è il rimpianto per le “non scelte" compiute. Un invito ad ascoltare il famoso campanellino?

Sì, ognuno di noi, a volte, non sceglie, per pigrizia, poco coraggio, abitudine, paura. Invece bisognerebbe sempre decidere della propria vita, e non lasciare che siano gli altri a farlo per te, o la vita stessa.

Dedica questo libro alle persone fragili, che amano senza amarsi. Nel suo libro si parla di persone fragili e delle fragilità degli uomini, è forse un romanzo psicologico? dialogarelatentazionediesserefelici2

Si tratta di un romanzo introspettivo. Tutto quello che scrivo riguarda l'introspezione, il guardarsi dentro per cercare di capirsi, di trovare una sorta di equilibrio che ci permetta di vivere serenamente.

Un romanzo che accende i riflettori sulle persone anziane. C'è tanta solitudine, e poi?

Non c'è solo solitudine, ma anche molta voglia di vivere. Cesare Annunziata è tutt'altro che un uomo solo e triste, viceversa è uno che ama ancora molto la vita e fa di tutto per non sprecare nemmeno un giorno del suo tempo. 

Si parla anche della possibilità di redenzione. A 77 anni si può ancora cambiare?

Si può cambiare fino alla fine, per fortuna. Basta solo trovare un po' di coraggio per uscire dalla propria zona di sicurezza.

Nel suo libro è raccontata la società contemporanea con tutte le sue contraddizioni. Si può dire che è uno spaccato di questa epoca in cui le tante problematiche emergono nella loro virulenza: illusione, delusione, passione, tradimento, violenza, cui fanno da contraltare l’amore, la ricerca della serenità, la tenerezza, la comprensione. Compagni di uno stesso viaggio?

Il romanzo parla di vita, e quando parli di vita, devi parlare per forza di cose di contraddizioni ed emozioni che si contrappongono di continuo.

Parliamo della cornice nella quale si svolge la vicenda: Napoli, la sua città.Le sue voci e i suoi paesaggi accolgono il lettore a braccia aperte e fanno scoprire una Napoli nuova, una città che “accoglie” tutte le diversità del mondo. Quale Napoli ci descrive?

Una Napoli "normale", diversa dalla solita che si vede in televisione. La mia Napoli è fatta di condomini come quello di Cesare Annunziata, spicchi di mondo che potrebbero trovarsi ovunque.

Il finale della storia è aperto, non si sa come va a finire, al lettore la scelta. Non c’è lieto fine né tentativo edificante, solo un lunghissimo elenco di “mi piace” chiuso da un “mi piace chi combatte ogni giorno per essere felice”. Come combatte lei per essere felice tutti i giorni?

dialogarelorenzomarone3Cerco di seguire sempre le mie passioni, di essere incentrato sui miei bisogni, di coltivare la fantasia, la creatività. Cerco di "scegliere", quando possibile, le mie giornate.

Cos'è per lei la scrittura?

Un modo per esternare ciò che ho dentro, per "sfogarmi", per analizzarmi, per infilarmi in mondi diversi, dove tutto è possibile. E' una forma di auto-terapia, un modo per guardarsi dentro ed entrare in contatto con il proprio Io più profondo.

Eva Bonitatibus

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dialogare MauriziodeGiovanni 1 Dalle stagioni del commissario Ricciardi ai casi dell’ispettore Lojacono, dalla Napoli anni ’30 a quella contemporanea, dal noir al poliziesco, dai vicoli colorati e chiassosi agli ambienti grigi di Pizzofalcone. Un filo mai interrotto della narrazione lungo il quale si snoda l’intera vicenda letteraria di uno degli scrittori italiani più letti di quest’ultimo decennio. Maurizio de Giovanni, napoletano di nascita e di fede, dal 2005 ad oggi ha dato alle stampe oltre trenta titoli, tra romanzi e racconti, inaugurando fortunate serie di noir da cui sono state tratte anche fiction televisive. Un successo di lettori e di critica dovuto al modo accattivante di scrivere le storie, al saper mescolare sapientemente cronaca e sentimento, ferocia e passione, tecnica e talento. Maurizio de Giovanni scrive con la testa e con il cuore, commuove e si commuove. E’ uno scrittore vero che non usa artifici per conquistare il pubblico e i suoi romanzi sono stati giustamente definiti “neri sentimentali”. Lo abbiamo incontrato alcuni anni fa a Potenza, in occasione della presentazione del suo libro Il metodo del coccodrillo, e ci ha conquistati. Oggi lo abbiamo cercato di nuovo per rivolgergli altre domande e la sua immediata disponibilità ci ha entusiasmato.

 

Quando nasce la sua passione per la scrittura e in particolare per il “giallo”?

 

E’ una passione relativamente recente, risale a dieci anni fa. Alcuni amici mi iscrissero per scherzo a un concorso e io lo vinsi; era un concorso per giallisti. Tutto molto per caso, dunque. Come ogni cosa bella.

 

dialogare ilrestodellasettimana 2Le storie che racconta sono intrise di una grande napoletanità, anche l’ultimo, Il resto della settimana, in cui parla della sua passione per il calcio e della sua squadra del cuore. La sua città fa da sfondo a tutti i suoi romanzi, perché?

 

Credo che un libro sia un viaggio, o almeno dovrebbe esserlo, e uno scrittore solo una specie di guida turistica. Deve portare il lettore, perciò, in un luogo e in un tempo che conosce, per poterlo raccontare realisticamente e in ogni aspetto. Io racconto la mia città, perché è un meraviglioso territorio che produce storie in continuazione.

 

Gialli ambientati in varie epoche storiche ma che ruotano intorno ad efferati omicidi passionali. Quanto “pesca” dalla realtà?

 

Più che nella realtà, nella natura umana. Il delitto purtroppo fa parte di noi fin dall’origine della specie, e affonda le radici nelle passioni primarie. Raccontare il crimine significa raccontare una parte di noi che non ci fa piacere accettare, ma che esiste eccome.

 

I suoi personaggi sono un po’ picareschi, alcuni caratterizzati da nobili sentimenti altri invece si rivelano imbroglioni e spregiudicati. Tutto è cominciato con il fatidico commissario Ricciardi, e poi?

 

dialogare ilpostodiognuno 3E poi Ricciardi e io ci siamo guardati attorno, e abbiamo scoperto un intero mondo di persone e sentimenti ed emozioni, che è stato ed è bello raccontare nella sua immensa varietà.

 

Nei suoi gialli c’è un retrogusto romantico. E’ un tratto autobiografico dell’autore?

 

Io credo che chiunque, sotto la crosta di una difesa dalla sofferenza più o meno consolidata, sia romantico. Crediamo nell’amore e in quello che può diventare, se sottoposto a gelosia o invidia. Ne siamo testimoni giorno dopo giorno, e raccontiamo questo.

 

I suoi protagonisti sono tutti uomini. E’ una scrittura al maschile? Secondo lei è giusto parlare di scrittura di genere?

 

Credo che le donne nei miei romanzi siano assolutamente protagoniste, e qualsiasi lettore può verificarlo facilmente. Maschili sono solo i veicoli che utilizzo per percorrere la vicenda, la prospettiva per così dire: ma le vere protagoniste sono le donne. Su questo non ho alcun dubbio.

 

Per lei la letteratura ha più valore di restituzione o di identificazione?

 

Né l’una né l’altra. Per me la letteratura dev’essere il racconto di storie, di altri mondi e altri tempi e altri spazi in cui rifugiare la propria immaginazione.

Quali messaggi vuole tramettere attraverso i suoi romanzi?

 

Mi dispiace, ma non trasmetto messaggi né mi interessa farlo. Io racconto solo storie.dialogare 4

 

Tanti premi e numerosi riconoscimenti per la sua produzione narrativa confermano il valore della sua letteratura. Qual è il segreto del suo successo?

 

Magari ci fosse un segreto: saprei come mantenere e incrementare questo meraviglioso momento. Credo solo di aver trovato qualche personaggio interessante da raccontare.

 

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

 

Un modo molto divertente e gratificante per guadagnarmi il tempo di leggere.

 

Eva Bonitatibus

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dialogare Michele Pogliani

Sarà a Livorno e a Napoli nel prossimo mese di aprile per individuare giovani danzatori. Il nuovo talent scout in Italia della Rotterdam Dance Accademy, la più importante accademia di danza d’Europa, Michele Pogliani ha ricevuto da poco la prestigiosa nomina che gli consentirà di “promuovere” nuovi talenti cui offrire concrete possibilità per l’inizio della loro carriera. Il danzatore e coreografo italiano dalla lunga e luminosa carriera racconta in questa intervista la sua vita per la danza, le sue esperienze professionali, la sua filosofia sul corpo e sul superamento dei propri limiti. Racconta anche le nuove frontiere della danza, di come i nuovi approcci ai linguaggi virtuali possano dare vigore al gesto e al movimento. Ma il nostro ospite fa anche un’analisi sullo stato dell’arte tersicorea in Italia e con una punta di rammarico ne denuncia la scarsa attenzione nella quale viene considerata.

 

Michele Pogliani, definito dalla critica danzatore e coreografo dell'osservazione per il suo "movimento dello sguardo" e per l'intensità del gesto. Cosa deve essere la danza? Un linguaggio, un'esperienza emozionale o un modo per stare al mondo?

 

Per quanto mi riguarda la danza è sicuramente un’esperienza corporea, un viaggio emotivo e un linguaggio. Ho sempre pensato alla danza come a una scelta di vita, una necessità da cui non si può prescindere. Che si parli di un linguaggio astratto piuttosto che di un linguaggio teatrale, espressivo è un percorso che partendo dal nostro corpo si dirama alla nostra coscienza. Non si può scindere il piacere e l’esperienza fisica dal nostro essere emotivo ed intellettuale. Se questo non avviene, il viaggio è incompleto.

 

Come e quando si è avvicinato all'arte tersicorea? 

 

Molto tardi, all’età di 17 anni. Mia madre mi portava spesso a vedere i grandi balletti classici. Mi appassionai al punto di voler diventare un critico di danza consapevole che non sarei mai riuscito a recuperare il tempo perduto. Cominciai a studiare con Elsa Piperno per avere gli strumenti per capirne di più. Mi sbagliavo! Dopo la prima lezione di Graham volevo fare solo quello, ballare. E così è stato.

 

Dodici anni a New York nei primi anni '80. Un'esperienza da sogno al Merce Cunningham, a contatto con grandi coreografi, nella Rosalinda Newman and dancer, nella Laura Dean dancer and musicians, nella Lucinda Childs dance company con cui ha fatto il tour mondiale Einstein on the Beach di Robert Wilson e Philip Glass. Cosa porta con se' di questa straordinaria avventura?

 

Vivere gli anni 80 a NY è stato un privilegio immenso. L’America era un focolaio di artisti, pittori, scrittori, poeti, musicisti e coreografi. Si era liberi di creare e di pensare l’impossibile. Dopo una prima esperienza con Rosalind Newman, che mi ha insegnato la dedizione necessaria per diventare un danzatore, mi sono subito interessato al movimento minimalista in tutte le sue forme. La mia prima esperienza fu con Laura Dean, coreografa e musicista minimalista e storica collaboratrice di Steve Reich. Lavorare in seguito con Lucinda Childs fu il coronamento di un sogno. Da lei e, successivamente da Robert Wilson, ho imparato tutto quello che so oggi a livello coreografico, registico e di illuminazione della scena. Lucinda mi ha cambiato la vita, Wilson l’ha raffinata.

Da Merce, dove ho studiato i miei primi anni nella grande mela ho imparato che tutto è possibile; i limiti sono solo linee immaginarie che delineano la nostra insicurezza, ma se si vuole fare arte bisogna essere disposti a superarli, a combattere i propri fantasmi e ad infrangere i propri tabù.

 

Com'è cambiata la danza da allora?

 

dialogare 2Credo che l’America abbia subito un’involuzione dopo la progressiva perdita dei grandi maestri che hanno dato vita alla Danza Moderna e al post modernismo. L’interesse si è sicuramente trasferito in Europa e in Israele, dove una nuova generazione sta sperimentando e portando la danza a grandissimi livelli. Quello che forse mi manca oggi è la firma, il segno distinto dei nuovi coreografi. Il metodo di lavoro è cambiato, ci si affida molto di più all’apporto dei propri danzatori. Questo, da una parte, ha arricchito il linguaggio, dall’altra ha creato una leggera perdita di identità da parte del coreografo che delle volte si può definire un vero e proprio regista. Stiamo vivendo un momento storico in cui i grandissimi talenti si sprecano, peccato però che l’attenzione per la danza (soprattutto in Italia) sia immensamente calata.

 

La sua straordinaria vita da danzatore lo ha portato sui grandi palcoscenici del mondo in qualità di interprete e di coreografo. Ha anche fondato una sua compagnia, CMP,  nel 1997 e sciolta nel 2005. Il suo debutto fu "Il Rosario di Umili Meraviglie", uno spettacolo che parlava dell'amore inteso quale eterna e disperata lotta. Oggi che posto occupa questo tema nella sua arte?

 

Dopo il Rosario, ho lavorato su tematiche completamente diverse. Ero affascinato, insieme ai miei collaboratori, dalle nuove tecnologie, dal video gioco, per tornare al gioco analogico, al musical e all’aspetto ludico della danza. Dal 2008, dopo la morte del mio compagno, sono tornato a un aspetto più umano della danza. Il tema dell’amore, della seduzione, dell’ispezione del corpo sono tornate a guidare le miei creazioni.

 

Uno stile che fonde "la contemporaneità dell'avanguardia e l'eternità del classico" e che esalta il rapporto tra il corpo e lo spazio. Nell'era virtuale come cambia questa relazione? 

 

Il virtuale è spesso considerato freddo e distaccato rispetto all’esperienza dal vivo. Non sono d’accordo. Credo che, ad esempio, il video sia diventato uno strumento di facile presa e fruibile a un pubblico molto vasto. Ciò che è importante è l’uso che uno ne fa. Grandissimi artisti si cimentano con questo strumento da anni, così come molti giovani artisti oggi. L’impatto può essere estremamente forte e toccante. Il video ha un potere mediale di grandissimo impatto, come il cinema d’altronde. La danza trasposta su video, certo, perde l’emozione e la fragilità dell’esperienza live, ma non per questo è meno forte o emotivamente fredda. Da qualche anno mi sto dilettando anch’io con questo mezzo e ne sono completamente affascinato.dialogare coreografia Pogliani

 

Dallo scorso mese di Gennaio e' stato nominato ufficialmente Talent Scout in Italia per la CODARTS di Rotterdam, una delle Accademie più prestigiose d’ Europa, di cui e' stato coordinatore sotto la direzione artistica di Samuel Wuersten. Quale sarà il suo compito?

 

Lavorare alla Codarts e soprattutto con Samuel è stata un’esperienza fondamentale. Ne avevo gli strumenti e credo di aver dato un apporto importante. Ora dopo undici anni di collaborazione con loro sono felice mi abbiano datodialogare MP questo riconoscimento. Di fatto si tratta di individuare giovani di talento a cui poter offrire borse di studio o inviti ufficiali alle audizioni che l’accademia tiene in Italia grazie all’AED di Livorno, partners ufficiali della Codarts.

 

Ha fatto un cenno al suo rapporto con l'Italia. Come giudica lo stato di salute della danza in Italia? 

 

Purtroppo il mio rapporto con il nostro paese è da sempre piuttosto conflittuale. Trovo sia un paese meraviglioso con il potenziale di essere un paradiso e dove vivono grandi menti. Ma questo rimane, a mio parere, solo latente. Di fatto è un paese che culturalmente è sprofondato ai minimi storici. La danza, ovviamente, è la prima a risentirne.

 

Coreografo e maestro di danza contemporanea, collaboratore dell’AED di Livorno, coordinatore del Triennio Alta Formazione presso la Formazione Bartolomei a Roma, quali valori trasmette ai suoi ballerini e allievi?

 

Come dicevo prima, la danza è un percorso e non solo una disciplina. Insegnare danza ai giovani è per me una scusa per accompagnarli nel loro viaggio della vita. Un danzatore senza cultura, etica, morale e passione sarà solo e sempre un bravo esecutore. Se di arte stiamo parlando, questo non basta. Dico sempre ai miei allievi che per essere un danzatore o danzatrice completi bisogna affrontare una sorta di catarsi. Quello che si è in sala non differisce così tanto da quello che si è nella vita come persona. La danza spaventa. Il rapporto che si crea con la nostra immagine riflessa allo specchio, il contatto e la percezione del nostro corpo, della nostra sessualità, il rapporto con gli altri e la possibilità di esprimersi solo con il nostro corpo sono tutti elementi che vanno affrontati con coraggio e senza limiti. In QUESTO la danza non è per tutti.

 

Come deve essere il danzatore per Michele Pogliani? Quali requisiti e quali qualità deve possedere? 

 

Deve essere consapevole di se stesso e padrone dei propri mezzi. Disponibile e aperto a qualsiasi esperienza coreografica gli si proponga. Avere un proprio stile e naturalezza nel movimento. Essere elegante e sensuale, forte ma morbido e deve amare questo lavoro.

Eva Bonitatibus

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Ci sono posti a cui resti legato per sempre, pur non essendoci nato, ma soltanto passato, lasciando traccia indelebile come un'impronta sul cemento.

Questo è il ricordo che Mario Luzi, poeta toscano, ha lasciato alla città di Parma, in cui viene ricordato con profonda stima e affetto. Un amore reciproco, che il “giovane poeta in esilio”, come lo definì Attilio Bertolucci, non ha mai tenuto nascosto.

Diverse furono le coincidenze che hanno legato l'Emilia e Parma, in particolare, al poeta, dagli esordi alla consacrazione come esponente dell'ermetismo.

Come quando, in tempi non sospetti, l'editore modenese Ugo Guanda aveva pubblicato una raccolta di poesie intitolata “La Barca”. Era il 1935, Mario Luzi aveva 21 anni e con questa pubblicazione sconfinò dalla Toscana per consacrarsi uno dei maggiori esponenti dell'ermetismo. E ancora, la conferma di Luzi nel panorama della letteratura contemporanea fu data dal successo ottenuto con le liriche de l' “Avvento notturno”, pubblicate nel 1940, proprio durante il periodo in cui il poeta si trasferì a Parma per insegnare presso l'Istituto Magistrale “Melloni”. A questo periodo risale l'amicizia con Attilio Bertolucci, un legame così forte tanto che Luzi alla morte dell'amico affermerà: “Il tempo mi aveva preparato a questo congedo. Sono stato suo compagno di giovinezza e di lavoro. Poi è subentrata un'attenzione reciproca ai nostri lavori, ai nostri libri, alla poesia, che ha cementato l'amicizia per tutta la vita, quasi per tutto il secolo!”. Mentre Bertolucci, quando era ancora in vita, nel ricordare i bei tempi trascorsi a Parma raccontava: “Arrivavano [le ragazze] in Via Cavour dove Mario stava seduto a una tavolinetto del Caffè Centrale a bersi un cappuccino, e si dissolvevano nell’aria fredda e azzurra, al di là dei cristalli spessi, immagini eterne di una giovinezza fragile che il poeta non poteva sentire senza una stretta al cuore. […]”. Bertolucci aveva scavato nel pensiero di Luzi a tal punto da cogliere l'essenza della sua anima e della sua poesia. Poesia come espressione di meditazione profonda sulla vita, ecco cosa rappresenta l'ermetismo di Mario Luzi. Numerose sono state le iniziative in occasione del centenario della sua nascita, lo scorso anno, altrettante sono previste per gli ottant'anni dalla pubblicazione della sua prima raccolta “La Barca” e i dieci anni dalla morte avvenuta nel febbraio 2005, a noi piace ricordarlo così...

 

L'immensità dell'attimodialogare M Luzi
                                                                                                         
Quando tra estreme ombre profonda
in aperti paesi l'estate
rapisce il canto agli armenti
e la memoria dei pastori e ovunque tace
la segreta alacrità delle specie,
i nascituri avallano
nella dolce volontà delle madri
e preme i rami dei colli e le pianure
aride il progressivo esser dei frutti.
Sulla terra accadono senza luogo
senza perché le indelebili
verità, in quel soffio ove affondan
leggere il peso le fronde
le navi inclinano il fianco
e l'ansia de' naviganti a strane coste,
il suono d'ogni voce
perde sé nel suo grembo, al mare al vento.

 

Anna Chiara Blasi da Parma

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Piero Dorlfes

Imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Questo il pensiero di Piero Dorfles, giornalista e critico letterario trai più affermati in Italia. lo abbiamo cercato perché solleticati dal suo ultimo libro, “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita”, un saggio che racconta i romanzi che rappresentano i pilastri della letteratura mondiale. Piero Dorfles è nipote del noto critico d’arte Gillo Dorfles, frequentatore abituale della libreria di via Ripetta a Roma ideata e gestita dalla Signora Agnese De Donato che pure abbiamo ospitato in questa sezione della rivista. La sua formazione intellettuale ha sicuramente tratto giovamento dall’ambiente nel quale è cresciuto e i frutti di tali stimoli risiedono tutti nella sua vita spiritualmente ricca. E’ infatti stato responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio Rai ed ha condotto il programma televisivo “Per un pugno di libri” in onda su Rai 3. Ha curato dal 2007 la rubrica radiofonica “Il baco del millennio” per Radiouno. Ha scritto vari libri tra cui “Atlante della radio e della televisione” (Nuova ERI 1988), “Guardando all’Italia” (Nuova ERI 1991), “Carosello” (Il Mulino 1998) e “Il ritorno del dinosauro, una difesa della cultura” (Garzanti libri 2010). Piero Dorfles è stato ospite di Gocce d’autore a Potenza per la presentazione del suo ultimo lavoro nel giugno 2014 e oggi lo abbiamo contattato per un dialogo sul valore della lettura e dei libri e sul loro rapporto con la popolazione. Ma prima di tutto gli abbiamo chiesto come e quando nasce la sua passione per i libri e chi per primo lo ha avviato alla pratica della lettura. Lui ci ha risposto così:    

 

“Credo che nasca con le letture che mia madre faceva a me e a mia sorella la sera, prima che ci addormentassimo. A partire da Pinocchio per passare a Salgari e a Verne.”

 

La lettura è una forma di assoluta dedizione che occorre saper coltivare. Per non sbagliare, soprattutto con gli adolescenti, qual è secondo lei l’approccio migliore per avvicinare i ragazzi ai libri? Quali insomma i libri da evitare e quelli da consigliare?

 

dialogare 2“Non sono sicuro che si tratti di dedizione, quanto di acquisizione di una competenza. Leggere, infatti, secondo me, non è in sé una passione ma una capacità, una competenza che, se coltivata, può produrre passione. Ecco perché non credo ci siano libri da consigliare e altri da evitare, perché coltivare la lettura è soprattutto coltivare la capacità di affrontare un testo scritto e di trarne informazione, sapere e piacere. Da piccolo ho avuto per le mani testi orribili, che però mi hanno permesso di esercitarmi ad avere dimestichezza con il meccanismo della lettura. Così penso che oggi il problema dei giovani non sia quello di affrontare letture "nobili" ed edificanti, ma di imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Dunque va bene tutto, da Coelo a Kafka, da Baricco a Mann, da Geronimo Stilton all'Ulisse di Joyce. La capacità di giudicare i libri più adatti a sé e alla propria formazione verrà dopo. E non esiste un'età adatta: dai dodici anni in su, tutti possono leggere tutto. Meglio che un ragazzo incontri la descrizione di un rapporto sessuale nell'Amante di Lady Chatterley che in un giornalino pornografico.”

 

Quali sono, secondo lei, i libri che aiutano a crescere?

 

“Tutti. Ma i classici prima degli altri, proprio perché mettono in contatto con una forma di scrittura solida, con riferimenti importanti ai problemi dell'essere.”

 

E quali dovrebbero essere le letture degli adulti che vogliono cominciare a leggere?

 

“Stesso discorso del punto 2. Non c'è un metodo per imparare a leggere da adulti, né un testo migliore di un altro. C'è chi ha cominciato, magari dopo essere andato in pensione, con il Conte di Montecristo e chi con la Montagna incantata. A ciascuno il suo.”

 

Nella sua recente pubblicazione “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita” passa in rassegna i classici della letteratura universale. Quelli che secondo Italo Calvino “non hanno mai finito quel che hanno dire”. E’ questa la chiave di lettura del suo libro?

 

“Veramente ho cercato di seguire un altro criterio. Calvino parla dei grandi classici in assoluto, mentre nei Centolibri io ho cercato di individuare i classici che hanno una certa popolarità, che sono entrati in un modo o nell'altro nell'immaginario letterario collettivo, quelli di cui si può parlare ovunque, in treno o in un articolo, al bar o in un programma tv, perché contengono riferimenti che sono comprensibili a tutti quelli che li hanno letti e rappresentano una forma di sapere collettivo da cui tutti traiamo immagini, tropi linguistici e archetipi del comportamento umano.”

 

A quale ricchezza si riferisce nel suo libro?

 

“Potrei dire che mi riferisco a una ricchezza spirituale, intellettuale, che è certo quella che il libro ispira in primis. Ma c'è qualcosa di più terreno e materiale, dovuto al fatto che chi più legge, più sa, più conosce, più pensa, più è ricco non solo intellettualmente, ma anche economicamente. I paesi dove si legge di più hanno la maggiore crescita del Pil, dei brevetti, dello sviluppo di nuove tecnologie, di servizi più efficienti. Se si tratta di una coincidenza, è una coincidenza non casuale, perché la lettura è in sé il più alto esercizio intellettuale che possa compiere l'uomo, e  - anche se non tutti i lettori e le persone colte sono migliori di quelle incolte - la intelligenza collettiva di un paese che legge è uno strumento di benessere e sviluppo che i paesi che non leggono non hanno.”

 

Si è buoni scrittori se si è buoni lettori. Quali sono i criteri, secondo il suo parere, per scrivere una buona storia?

  

“Credo che chi vuole scrivere debba prima aver letto e vissuto. La scrittura non è, come purtroppo molti pensano, il trasferire sulla carta sentimenti e sensibilità personali. E' la capacità di produrre in un racconto una realtà autonoma, realistica o fantastica che sia, che abbia una sua coerenza interna e rappresenti la trasfigurazione letteraria del nostro pensiero. La semplice trasposizione dell'esperienza in un racconto difficilmente sarà letteratura. Perché lo diventi è necessario che si sia sviluppato uno strumento di elaborazione analitica e critica che vada al di là del rispecchiamento del reale. Bisogna poi pensare che sono millenni che l'uomo racconta e scrive, e che è difficilissimo non ripercorrere sentieri già affollati. Ecco perché per scrivere è necessario conoscere bene i classici, capirne la chiave narrativa, lo strumento linguistico e l'elaborazione dei personaggi. Troppo spesso si pubblicano testimonianze sincere ma ingenue di persone che sentono il desiderio di condividere il loro vissuto ma non sono in grado di elaborarlo letterariamente. Tempo, fatica a carta sprecata.”

 

dialogare 1Qual è il suo rapporto con gli incipit? E qual è il suo incipit preferito?

 

“Gli incipit possono essere belli e terribili. A suo tempo Fruttero e Lucentini pubblicarono un libro con un centinaio degli incipit più significativi della letteratura mondiale. Rimando a quel testo. Io penso che alle volte - come in 100 anni di solitudine, o in Anna Karenina - un incipit dica più di un intero romanzo.”

 

Se dovesse scrivere un libro, dopo averne letti tanti, quale storia racconterebbe? Scriverebbe un romanzo o un racconto? E che tipo di scrittore si definirebbe: di montagna o di terre basse, per usare un’espressione di Giuseppe Lupo nel suo “Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma”?

 

“Se dovessi scrivere un romanzo vorrebbe dire che me ne è venuta l'ispirazione, e che sarei diventato un aspirante scrittore. Per ora non sono nemmeno quello, e quindi non posso classificarmi, perché non ho mai scritto nemmeno un raccontino.”

 

Se dovesse partire per un’isola deserta, quale libro porterebbe con sé?

 

“Mi scusi, ma per quale pazzesca casualità dovrei partire per un'isola deserta con un libro solo? Meglio niente, allora: Robinson se la cavava benissimo senza libri, e sono convinto che in un'isola deserta c'è un sacco di lavoro da fare, per sopravvivere.”

 

 

Eva Bonitatibus

Imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Questo il pensiero di Piero Dorfles, giornalista e critico letterario trai più affermati in Italia. lo abbiamo cercato perché solleticati dal suo ultimo libro, “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita”, un saggio che racconta i romanzi che rappresentano i pilastri della letteratura mondiale. Piero Dorfles è figlio del noto critico d’arte Gillo Dorfles, frequentatore abituale della libreria di via Ripetta a Roma ideata e gestita dalla Signora Agnese De Donato che pure abbiamo ospitato in questa sezione della rivista. La sua formazione intellettuale ha sicuramente tratto giovamento dall’ambiente nel quale è cresciuto e i frutti di tali stimoli risiedono tutti nella sua vita spiritualmente ricca. E’ infatti stato responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio Rai ed ha condotto il programma televisivo “Per un pugno di libri” in onda su Rai 3. Ha curato dal 2007 la rubrica radiofonica “Il baco del millennio” per Radiouno. Ha scritto vari libri tra cui “Atlante della radio e della televisione” (Nuova ERI 1988), “Guardando all’Italia” (Nuova ERI 1991), “Carosello” (Il Mulino 1998) e “Il ritorno del dinosauro, una difesa della cultura” (Garzanti libri 2010). Piero Dorfles è stato ospite di Gocce d’autore a Potenza per la presentazione del suo ultimo lavoro nel giugno 2014 e oggi lo abbiamo contattato per un dialogo sul valore della lettura e dei libri e sul loro rapporto con la popolazione. Ma prima di tutto gli abbiamo chiesto come e quando nasce la sua passione per i libri e chi per primo lo ha avviato alla pratica della lettura. Lui ci ha risposto così:     

“Credo che nasca con le letture che mia madre faceva a me e a mia sorella la sera, prima che ci addormentassimo. A partire da Pinocchio per passare a Salgari e a Verne.”

La lettura è una forma di assoluta dedizione che occorre saper coltivare. Per non sbagliare, soprattutto con gli adolescenti, qual è secondo lei l’approccio migliore per avvicinare i ragazzi ai libri? Quali insomma i libri da evitare e quelli da consigliare?

“Non sono sicuro che si tratti di dedizione, quanto di acquisizione di una competenza. Leggere, infatti, secondo me, non è in sé una passione ma una capacità, una competenza che, se coltivata, può produrre passione. Ecco perché non credo ci siano libri da consigliare e altri da evitare, perché coltivare la lettura è soprattutto coltivare la capacità di affrontare un testo scritto e di trarne informazione, sapere e piacere. Da piccolo ho avuto per le mani testi orribili, che però mi hanno permesso di esercitarmi ad avere dimestichezza con il meccanismo della lettura. Così penso che oggi il problema dei giovani non sia quello di affrontare letture "nobili" ed edificanti, ma di imparare a comprendere ed apprezzare un testo. Dunque va bene tutto, da Coelo a Kafka, da Baricco a Mann, da Geronimo Stilton all'Ulisse di Joyce. La capacità di giudicare i libri più adatti a sé e alla propria formazione verrà dopo. E non esiste un'età adatta: dai dodici anni in su, tutti possono leggere tutto. Meglio che un ragazzo incontri la descrizione di un rapporto sessuale nell'Amante di Lady Chatterley che in un giornalino pornografico.”

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Quali sono, secondo lei, i libri che aiutano a crescere?

“Tutti. Ma i classici prima degli altri, proprio perché mettono in contatto con una forma di scrittura solida, con riferimenti importanti ai problemi dell'essere.”

E quali dovrebbero essere le letture degli adulti che vogliono cominciare a leggere?

“Stesso discorso del punto 2. Non c'è un metodo per imparare a leggere da adulti, né un testo migliore di un altro. C'è chi ha cominciato, magari dopo essere andato in pensione, con il Conte di Montecristo e chi con la Montagna incantata. A ciascuno il suo.”

Nella sua recente pubblicazione “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita” passa in rassegna i classici della letteratura universale. Quelli che secondo Italo Calvino “non hanno mai finito quel che hanno dire”. E’ questa la chiave di lettura del suo libro?

“Veramente ho cercato di seguire un altro criterio. Calvino parla dei grandi classici in assoluto, mentre nei Centolibri io ho cercato di individuare i classici che hanno una certa popolarità, che sono entrati in un modo o nell'altro nell'immaginario letterario collettivo, quelli di cui si può parlare ovunque, in treno o in un articolo, al bar o in un programma tv, perché contengono riferimenti che sono comprensibili a tutti quelli che li hanno letti e rappresentano una forma di sapere collettivo da cui tutti traiamo immagini, tropi linguistici e archetipi del comportamento umano.”

A quale ricchezza si riferisce nel suo libro?

 

“Potrei dire che mi riferisco a una ricchezza spirituale, intellettuale, che è certo quella che il libro ispira in primis. Ma c'è qualcosa di più terreno e materiale, dovuto al fatto che chi più legge, più sa, più conosce, più pensa, più è ricco non solo intellettualmente, ma anche economicamente. I paesi dove si legge di più hanno la maggiore crescita del Pil, dei brevetti, dello sviluppo di nuove tecnologie, di servizi più efficienti. Se si tratta di una coincidenza, è una coincidenza non casuale, perché la lettura è in sé il più alto esercizio intellettuale che possa compiere l'uomo, e  - anche se non tutti i lettori e le persone colte sono migliori di quelle incolte - la intelligenza collettiva di un paese che legge è uno strumento di benessere e sviluppo che i paesi che non leggono non hanno.”

Si è buoni scrittori se si è buoni lettori. Quali sono i criteri, secondo il suo parere, per scrivere una buona storia?

  

“Credo che chi vuole scrivere debba prima aver letto e vissuto. La scrittura non è, come purtroppo molti pensano, il trasferire sulla carta sentimenti e sensibilità personali. E' la capacità di produrre in un racconto una realtà autonoma, realistica o fantastica che sia, che abbia una sua coerenza interna e rappresenti la trasfigurazione letteraria del nostro pensiero. La semplice trasposizione dell'esperienza in un racconto difficilmente sarà letteratura. Perché lo diventi è necessario che si sia sviluppato uno strumento di elaborazione analitica e critica che vada al di là del rispecchiamento del reale. Bisogna poi pensare che sono millenni che l'uomo racconta e scrive, e che è difficilissimo non ripercorrere sentieri già affollati. Ecco perché per scrivere è necessario conoscere bene i classici, capirne la chiave narrativa, lo strumento linguistico e l'elaborazione dei personaggi. Troppo spesso si pubblicano testimonianze sincere ma ingenue di persone che sentono il desiderio di condividere il loro vissuto ma non sono in grado di elaborarlo letterariamente. Tempo, fatica a carta sprecata.”

Qual è il suo rapporto con gli incipit? E qual è il suo incipit preferito?

“Gli incipit possono essere belli e terribili. A suo tempo Fruttero e Lucentini pubblicarono un libro con un centinaio degli incipit più significativi della letteratura mondiale. Rimando a quel testo. Io penso che alle volte - come in 100 anni di solitudine, o in Anna Karenina - un incipit dica più di un intero romanzo.”

http://www.bookville.it/public/books/front/9788811687481.jpgSe dovesse scrivere un libro, dopo averne letti tanti, quale storia racconterebbe? Scriverebbe un romanzo o un racconto? E che tipo di scrittore si definirebbe: di montagna o di terre basse, per usare un’espressione di Giuseppe Lupo nel suo “Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma”?

“Se dovessi scrivere un romanzo vorrebbe dire che me ne è venuta l'ispirazione, e che sarei diventato un aspirante scrittore. Per ora non sono nemmeno quello, e quindi non posso classificarmi, perché non ho mai scritto nemmeno un raccontino.”

Se dovesse partire per un’isola deserta, quale libro porterebbe con sé?

“Mi scusi, ma per quale pazzesca casualità dovrei partire per un'isola deserta con un libro solo? Meglio niente, allora: Robinson se la cavava benissimo senza libri, e sono convinto che in un'isola deserta c'è un sacco di lavoro da fare, per sopravvivere.”

Eva Bonitatibus

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