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Dialogare

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Nei numeri scorsi della nostra rivista ci siamo occupati della libreria Cultora di Roma. Ci colpì la storia di questa libreria, in particolare il fatto di essere nata da un sito web, sovvertendo tutte le previsioni sul futuro dei libri di carta. La sua forza è la casa editrice che ha alle spalle, la Giubilei Regnani, e la volontà di vendere libri di editori indipendenti. E’ una libreria giovane dalla mentalità fresca che merita tutta l’attenzione del mondo culturale. Noi, intanto, ci siamo fatti due chiacchiere con Francesco Giubilei,direttore editoriale di Historica edizioni e di Giubilei Regnani editore, fondatore della rivista Cultora e della omonima libreria. Ha solo 23 anni, è l’editore più giovane d’Italia ed è il capo di questa piccola ma grande rivoluzione.

Da portale di informazione culturale a libreria. Come è avvenuta questa decisione?

Il nostro obiettivo è quello di creare una comunità di lettori che si confronti quotidianamente sulle pagine virtuali del nostro sito ma che possa avere un riferimento fisico tangibile, per questo nasce la libreria Cultora, per offrire ai lettori un luogo di confronto in cui riscoprire l'importanza del rapporto umano nell'epoca di internet.


Uno dei pochi casi in Italia a realizzare un processo inverso. Una sfida?

Sicuramente una sfida che speriamo con il tempo si rivelerà vincente. Passare dal web al mondo reale, dall'online al cartaceo e non, come purtroppo accade sempre più di frequente, dai libri di carta agli ebook.


Che tipo di libreria è Cultora?

Una libreria orgogliosamente indipendente, giovane, nuova all'interno della quale il lettore non troverà i libri dei soliti noti o dei grandi editori ma una selezione attenta e accurata di autori ed editori. Una libreria in cui è possibile parlare con il libraio, confrontarsi, chiedergli consigli e suggerimenti. Una libreria che guarda al futuro ma non rinnega la tradizione storica e culturale italiana, un luogo di incontro animato ogni settimana da eventi e presentazioni.

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Alle spalle di questa realtà c'è una casa editrice, Giubilei Regnani Editore. Quale eredità porta con se?

Essere editori, ancor prima che librai, ci permette di conoscere tutte le problematicità e le difficoltà che gli editori affrontano ogni giorno confrontandosi con la distribuzione e con le librerie. Per questo abbiamo deciso di eliminare l'intermediazione del distributore lavorando con gli editori che ci forniscono i libri direttamente.


Si parla dunque di editoria indipendente, qual è il suo ruolo oggi?

Oggi gli editori indipendenti sono gli unici veri custodi della cultura nel nostro paese, gli unici che hanno il coraggio e l'ardire di pubblicare libri in cui credono anche se rischiano di non avere un buon riscontro nel mercato editoriale che è ormai dominato quasi esclusivamente da dinamiche economiche.


In un mercato in continua evoluzione, si pensi al caso Amazon, la vita degli editori indipendenti si complica o si semplifica? Insomma quali sono le loro prospettive future?

Le prospettive future non sono poi così cupe se un editore è in grado di crearsi una propria nicchia, un pubblico di riferimento. Non ha senso rincorrere i grandi editori pubblicando lo stesso genere di libri, così facendo il rischio è quello di soccombere di fronte a chi ha maggiori possibilità economiche e promozionali.


Un rischio è di orientare i gusti dei lettori in base a criteri meramente commerciali. Qual è la strategia di Cultora?

Purtroppo non è un rischio ma una certezza. La nostra strategia, come già detto, è quella di favorire gli editori di qualità che hanno un catalogo di valore, gli editori che prediligono la logica del longseller piuttosto che quella del bestseller che puntano alla creazione di un catalogo che duri nel tempo e non a instant book.


Quali sono gli auspici di Francesco Giubilei?

Che in Italia avvenga la tanto agognata rinascita culturale e che ci sia una forte e decisa presa di coscienza da parte dei cittadini a favore della cultura, quella vera.

Eva Bonitatibus

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dialogare grippo 1

Dopo cent'anni le carte d'archivio ancora raccontano...e per fortuna c'è chi le ascolta...E’ il caso di Antonella Grippo e Giovanni Fasanella che hanno dato alle stampe 1915 Il fronte segreto dell'intelligence. La storia della Grande Guerra che non c'è sui libri di storia, edito da Sperling & Kupfer, che svela un aspetto inedito della storia della Prima guerra mondiale. Sull’argomento ci siamo intrattenuti nel salotto di Gocce d’autore una sera d’inverno dello scorso anno e oggi, al volgere dell’anno celebrativo dei 100 anni del Conflitto, torniamo a parlarne con una delle autrici del libro. Antonella Grippo, insegnante di italiano e storia presso un liceo romano, racconta con autentica passione di ricercatrice e amante della storia un capitolo sconosciuto di quel periodo: l'intelligence civile, militare e diplomatica, che ha combattuto una «guerra nella guerra».   

Al termine dell'anno che ricorda i 100 anni dell'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale, esplode un nuovo conflitto che ha già le dimensioni mondiali. Si può fare un parallelo tra le radici dei due conflitti?

Sono ovviamente due guerre profondamente diverse e portatrici di due visioni del mondo antitetiche. L’unico parallelismo che mi viene in mente trova il suo punto focale nel crollo degli Imperi. All’inizio del Novecento i tre grandi Imperi da abbattere erano quello austro-ungarico, quello zarista e quello ottomano; oggi il cosiddetto Califfato mira al crollo dell’Impero occidentale guidato dal satana americano. La Prima guerra mondiale fu una guerra di trincea, con alcune operazioni di intelligence che segnarono anche la nascita e la strutturazione dei Servizi segreti, almeno in Italia. Questa guerra che si sta delineando in tutta la sua brutale perversità si adegua al paradigma della modernità, alla società liquida, per citare la fortunata intuizione del sociologo Zygmunt Bauman. Quella che si prospetta è appunto una guerra liquida, diffusa, asimmetrica. Una guerra sporca condotta attraverso attentati terroristici, sabotaggi, attacchi hacker, con fronti e schieramenti mutevoli.

1915 racconta una storia inedita: il ruolo dell'intelligence civile, militare e diplomatica nel periodo che precede il primo conflitto mondiale. Chi sono questi agenti segreti e cosa vogliono?

dialogare grippo 2L’intelligence nel primo conflitto mondiale combatte una vera e propria guerra nella guerra. Ed è questo il cuore della nostra narrazione che cerca di svelare i piccoli giochi fatti all’ombra della Grande Guerra: le operazioni di spionaggio e dossieraggio, la controinformazione e la caccia alle spie, gli episodi di sabotaggio e le attività sovversive, la lotta intestina nelle Forze armate tra triplicisti e anti-triplicisti, i meschini intrighi anti-giolittiani dei conservatori Salandra e Sonnino, le mazzette sulle spese di guerra. Ma anche le battaglie per il controllo della stampa e il ruolo degli intellettuali, l’importanza del potere politico e di quello industriale, l’influenza dei grandi gruppi bancari (in particolare la Banca Commerciale Italiana, fondata con capitali tedeschi) e dei “poteri forti”: dalla massoneria  - che voleva la distruzione dell’Impero austro-ungarico e di quello zarista, entrambi bastioni della cristianità - al Papato, che fece di tutto per evitare la guerra, anche aprendo una sotterranea guerra di spie con lo stato italiano.

Tra le tante scoperte si parla anche dei "corvi" della Santa Sede che congiuravano a favore degli imperi centrali. Perché? Quali interessi si celavano?

Si iniziò già allora a parlare di “corvi” in Vaticano. E’ significativa a questo proposito la figura di monsignor Gerlach che viene accusato, come si legge sui documenti dei Servizi segreti italiani, di aver “formato una solida catena attraverso la quale il Vaticano e i numerosi suoi amici devoti alla causa degli Imperi centrali possono corrispondere confidenzialmente, ma abitualmente e con molta sicurezza con i diplomatici tedeschi stabiliti a Lugano, quale i ministri di Prussia e di Baviera presso la Santa Sede, e lo stesso ambasciatore di Austria”. Una catena di spie colpevole, tra l’altro, di aver passato al nemico informazioni determinanti per la distruzione di due navi corazzate italiane, la Benedetto Brin e la Leonardo.

E poi ci sono gli industriali che cercano di trarre beneficio dalla guerra. In che maniera?

Sia l’Ansaldo che le acciaierie di Terni (senza dimenticare ovviamente la Fiat) sono tra i «pescecani» che maggiormente si sono arricchiti grazie alle commesse militari. Solo per dare un’idea ricordiamo che l’Ansaldo ha nel 1914 un patrimonio industriale di 45 milioni di lire che arriveranno alla fine del conflitto a 135,5 milioni; gli stabilimenti passano da 9 a 18; i titoli di proprietà da 174 mila lire prima dello scoppio della guerra a 40 milioni nel 1917; i dipendenti passeranno da diecimila a più di 60 mila e il capitale della società passerà da 30 milioni di lire a 500 milioni nel 1918.

Qual è stata la scoperta più sensazionale che ha lasciato voi ricercatori senza fiato?

La scoperta più sensazionale per me è legata al ruolo stesso dei servizi segreti nella Grande guerra. Non avrei mai immaginato infatti che la battaglia di spie avesse influenzato il corso del conflitto più delle strategie dei militari.

Documenti sconosciuti sinora escono finalmente dagli archivi e finiscono nelle pagine di un libro. Qual è stato l'approccio alle fonti?

Questa inchiesta si basa su informative riservate e letture degli storici (numerosissimi) che hanno studiato prima e meglio di noi la Grande guerra e di chi (pochi) ha indagato i misteri dei suoi Servizi segreti. Abbiamo inoltre saccheggiato archivi pubblici e diari privati, storici noti e autori minori. Ma abbiamo cercato di rendere la narrazione semplice e adatta ad un pubblico di non specialisti.

Perché questa storia non si trova nei libri di scuola?

Perché c’è una parte della storia d’Italia legata alla categoria dell’indicibilità. La nostra ricerca ha avuto sempre un fine: mettere in relazione l’allora con l’oggi. Per cercare di capire perché l’Italia (sempre in cerca di un ruolo nello scenario geopolitico) anche quando si allea con le “grandi” nazioni, resta comunque un paese fragile. In cui le conflittualità interne non si sopiscono mai. Sempre in balia di macchinazioni di poteri estranei al sistema politico. Influenze lobbistiche, affiliazioni settarie o solo meschinità che coprono giochi di potere. E tutto questo non si può scrivere nei libri di storia, popolati da molte luci e poche ombre.

Eva Bonitatibus

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“Si legge ancora troppo poco e soprattutto si è troppo distratti”. Non è una massima di questi giorni, ma la riflessione espressa da Antonio Candela, dinamico editore lucano, parlando di libri e soprattutto della sua casa editrice. Universosud, la giovanissima realtà imprenditoriale che ha sede a Potenza, si caratterizza per vivacità e freschezza, soprattutto quella dei suoi giovani dipendenti, tutti di età compresa tra i 22 ai 35 anni. La passione per la terra d’origine, la Basilicata, e la voglia di contribuire alla crescita economica culturale e sociale del territorio, sono gli obiettivi dell’azienda che opera scelte editoriali oculate. Ma che soprattutto lancia una sfida al resto del paese: anche al Sud si può. Vediamo come nell’intervista che ci ha rilasciato Candela, presidente del Cda Universosud società cooperativa.

Quando e come nasce la casa editrice Universosud?

La casa editrice nasce nella primavera del 2014. Il come è un po’ più complicato da dire. Diciamo che come azienda sentivamo l'esigenza di spendere e dedicare tempo ad un progetto culturale ancorché economico, che potesse contribuire e dare la possibilità a talenti del nostro territorio di potersi esprimere.

Quali sono le sue linee editoriali?

Le linee editoriali sono semplici: scovare talenti e dargli una possibilità, a prescindere dal tema.

Quali sono i rapporti con gli scrittori?

Il rapporto con i nostri scrittori e con chiunque scelga noi nel sottoporci un proprio lavoro è umano ancor prima che professionale. Cerchiamo di parlare molto e spesso con gli autori, per capire la voglia, l'energia, la passione e soprattutto l'aspettativa sul proprio progetto. Senza di esse è difficile costruire un percorso comune.

E con le librerie? Quale distribuzione è assicurata?

Credo abbastanza buono. A Potenza tutte le librerie hanno accettato e sostenuto i nostri progetti editoriali. E lo stesso vale per le molte librerie sparse sul territorio nazionale che di tanto in tanto ci chiedono di acquistare libri editati per i propri clienti. Diversa è la distribuzione: siamo presenti sia a Potenza che a Matera, nelle librerie e nelle nostre sedi, ma abbiamo scelto di non affidarci ai distributori i quali, spesso, fanno la fortuna e sfortuna di un testo. Nell'era della tecnologia, ognuno può raccogliere o leggere libri e se ne ha voglia comprarne. Tutto sta nel come si promuove un libro. I nostri libri sono acquistabili da tutti sul nostro e-commerce editriceuniversosud.it, pertanto chi vuole può in 48 ore ricevere il libro senza costi aggiuntivi sulla copertina.

dialogare 2Lettura digitale e lettura tradizionale come si coniugano?

Il digitale ha avuto un’evoluzione esponenziale anche se oggi frenano sia le vendite che la diffusione. Vero: in un piccolo supporto si posso portare migliaia di testi e questo lo rende molto pratico e comodo, ma credo che un libro vada prima ancora che letto, toccato, odorato, siamo legati all'aspetto romantico della carte e del libro. Credo che il digitale sia uno strumento pratico e da utilizzare, magari per avere delle anteprima sul testo  o leggerne i primi capitoli per capirne il contenuto, ma la carta rimane la carta.

Una giovane casa editrice quali prospettive ha nei confronti del mercato editoriale nazionale ed internazionale?

Beh, ancora troppo presto per dirlo, troppa poca l'esperienza per immaginare prospettive a livello nazionale o internazionale. A noi basta fare buoni libri, dare spazio a talenti per costruire un’opportunità e questo ci basta. Abbiamo molto da imparare e da apprendere, per cui testa bassa e vediamo cosa succede. Una cosa va detta però: tocca a tutti noi sostenere con l'acquisto o la presenza, sostenere i talenti del nostro territorio e del nostro paese. Si legge ancora troppo poco e soprattutto si è troppo distratti. Per avere coraggio bisogna darne coraggio.

Quali sono i progetti nell'immediato futuro?

Per il futuro in questo momento abbiamo 15 opere in valutazione di cui 2 progetti molto importanti: uno riguarda il libro di "53" di Beatrice Viggiani e Vito Riviello ristampato dialog 3 quest'anno dopo 53 anni e che sta ottenendo numerosi risultati e sul quale ci sarà nell'autunno un evento dedicato. Il secondo vedrà la luce nella primavera del 2016 e tratterà dei riti arborei in Basilicata. Nei prossimi 2 mesi programmeremo molto del prossimo anno. Quello che posso garantire e che ci saranno tante novità per il prossimo anno.

La più grande sfida?

Riuscire a produrre buoni libri e dare un opportunità ai tanti talenti che il nostro territorio ha. Questa è la sfida, dare fiducia e costruire processi di cambiamento sociale e culturale del territorio. Se riusciamo nella metà delle cose dette fin ad ora, certamente ci possiamo sentire e ritenere ampiamente soddisfatti.

Eva Bonitatibus

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Fare del libro un compagno di vita quotidiana. E’ quanto ha sostenuto Flavio Fiorani, Responsabile editoriale Saggistica Giunti editore, nel dialogo avuto con noi sul presente e sul futuro dell’editoria italiana. Incontrato in occasione della presentazione del saggio dello psichiatra Mauro Maldonato a Potenza, “Quando decidiamo”, edito appunto dalla casa editrice toscana, Fiorani con grande disponibilità ha risposto alle nostre domande sul futuro delle case editrici italiane, sulle nuove sfide provenienti dal mondo della tecnologia e sulle abitudini dei lettori grandi e piccini. Giunti è editoria per la prima infanzia, per la scuola, libri per ragazzi, psicologia, musica, arte, letteratura, storia, scienze, ma anche manualità, tempo libero, turismo, cucina, salute, medicine alternative e molte altre proposte. Insomma abbraccia tutti gli ambiti senza trascurarne nessuno. Con Flavio Fiorani abbiamo parlato di andamento del mercato e di produzione dei libri in Italia e gli abbiamo chiesto:

Dopo 5 anni di segni negativi, il 2015 sembra  aver cambiato finalmente rotta. Conferma questo dato?

Sì e no. Ci sono segnali di ripresa, ma ancora molto timidi per poter dire che è in atto un'inversione di tendenza rispetto al sensibile calo di vendite degli ultimi tre-quattro anni. La crisi nel settore è arrivata più tardi che in altri comparti della nostra economia. Ma quel che è più grave è che si sta riducendo il numero di lettori e soprattutto quello dei cosiddetti lettori "forti". Meno della metà degli italiani legge uno-due libri l'anno. E uno di questi è un manuale per l'uso di un elettrodomestico... È un panorama desolante, ma è così. Di chi sono le responsabilità? Dei diretti interessati (gli editori), ma soprattutto delle istituzioni che poco hanno fatto per sostenere il libro e il suo valore formativo-culturale per i cittadini italiani.

Le politiche editoriali della Giunti come si coniugano con le nuove possibilità offerte dalle tecnologie per la promozione, la distribuzione e la vendita dei libri?

Giunti ha una catena di circa 200 librerie proprie in tutta Italia (Giunti al Punto), soprattutto nei centri medio-piccoli. Sulle nuove tecnologie abbiamo avviato da tempo un programma di uscite di libri in formato elettronico che coincide praticamente con la diffusione della copia cartacea. I risultati ottenuti dai nostri eBook sono incoraggianti, soprattutto nel settore fiction. Il catalogo eBook, a fine 2014, è composto da più di 1.000 titoli, cioè il 13,27% dell’intero catalogo del Gruppo Giunti.

In particolare lo scorso anno Giunti Editore e AMAZON hanno annunciato un accordo di collaborazione per il lancio di un innovativo modello di libreria, dove la lettura digitale si unisce a quella tradizionale. Di cosa si tratta e quali sono i primi risultati?

I primi risultati sono senz'altro incoraggianti. Giunti e Amazon hanno avuto la stessa idea: una collaborazione finalizzata a sperimentare nuove forme di lettura e di consumo dei libri. Perciò abbiamo istituito con Amazon un'affiliazione per il sistema di e-commerce nelle nostre librerie Giunti al Punto (GAP). Inoltre abbiamo aderito con favore al nuovo servizio di noleggio dei libri (Kindle unlimited) perché lo riteniamo uno strumento che può ampliare il pubblico dei lettori. dia giunti2

Qual è la posizione della sua casa editrice nei confronti del fenomeno crescente, soprattutto in Gran Bretagna, del self-publishing?

Il fenomeno del self-publishing è in crescita. Giunti, come altri editori italiani, guarda con attenzione al fenomeno e ha acquisto dal mercato editoriale inglese e tedesco alcuni titoli per le sue collane di narrativa adulti e giovani adulti.

Tra i vari segmenti dell'editoria, Giunti si conferma leader in Italia per i prodotti rivolti ai bambini e ai ragazzi. Cosa ha permesso il conseguimento di tale posizione?

Giunti è il primo editore italiano nel settore bambini-ragazzi grazie a una politica editoriale che ha privilegiato la qualità dei suoi prodotti e la capacità di rivolgersi a un pubblico straordinariamente ampio. Inoltre siamo diventati leader del mercato con l'acquisizione dei vari marchi editoriali, primo fra i quali Disney Italia. Ciò è il risultato di una sapiente gestione dei vari licensing e del nostro catalogo che ha saputo mantenere una qualità molto elevata. Per il futuro, puntiamo sempre di più sul mondo della scuola rafforzando la collaborazione con l'altra nostra società di grande successo Giunti Scuola (dove siamo leader nel settore dell'istruzione primaria).

Parliamo dei cataloghi e delle collane Giunti. Quali sono gli autori di punta e quali gli esordienti che si sono affermati per numero di copie vendute?

Per quel che riguarda la Saggistica di cui sono responsabile il nostro autore di punta è il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso che da tempo conduce ricerche straordinariamente innovative sulle piante e il loro sistema di funzionamento "intelligente". Tra gli autori giovani segnalo Marco Magini, autore di Come fossi solo, il suo primo romanzo per il quale ha ricevuto la menzione d’onore al Premio Calvino 2013 e per il quale è stato candidato al Premio Strega 2014. E Simona Sparaco, autrice di due romanzi di grande successo. Il primo, Nessuno sa di noi, ha avuto 15 ristampe, ha vinto il Premio Roma ed è stato finalista al Premio Strega. Oggi scrittori esordienti nel nostro catalogo sono finalisti nei più importanti premi letterari.

Quali sono le scelte in merito alla produzione della saggistica?

dia giunti3È molto semplice: pubblichiamo libri di impostazione scientifica, di autori che sono specialisti della materia, ma pensando che devono raggiungere un pubblico di lettori non specialisti. In due parole: alta divulgazione. Spaziando dalle scienze umane ai più interessanti campi del sapere. Senza trascurare la saggistica "light", come per esempio Matteo il conquistatore, a firma di due brillanti giornalisti fiorentini Alberto Ferrarese e Silvia Ognibene, che ha ottenuto un significativo successo di vendite.

Qual è il rapporto con le librerie?

Giunti possiede la sua catena di librerie Giunti al Punto (GAP). Siamo un editore che ha sempre puntato sulla diffusione capillare della sua produzione in tutti i canali di vendita (settore trade o Grandi superfici) senza trascurare neppure le cartolibrerie. Certo gli scenari stanno cambiando, e molto rapidamente, e il destino delle librerie sarà sempre più legato ai meccanismi della distribuzione e alla vita "media" di un libro nel punto vendita.

Quali sono le prospettive del mercato editoriale italiano?

È un settore che deve affrontare scelte impegnative nei prossimi due o tre anni. E non parlo soltanto della sfida del settore digitale. Molto dipenderà dalla concentrazione dei grandi marchi editoriali italiani e dai canali di distribuzione dei libri. Vedremo cosa accadrà con la fusione Mondadori-Rizzoli. Una riconfigurazione del panorama sarà inevitabile, ma ancora non sappiamo se il mercato italiano seguirà le stesse concentrazioni che sono in corso nel resto del mondo (mi riferisco ai colossi editoriali del mondo di lingua inglese e spagnola).

Cosa, a suo parere, occorre ancora fare per accrescere il numero dei lettori di tutto il mondo?

Educare, educare, educare alla lettura. La strada non è quella del sussidio, ma quella dell'educazione alla lettura. Un editore è pur sempre un imprenditore e i conti devono tornare. Un libro da leggere è un tesoro dal valore inestimabile. Dobbiamo fare del libro (in qualsiasi formato) un compagno della nostra vita quotidiana. Così non ci sentiremo mai soli.

Eva Bonitatibus

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Antonio Menna è un giornalista prima che giallista, ed ha una visione del mondo ampia e disincantata. Caratteristica che gli consente di raccontare ciò che finisce sotto la sua lente in maniera realistica e ironica. Già, l’ironia è il maggior pregio che connota questo giovane scrittore che recentemente ha dato alle stampe Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai quartieri spagnoli per la casa editrice Guanda. In tour per le librerie d’Italia con il suo giallo sull’uccisione di un orso a via Speranzella a Napoli, Antonio Menna è stato anche ospite di Gocce d’autore e della Ubik a Potenza. Un incontro che ha messo in luce la profondità dello scrittore e il percorso che ha compiuto attraverso il romanzo. Che va letto tutto d’un fiato perché è davvero divertente. E lascia pensare. Molto. Lui si occupa di cronaca nera, ha condotto numerose inchieste ed è l’autore del famoso Se Steve Jobs fosse nato a Napoli pubblicato nel 2012 per Sperling & Kupfer.

L'Italia letteraria e' ricca di giallisti. In che posizione ti collochi rispetto ai padri del genere letterario che vede protagonista per la prima volta il tuo orso marsicano e il tuo Tony Perduto?

Sono sicuramente l'ultimo arrivato e quindi mi colloco a testa bassa. Il giallo è un genere difficile, soprattutto in un momento come questo. Già il genere, in sé, contiene una ripetitività. In questa fase, in Italia, il rischio di replicare senza alcuna originalità, altri modelli è alto. Bisogna tentare anche di innovare. Io ci provo e per questo sono un giallista poco ortodosso: mescolo i generi, entro ed esco, li attraverso, ne violo un po' le regole ma mantengo la lezione fondamentale: prendere il lettore e non mollarlo più fino a che non gli hai raccontato tutta la storia.

Come nasce "Il mistero dell'orso marsicano ucciso come un boss ai quartieri spagnoli?"

Nasce dal desiderio di collocare in un posto originale e spesso paradossale come i Quartieri Spagnoli di Napoli un fatto ancora più originale e paradossale, come il ritrovamento di un orso ucciso a colpi di pistola. Per poi sviluppare, da lì, una indagine informale, corale, con tutti i vicoli a dire la loro, che punta al mistero ma, strada facendo, racconta quei luoghi, le persone, la vita.

Il protagonista e' un giornalista precario che per vivere si adatta a fare un po' di tutto, rincorrendo a tutti i costi la propria autonomia. Un po' lo specchio di quanto accade ai giovani e anche ai meno giovani lavoratori di oggi. È forse il simbolo del riscatto da chi ci vuole "mammoni" e "sdraiati"?

AntonioMenna2Tony Perduto, il protagonista, l'investigatore contro voglia, è un 35enne, figlio del suo tempo. E' precario nel lavoro, anzi di più: è frammentato. Fa tre lavoretti per mettere assieme uno stipendio da fame. E tutti transitori e occasionali. Quella precarietà diventa anche una sua sospensione esistenziale: non costruisce affetti stabili, è un solitario, è un ansioso. Tutt'altro che mammone, forse un po' sdraiato sì ma solo perché, alla fine, correndo dietro tutti i pezzi, ci si stanca. E forse ci si deprime anche un po'.

Veniamo ai temi del romanzo: camorra, precariato, disagio sociale, solitudine. Una miscela ben ottenuta tra narrazione e attualità. Qual è la vera storia che racconti attraverso questo libro?

Forse ci sono più "vere" storie. Nel senso che c'è il livello principale, che è l'investigazione. E poi c'è un mondo. I vicoli di Napoli, il corpo a corpo dei Quartieri Spagnoli, la città che tutti conoscono: caotica, solare, vivace, un po' commediante. Ma c'è anche la Napoli di sotto: gli anfratti, le ombre, il buio, la vita interiore. Ci sono personaggi irrisolti, sospesi, spezzati. C'è l'immigrazione che a Napoli si integra perfettamente. C'è l'alta borghesia, che vive una sua Napoli. Credo si tratti di un romanzo corale, benché narrato in prima persona. E questo coro ha molte (non tutte) le voci della cittàAntonioMenna3

Un giallo che sfocia nel noir. Napoli, città nella quale è ambientata la storia, diventa essa stessa protagonista. Tante Napoli abbiamo letto, qual è quella dell’orso?

E’ quella di dentro. Va cercata, come per i grandi attori comici, nella lacrima più che nella risata. La verità è complessa, e Napoli ha questa stessa complessità. Non nego lo stereotipo, il luogo comune: nel libro lo uso, lo smonto, lo strumentalizzo. Anche quella Napoli esiste. Ma è una faccia del cubo.

Il popolo dei bassi. Un affresco della napoletanità che si esprime attraverso l’espediente linguistico. Quanto è funzionale l’uso del termine dialettale alla veridicità della storia? La sostiene o la nega?

Io uso il dialetto non nella narrazione ma in alcuni dialoghi. Il libro è ambientato nei Quartieri Spagnoli e quando parla un abitante dei “bassi” non può farlo con un italiano perfetto. Lo fa, nel mio libro, con il suo linguaggio: mescola dialetto e lingua, ripulisce il dialetto nella lingua; ne esce, a volte, una lingua tutta nuova, una sorta di “napoliano”, un napoletano bagnato nell’italiano. Credo che questo sia necessario per dare credibilità all’ambientazione e ai personaggi e anche ritmo e riconoscibilità alla narrazione.

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Il ruolo del narratore e quello del cronista di nera. Come si coniugano i due diversi modi di raccontare?

Sono naturalmente due cose totalmente diverse. La cronaca, soprattutto quella nera, non concede molto alla scrittura. Le notizie hanno la precedenza su tutto. Però anche nel giornalismo, soprattutto per quello periodico, ci può essere una zona di confine dove gli stili si mescolano e si fa un giornalismo narrato, quindi più descrittivo e più calato negli occhi, nei pensieri delle persone. Sempre di giornalismo, però, si tratta, quindi con la notizia al centro. Il narratore, invece, racconta storie senza la centralità della notizia. Batte liberamente il suo tempo, insegue le sue suggestioni, le strutture in un campo largo, lavora sulla lingua e sullo stile con maggiore libertà.

Ci sarà un sequel del romanzo?

Ci sto lavorando.

Cosa rappresenta per te la scrittura?

Una passione, un impegno, una musica sempre nella testa, un modo di vedere il mondo.

Eva Bonitatibus

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Si definisce un cronista artigiano del Mezzogiorno d’Italia. E’ un giornalista puro, che ama la verità. Conosce il valore dell’informazione e delle parole, che usa con consapevolezza dando a ciascuna il giusto significato. Non ama gli scoop sensazionalistici e prende le distanze da certe trasmissioni televisive che fanno mercimonio di casi umani. Fabio Amendolara, giornalista lucano, è stato ospite di Gocce d’autore per la presentazione di uno dei suoi libri-inchiesta e di recente è stato insignito del prestigioso Premio Internazionale “Rosario Livatino e Antonino Saetta” per le sue inchieste giornalistiche su casi di femminicidio, di persone scomparse e di lupara bianca. Amendolara è autore di numerose inchieste e alcune pubblicazioni: La colpa di Ottavia, controinchiesta sulla misteriosa scomparsa della bambina di Montemurro, Il caso Ilaria Alpi, e-book sul misterioso omicidio dell’inviata di guerra, Il segreto di Anna. Inchiesta su un suicidio sospetto. La misteriosa morte del commissario Esposito e gli intrecci con la scomparsa di Elisa Claps. Impegnato come componente della Commissione garante per l'attuazione della Carta di Istanbul, Fabio Amendolara si batte per la qualità dell’informazione mediatica. Ecco la nostra intervista.

Dove nasce la passione per il giornalismo d'inchiesta?

Nasce mentre a Catanzaro seguivo da cronista le inchieste del pubblico ministero Luigi De Magistris. Ho avuto modo di lavorare a stretto contatto con giornalisti come Francesco Viviano che all'epoca era inviato speciale di Repubblica, Gianmarco Chiocci, inviato del Giornale e oggi direttore del Tempo, Antonio Massari, già con La Stampa e ora al Fatto Quotidiano. Loro non raccontavano soltanto il contenuto delle indagini ma lo valutavano, lo verificavano e lo inserivano in un contesto. Erano inchieste giornalistiche sulle inchieste giudiziarie. Lavorando con loro il mio approccio alla professione è cambiato.

Chi informa deve essere informato. Una regola aurea del giornalismo che non sempre viene rispettata e che in taluni casi genera danni irrimediabili. Come garantire una corretta informazione?

Io aggiungerei: deve essere anche documentato. Più lo è e migliore sarà la sua inchiesta. Purtroppo l'errore è sempre dietro l'angolo. L'unica arma che il giornalista ha in mano per prevenire è verificare, verificare, verificare.

 

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Tre libri su tre donne scomparse: Ottavia, Ilaria e Anna. Un impegno professionale che assume carattere sociale soprattutto per aver riacceso i riflettori su casi ormai finiti nell'oblio. Qual è il suo filo conduttore?

L'oblio è qualcosa di terribile. Su Ottavia e Anna c'era già una pietra sopra. Il caso di Ilaria è stato mantenuto in vita dalla caparbietà di tanti colleghi che l'avevano conosciuta e che avevano lavorato con lei. L’impegno delle famiglie in casi come questi non basta. I familiari sono soli in battaglie giudiziarie complicatissime e costosissime. Sono certo che il giornalismo d'inchiesta possa fare tanto e non solo per la memoria.

Ad Istanbul, dove ha recentemente partecipato al 3' Symposium internazionale sulla protezione giuridica della donna, ha parlato del rapporto tra giornalismo e femminicidio. Cosa pensa del modo in cui questo argomento viene trattato da alcuni programmi televisivi?

Provo paura quando vedo Barbara D'Urso intervistare zio Michele di Avetrana e altri protagonisti di fatti di cronaca. Di recente mi sono occupato del caso di un chirurgo finito nel tritacarne mediatico di trasmissioni televisive non condotte da giornalisti. Lo definirono un macellaio. In realtà, a parte il risultato estetico davvero terribile, aveva salvato la vita a una persona. Questo concetto è stato ribadito in diverse sentenze giudiziarie. Ora vedremo cosa decideranno i giudici per la definizione di macellaio. Sono certo che un giornalista non avrebbe mai usato quel termine con leggerezza.

Può la notizia influenzare il decorso della giustizia? In che misura?

Se l'informazione è corretta non può che influenzare il decorso della giustizia in modo positivo. Non sono pochi i casi in cui testimoni importanti sono stati rintracciati dai giornalisti e non dagli investigatori.


Nonostante il continuo parlarne, il triste fenomeno del femminicidio sembra non conoscere battute d'arresto. Il tam tam televisivo argina o favorisce tali crimini? Si può rimanere affascinati da scoop sensazionalistici?

È proprio ciò che va evitato: gli scoop sui casi di femminicidio.

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Qual è stato il caso più difficile da capire della sua carriera?

Senza ombra di dubbio l’omicidio della giovane Elisa Claps. Ci sono continui misteri nel mistero. È inestricabile.

Quale riaprirebbe?

Quello di Sveva Taffara, una ragazza di Settimo Torinese annegata in un pozzo di una masseria dispersa nelle campagne di Barile. L'hanno chiuso come suicidio, ma è un caso che grida giustizia.

Cos'è per lei il giornalismo?

Bella domanda. È informare i propri lettori/ascoltatori senza influenzarne le idee in modo subdolo.

Eva Bonitatibus

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dialogare Soldatini1Il suono del violoncello. E quello del mare e del vento. Poi l’immagine del silenzio e della pace. Una vibrazione che dalle corde dello strumento arriva fino a quelle dell’anima. Un incontro struggente ed emozionante quello con la musica del mare e con Roberto Soldatini, personalità straordinaria dalla cristallina sensibilità, avvenuto lo scorso 23 aprile in occasione della Giornata mondiale del libro organizzata dal Circolo culturale Gocce d’autore a Potenza. Il musicista, direttore d’orchestra e compositore ha dato alle stampe un bellissimo libro intitolato La musica del mare, edito da Nutrimenti, in cui racconta la sua scelta di mollare gli ormeggi e di andare a vivere da solo su una barca a vela, la sua Denecia. Un’esperienza di vita che gli ha insegnato a conoscere la vita e ad amarla profondamente. Un insegnamento sui veri valori cui dovrebbe anelare l’umanità. Un libro che è un tuffo nel meraviglioso mar Mediterraneo, un’immersione nei turbamenti dell’anima, un’esplorazione della musica più bella. In questa intervista Roberto Soldatini ci aiuta a capire le ragioni della sua scelta, parlandoci della capacità di convivere con la paura senza lasciarsi sopraffare da essa e del nuovo sguardo con cui ha imparato a guardare il mondo.   

Da dove nasce l'idea di mollare gli ormeggi e andare a vivere su una barca a vela?

Nasce da una combinazione di eventi, e da una serie di esigenze. Sono davvero tante, e raccontarle qui sarebbe un po' lungo. Infatti c’ho scritto un libro. Dietro questa scelta c’è in parte la natura nomade dell’uomo. Le obiezioni che Momo rivolse a Minerva per la casa che la dea aveva costruito erano che non l’aveva fatta mobile. E in quanto a mobilità, il senso di libertà che può dare una barca-casa difficilmente può essere eguagliato. Solo quando non hai una casa fissa tutto il mondo diventa tuo. Certo si può viaggiare con l’aereo, ma arrivare in un posto a migliaia di chilometri in un paio ore di volo non è come arrivarci in barca a vela: assapori tutte le sfumature delle diversità che si contrappongono, ti rendi conto delle distanze che copri e ne assapori ogni miglio. Treni veloci e aerei accorciano le distanze, ma accorciano anche la capacità di comprendere il mondo. Anche andare in albergo non è la stessa cosa: ovunque io vada ho la mia casa con me, non ne sento la mancanza. Quando parto per un viaggio non ho bisogno di fare le valigie. E’ sempre tutto con me. Ma in questo tipo di scelta c’è anche un desiderio di tornare all’essenziale. Ogni volta che ho fatto un trasloco mi sono accorto della quantità di cose inutili che si collezionano. Se si vuole riempire la vita bisogna prima svuotarla. Bisogna svuotare le tasche dei sassolini per riuscire a fare un salto. La nostra esistenza è sciupata in dettagli che l'appesantiscono: diventiamo schiavi e non più padroni delle cose e delle case. dialogare Soldatini2

Navigare da solo risponde ad un bisogno di fuga o al desiderio di ricerca?

Qualcuno ha scritto libri che tuonano un “Adesso basta”. Per me questa scelta non è una rottura con il mondo, anzi, è un andare alla sua ricerca. Ma anche alla ricerca di me stesso, degli altri, della vita.


Cosa cerchi nel silenzio del mare?

Nel silenzio cerco la musica. Non ci può essere musica senza il silenzio. Ma nel mare non c’è mai, il silenzio. C’è la musica del mare, con i suoi suoni, la sua polifonia armonia, il suo ritmo. Il suono del vento, quello che genera gonfiando le vele o facendo vibrare sartie e drizze, il suono delle onde che si frangono e quello dello scafo che le solca. 

Musica e Mare, stessa iniziale, stesso potere: condurti in viaggio con il corpo e con lo spirito. Qual è la musica del mare?

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E' la 'musica' che mi permette di maturare un'interpretazione, di correggere una rotta. Suonando, dirigendo, o componendo cerco di riprodurne l'essenza, in qualche maniera. 

Musica e scrittura. Una fusione perfetta nel rispetto dei tempi e del ritmo. Come nasce questo libro?

Nasce un po' per gioco e un po' per caso. Quando sono partito per la prima volta, senza esperienza, da un molo della Francia meridionale, in rotta per Istanbul, tutti i miei amici erano preoccupati per me, e mi avevano chiesto di mandare loro notizie costantemente. Così avevo cominciato a scrivere un diario di bordo. Miglio dopo miglio diventava una guida turistica, un portolano, un racconto d'avventura e di mare, una riflessione sulla musica, sui luoghi visitati e la loro storia, sulle persone incontrate, sulla vita. E' piaciuto a più di un editore, ma la scelta di Nutrimenti è stata vincente. E' un editore giovane, in crescita, con una squadra affiatata, e lavora molto bene, con coraggio, senza paura di rischiare. Come me.


Qual è il tuo rapporto con la paura? E con la solitudine? 

La paura scompare quando si è disposti a testare i propri limiti, e a tentare di superarli. E la solitudine è necessaria, per meditare, per crescere. Per capire cosa è vero e cosa no. Ma anche proprio per saper stare in compagnia, e dare il giusto valore alle amicizie, all'amore.

Dal centro del mare cosa apprezzi di più?

La forza della natura. La sua bellezza. E quello che mi insegna. 


Come è cambiata la tua vita, anche di musicista, da quando hai fatto questa scelta?

Ho migliorato il mio carattere, smussandone i difetti. Ho imparato tante cose. dialogare Soldatini4Come godere ciò che la vita mi regala, e a saper cogliere i cambiamenti che mi offre. Ho modificato il mio modo di interpretare la musica, cogliendone ogni particolare, ogni sfumatura, rallentando i tempi, così come ho rallentato la mia vita. In un epoca in cui tutti corrono, sempre più veloci, nella vita, come nella musica, trovo che sia molto importante rallentare.

Come è cambiato il modo di vedere la terraferma?

La vedo con altri occhi, che mi permettono di coglierne le peculiarità, ma anche le contraddizioni. E il ritorno è sempre traumatico, più che altro per l'inquinamento dei gas di scarico di macchine e motorini, Il palato mi brucia, mi viene la nausea, mi gira la testa. Insomma, per un po' di tempo sto male. Incredibile a cosa l'uomo si abitua, quale prezzo è disposto a pagare per un'apparente comodità. A volte, anzi spesso, con la morte. Nessuno che usi le biciclette, almeno ogni tanto, almeno quelle elettriche. E nel nostro paese si protesta ogni volta che un sindaco pedonalizza qualche strada. D’accordo, in alcuni casi non è stato concepito un sufficiente piano di circolazione alternativo. Ma gli italiani aspettano sempre che le trasformazioni arrivino dal cielo. Loro però non fanno niente perché le cose migliorino. Per ottenere un cambiamento bisogna rimboccarsi le maniche, e c’è un prezzo da pagare. Ecco perché la maggioranza preferisce lamentarsi, piuttosto che fare. dialogare Soldatini5

Cosa rappresenta per te la musica, la scrittura e il mare?

La musica è una delle professioni che ho sperimentato, che mi ha permesso di esplorare me stesso e il mondo che mi circonda. La scrittura mi permette, grazie anche a incontri stimolanti, come quello che si è svolto a "Gocce d'autore" qualche giorno fa, di confrontarmi con altre realtà, altri sogni. E il mare mette in relazione tutte queste cose.

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Eva Bonitatibus

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dialogare dicapua1 Una passione per la storia, un amore per la terra natale, un’attrazione per la scrittura. Lui è Donato Di Capua, narratore lucano, che in due anni ha dato alla luce due romanzi Il buio della mente, la luce nell’anima e Giocando con le spade di legno, entrambi editi dalla casa editrice Kimerik. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi letterari, tra cui per il primo libro il Premio nazionale “Fratellanza nel mondo” nel 2013 e il Premio letterario nazionale “Un libro amico per l’inverno”, patrocinato dall’Unesco, dall’Accademia delle Belle Arti e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Giocando con le spade ha ottenuto il Premio La Ciociara, anno 2014, il Premio Letterario Nazionale “Zingarelli” e il Premio "Un libro amico per l'inverno", ricevendo inoltre la medaglia del Senato della Repubblica. Le sue storie sono vera poesia, un canto alla bellezza della vita, un inno alla libertà. Noi lo abbiamo avuto ospite a Gocce d’autore in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo ed abbiamo voluto ospitarlo anche nella nostra rivista per continuare il dialogo avviato qualche mese fa.   

Un romanzo storico sul Risorgimento italiano che parla di brigantaggio. Un fenomeno che popolò i boschi della Basilicata e che è stato raccontato in tanti modi. Tu affidi la narrazione ad un bambino di 10 anni. E' un tentativo per restituire purezza ad uno dei periodi più controversi della nostra storia?

La purezza è uno dei valori che ogni uomo dovrebbe mantenere  anche da adulto, perché tramite essa riesce a preservare la semplicità e l'essenzialità di un bimbo. Lo stupore nei confronti del mondo, l'amore per la libertà, sono componenti del mio romanzo. Quel bambino di dieci anni vive appieno la sua essenza e lo fa puro, libero, semplice.  Quindi si, quella purezza ridà verità alle controversie della storia.

La parola che più ricorre nel romanzo è libertà. È la chiave di lettura che l'autore consegna al lettore?

Tra le chiavi di lettura è di certo la più importante, in quanto è valore sensato ed imprescindibile di ogni vita umana e per quanto mi riguarda anche di ogni mia storia. La affido al lettore affinché tramite essa possa imparare a desiderare questo stato, o possa apprezzarlo ancor di più se già sa di averlo. Nel  mondo di oggi non si è mai liberi completamente. Compito di ogni essere è conquistare la libertà in quanto è essa stessa vita.

Chi sono i protagonisti del romanzo?

dialogare dicapua2 resizeProtagonisti del romanzo sono due bambini di 10 anni che con il tempo e con il dolore crescono. Diventano uomini e sanno di dover vivere delle tante gioie che la vita non smette di riservare loro. Uno prende il mio nome, è il mio alter ego, l'altro è un personaggio che la storia ha sempre penalizzato, appellandolo "delinquente,  brigante". In fondo non era altro che un uomo che credeva che l'unione facesse la forza e che sognava la libertà,  la fatidica libertà che otterrà solo con la morte.

Il lupo e il serpente sono i nomi di battaglia dei due piccoli eroi. Sono questi a segnare il destino dei due futuri uomini?

Il lupo e il serpente seguono i protagonisti nel loro percorso di vita, sono nomi e sono codici per chiamarsi senza farlo capire al resto del mondo. Sono due simboli, opposti, di forza, di vita. Due esseri che nulla temono, nemmeno la notte, quando la loro migliore amica sarà quella splendida dama bianca che noi mortali chiamiamo luna.

È un libro che presenta il brigante più vessato dalla storiografia ufficiale in una chiave inedita. Chi è veramente Carmine Crocco?

Come dicevo Carmine Crocco era un uomo come tanti, un uomo che ha avuto il coraggio delle proprie idee, che ha portato avanti i suoi sogni, i suoi diritti alla vita, ad un'esistenza dignitosa che altri uomini gli tolsero, bastonandolo come si fa alla peggiore delle bestie. Uomo dai nobili ideali ma che la rabbia ha saputo sopraffare, inducendolo a commettere errori micidiali, tanto che il mezzo ha purtroppo superato il fine. E la storia lo ha rinnegato.

Quale ruolo avrà la "spada di legno"?

La spada di legno è la vera chiave di lettura del libro e vuol dire tre cose: libertà,  semplicità,  coraggio. È questa a dare la forza di lottare contro le ombre nel grano, è questa il sigillo dell'amicizia tra i protagonisti, e sarà questa, anzi, le spade, a permanere nel tempo odorando d'eternità,  divenendo almeno loro immortali.

La cornice del romanzo è una Basilicata d'incanto, in cui la luce, gli odori e le forme rappresentano autentici affreschi sentimentali. È amore per la terra natale?

dialogare dicapua3 resizeLa Basilicata è in sé amore, è in sé odore, luce, sapore, freschezza,  purezza. È terra rude ma dolce, delicata ed aggressiva, fragile e forte. Ed io la amo per tutto questo.

Un libro che parla soprattutto della storia di un'amicizia. A chi è rivolto?

I miei libri nascono per essere rivolti a chiunque abbia voglia di sentimento, di emozione, di rivivere i valori portanti dell'esistenza. A chiunque desideri, almeno per un attimo, di essere immortale, come un sorriso, come l'aria, come i sogni.

Cosa rappresenta per te la scrittura?

La scrittura è il mezzo, il modo ed al tempo stesso il fine per espletare la parte migliore di me, quella che sogna l'eternità delle vite e dei ricordi e che non smetterà mai di guardare oltre la siepe dell'esistenza terrena per spingersi nel tempo dell'immenso.

Eva Bonitatibus

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