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Lunedì, 14 Marzo 2016 07:09

Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten

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Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 1Sul finire della primavera di alcuni anni fa, tra le pagine di Come il jazz può cambiarti la vita di quel raffinato trombettista di Wynton Marsalis, mi fermo a lungo sulla seguente frase: «Il processo dello swing - una coordinazione costante all’interno di una mutazione costante - raffigura la vita moderna in una società libera». Il concetto di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante, in me che in quel periodo cercavo soltanto di dare un contesto ai miei maldestri tentativi di fare dello swing con un gruppo di amici, deflagrò come una piccola cosmogonia, principiando da lì e per molto tempo a muovere in me una nuova visione delle relazioni tra le persone, o addirittura tra l’io e il mondo, per buttarla giù così. Anni dopo, ancora del tutto casualmente, mi trovo a leggere un libro di un altro notevole musicista: Francesco D’Errico, Fuor di metafora - Sette osservazioni sull’improvvisazione musicale, Napoli, Editoriale Scientifica, 2015. Francesco D’Errico, pianista, concertista e compositore, conosciutissimo nel panorama musicale, è anche docente di pianoforte jazz e armonia presso il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, collabora con il conservatorio di Napoli ed è infine, non accessoriamente, filosofo. D’Errico è venuto a Potenza, ospite dell’Associazione culturale Gocce d’Autore, l’11 marzo scorso, a presentare il suo libro, in una serie di iniziative in diversi momenti della giornata. Il libro parla dunque dell’improvvisazione musicale, dipanandosi lungo sette capitoli contenenti altrettante osservazioni sul tema. Tra le tre accezioni canoniche del fenomeno medesimo e del termine che lo esprime, nell’uso comune e non soltanto nell’ambito musicale, identificate nella meraviglia, nell’attività frettolosa e poco affidabile posta in essere quando si manchi di un che di esperienza o di conoscenza, e nella capacità di risolvere problemi attraverso soluzioni non codificate, la prima osservazione, negletto il secondo, si incentra sul primo e sul terzo connotato del fenomeno. Proprio il problem solving, trattando d’improvvisazione come di un archetipo del processo creativo, mutuabile ed esportabile in ambiti diversi dell’agire umano, è stato il tema del primo appuntamento della giornata, rivolto in modo particolare agli studenti dell’IPSEOA, tenutosi presso il Museo Archeologico Provinciale “Lacava” di Potenza. La seconda osservazione affronta le esperienze sensoriali del corpo come deposito e come soggetto, del movimento divenuto sperimentazione consolidata, esercizio, e la modalità con la quale s’affronta la paura, che sia timore rivolto verso un pericolo concreto ed attuale che attinga magari anche la propria incolumità o anche soltanto verso una propria esibizione artistica: immobilismo? fuga? I concetti di tradizione orale e di tradizione scritta, specificamente riferiti alla letteratura musicale ed alla teorica contrapposizione delle due fonti, nonché il catalogo dei materiali delle pratiche musicali, quali le altezze, i timbri, le attese, le durate, le dinamiche, le fraseologie tipiche e ricorrenti di determinate correnti e quanto ancora, su differenti piani, si ponga come strumento per la fabbricazione musicale del momento dell’improvvisazione, sono oggetto della terza e della quinta osservazione. La sesta osservazione muove tre passi nel mondo dell’economia e del management, in quello del teatro e specificamente della commedia dell’arte, in quello della pittura e tanto pratica, sull’abbrivio, per chiarire intanto quanto possa essere limitante considerare l’improvvisazione quale processo che segua un semplice sviluppo lineare, anziché contare su plurimi apporti di contesto. Nel secondo appuntamento nella intensa giornata dedicata, questa volta in un pubblico incontro mirato proprio alla discussione sui contenuti del libro, D’Errico finisce per confessare come l’osservazione a lui più cara sia l’ultima, la settima, che ha come oggetto le visioni del mondo. Attrezzi, corredo e bagaglio diventano allora gli elementi offerti si dalle neuroscienze, ma soprattutto la filosofia pura, con gli sperimentati canoni della dialettica hegeliana da un canto, e dell’esperienza della, o, meglio, delle molteplicità dalle qualità rizomatiche proprie del pensiero di Gilles Deleuze, il cui sfociare in una apparente non-relazione del pensiero aperto può ancora offrirsi come paradigma ideale al fenomeno dell’improvvisazione. L’approdo diventa, in questo caso, sia il bisogno d’integrazione, sia anche l’accoglienza del paradosso. E’ ancora nel luogo protetto della mia lettura privata che invece io incontro le pagine che fatalmente finiscono per attrarmi più delle altre, quelle cui è rivolta la quarta osservazione, dedicata, nei dichiarati intenti, alle relazioni tra improvvisazione su struttura e improvvisazione libera. D’Errico ricorda che in un oggetto sonoro la struttura si declina in circolarità, flusso temporale misurato e norme condivise. L’esperienza dell’improvvisazione viene proposta come una volta a volta diversa visione delle cose, sia metodologica che emotiva, attraverso uno sviluppo temporale circolare, anzi ad anello. Così lo sguardo del corridore su pista, rivolto sempre a nuovi elementi del paesaggio circostante, nell’esempio che l’autore propone, parallelo del giro armonico presidiato da un flusso regolare di tempo nella musica praticata. Qui mi fermo ancora un momento, nel leggere, perché avverto interiormente come questa visione richiami l’idea della coordinazione costante incontrata anni prima e di cui ho riferito, ma ancora mi sfugge l’elemento che denunci o liberi la costante mutazione. L’osservazione di D’Errico tuttavia incalza, ricordando come l’insieme ordinato delle norme abbia come punto di origine, anzi come generatore costante oltre che necessario proprio il caos. Mi viene allora alla mente come Ilya Prigogine, ne Le leggi del caos, con una frase che è quasi poesia diceva: «l’universo è meno simmetrico di quanto le equazioni di base lascerebbero prevedere». La mia piccola cosmologia interiore viene quindi già attinta dalle leggi del caos. Debbo andare oltre. In questa densa quarta osservazione l’Autore cita anche il musicologo Stefano Zenni, riportando un passo di quel I segreti del jazz – Una guida all’ascolto, libro magico per gli appassionati, che era stato oggetto di una mia precedente altrettanto vorace, sebbene incompetente lettura.

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 2Zenni, ora lo ricordo, dedicava a propria volta un intero capitolo in quel libro all’improvvisazione. Il titolo del capitolo era Descent into the Maelstrom: viaggio nell’improvvisazione. Perché quel titolo? Bello ma strano, me lo domando soltanto adesso, ora che mi pare di avvicinarmi al punto. Che sia un riferimento a un racconto di E. A. Poe, o anche soltanto al fenomeno causato dalla marea lungo la costa atlantica della Norvegia, che l’ha ispirato, il punto è che si tratta di un gorgo. Di una spirale. E in effetti il moto circolare del tempo, nelle battute di un brano proprio come nelle ore di una giornata, come nel mio stesso intemperante terzinare di allora quale assai improbabile batterista, segue si un ciclo, ma lungo una traiettoria si immagina costante e s’immagina tesa tra il passato e il futuro, tra un prima e un dopo, tra la prima e l’ultima nota suonata di un brano, almeno nell’esperienza comune. Così tutto improvvisamente mi pare guadagnare maggiore senso, la musica stessa mi appare più compostamente comporsi con l’esistere, o quest’ultimo con essa, non so dire, ora che credo di aver chiara la mia personale, forse fallace, idea di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante. Del libro, un testo ricco viepiù se lo si prende a propria volta come l’esposizione del tema dal quale partire per proprie personali improvvisazioni speculative interiori - ma non si sa quanto ricorsive in quanti altri sé -, è corredo tra l’altro un’altrettanto affascinante postfazione di Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicopatologia generale presso l’Università della Basilicata, dove leggo finalmente che improvvisare è un atto di profonda interiorità. Maldonato, partendo dall’assunto che «il pensiero cronologico è ordinato nel tempo, mentre il pensiero corporeo è simultaneo», mostra come «l’urgenza performativa di gesti, voci e suoni, sebbene declinata in un medesimo orizzonte, rende irriducibile la differenza del tempo individuale. Del resto,» continua e conclude sul punto «se i tempi individuali coincidessero, i musicisti condividerebbero la stessa vita».

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 3Per rimanere nella cifra cosmologica, niente ci garantisce, se non l’universo stesso per come lo conosciamo nella nostra limitata quantità di tempo, e cioè niente ancora una volta, che le spirali sulle quali s’avvitano le orbite dei corpi celesti, conservino le medesime relazioni conosciute tra loro. Ciò non ci sgomenta, se consideriamo per un momento che, tolto il tempo, tutto quello che è è soltanto un momento, un improvviso, istantaneo e inaspettato, appunto. E come tale, non può risultare incoerente. Tanto mi dico, per chiudere i miei conti privati con Marsalis. Della giornata intera, generosamente dedicata dal filosofo e dal didatta alla declinazione plurale del tema dell’improvvisazione, è stata naturale conclusione un concerto del pianista Francesco D’Errico, accompagnato da Marco De Tilla al contrabbasso, Olindo Linguerri alla batteria e Alberto De Michele alla chitarra, nei locali del Circolo Gocce d’Autore a Potenza.

Rocco Infantino 

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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