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Giovedì, 29 Marzo 2018 13:05

Premiati gli scatti di “Fotografare la parola” In evidenza

Scritto da 

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Foto di Edoardo Angrisani

 

Con la premiazione degli scatti del contest fotografico amatoriale “Fotografare la parola” si è conclusa la seconda edizione del concorso organizzato dal Circolo culturale Gocce d’Autore di Potenza. Un momento di condivisione, più che di competizione, che ha visto dialogare tra loro otto partecipanti amanti della fotografia e della parola. La Giuria tecnica, composta da Attilio Bixio, ingegnere e fotografo, Vincenzo Buono, fotografo e videomaker, Luigi Marchese, artista, Pasquale Palese, curatore della mostra, Eva Bonitatibus, presidente del Circolo culturale ha premiato lo scatto dal titolo “Le parole del cuore” di Carla Di Camillo. La foto ritrae una cartolina del 1928 i cui protagonisti sono una coppia d’amanti con a fianco il testo del messaggio dedicato all’amato.

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Foto di Carla Di Camillo

La motivazione del Premio della Giuria tecnica è il seguente: “Una raffinata ricerca stilistica e storica della parola. L’equilibrio tra immagine e testo sottolinea il valore dell’eternità della parola nel tempo e nello spazio.” Il premio consiste in un Workshop di fotografia Outdoor di mezza giornata condotto da Attilio Bixio.

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Foto di Edoardo Angrisani

Il Premio della Giuria popolare è stato attribuito a Mariangela Salvia per lo scatto dal titolo “Be a-part”. Il Premio è stato decretato dai voti espressi dai visitatori durante il periodo di esposizione delle fotografie e dal popolo del web che ha potuto esprimere le proprie preferenze online. Alla fotografa è andato in premio una radio sveglia con stazione di ricarica tramite usb, Bluetooth, Nero, messa a disposizione da Officine della luce, produzioni cine e fotografiche di Vincenzo Buono.

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Foto di Edoardo Angrisani

Agli altri partecipanti è andato l’attestato di partecipazione e il catalogo della mostra curato da Pasquale Palese. Edoardo Angrisani, Filippo Orlando con lo scatto dal titolo “Ticiporto”, Lorenzo Palazzo con “Vecchietti a Castelmezzano: non conosciamo facebook”, Gaetana Pecchia con “Gli auguri di cuore”, Simona Polese con “Lasciamo un ricordo di noi”, Francesca Soloperto con “Semplici ma indelebili” hanno contribuito insieme ai vincitori a riflettere intorno al significato di parola che non è solo un fonema ma un’occasione di confronto, come l’etimologia greca insegna. “La parola come simbolo, ha scritto uno dei partecipanti, di uno stato d’animo, di un’intenzione sussurrata al telefono. Parola come atto creativo, scegliendola si sceglie e genera una realtà consonante.”

Eva Bonitatibus

 

S Y N C R

Vi aggiornerei volentieri, cari, in due parole, su un piccolo ma per me interessante dettaglio a proposito dell’iniziativa qui riferita, che mi ha fatto mulinellare nella mente – io con la mente viaggio, viaggio, viaggio pressoché di continuo – diverse pagine sfogliate qua e là nel tempo. Mi sono trovato a soffermarmi per un tot sullo scatto di Mariangela Salvia dal titolo Be a-part che ha vinto con diverse decine di voti il premio della giuria popolare nel medesimo contest fotografico. Sul suo profilo Fb, a proposito di questa foto, l’autrice così si esprime: «Parola come sottile equilibrio di segno e senso. Cosa accade quando il segno diventa aleatorio? Cosa quando due parole sono omonime? Nel gioco dei ruoli a ciascuno è chiesto di fare la sua parte, la mossa giusta in una partita a scacchi. Cosa accade se non comprendi, non conosci, non riesci, non ti piace fare la tua parte?» Quella che agli occhi risulta una efficace composizione, con la sagoma umanoide che stenta a guadagnare l’evidenza, involuta com’è nella penombra, e il richiamo edittale della lavagnetta luminosa che porta il messaggio, sembra incaricarsi, con dissimulata ingenuità, di rilevare l’immagine del significante, di rivelarne il meccanismo di gioco. La foto mi ha riportato alla mente un film preciso, quel They Live del 1988 diretto da John Carpenter del quale, avendone letto, ho visto diverse volte soltanto dei pezzi e mi riprometto di rivedere tutt’assieme, figlio di quel filone cinematografico – e letterario – distopico verso il quale, come ho detto più volte anche in questa rivista, la nostra quotidianità, sebbene restii, recalcitranti o riottosi che siamo, ci sospinge con crescente urgenza. Nella pellicola le immagini nascondono ordini; qui l’ordine è il soggetto dell’immagine, e l’ordine è disvelato. Play your cosa? Part, past, pact, pant, payt, persino? Non importa. L’ambiguità diventa componente essenziale dell’ordine medesimo. L’ordine è un imperativo di autodistruzione semantica, l’autodistruzione semantica diventa l’innesco dell’autodistruzione esistenziale. L’immagine che mi fa pensare a tutto ciò rimane tuttavia un’immagine semplice, tranquillizzante. La relazione tra parola e immagine, che era il tema della manifestazione fotografica, viene fissata, viene provata con questo scatto di lucidissima, oserei dire di perfida intelligenza, diventa inconfutabile. Qualcuno avrà letto quello che riferivo, più o meno al proposito, parlando del cervello che legge (qui, per agevolezza, ma non soltanto qui: http://www.goccedautore.it/scrivere/socrate-e-il-bue.html). La parola dunque è un segnale, un richiamo, come il fischio ad altri inudibile del bracconiere per il cane da riporto. La parola è un comando o un destino, spesso in queste vesti neanche tanto dissimulati, e difatti millenni di culture si incaricano di celebrarne il potere, la sacertà, finanche la magia. L’immagine tuttavia non è mai, di questa, soltanto figlia o preda, altrettante volte ne è madre o matrigna. Anche nei più inconsapevoli – e incessanti – giochi della nostra mente – così nei labirintici, iterativi percorsi tra i vari diversi sistemi rappresentazionali dell’individuo, come testimoniano gli studi sulla programmazione neurolinguistica –, tra parola e immagine, immagine e parola, quale su quale potrà contare? Quale su quale potrà farvi aggio?

Rocco Infantino

 

 

 

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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

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