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Domenica, 31 Gennaio 2016 11:16

Jazz e cedro candito

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Provi qualcosa di simile, se sai cosa intendo, quando ti vedi servire una cassata siciliana destrutturata. Osservi nel piatto la ricotta di pecora, il pan di Spagna lucente di bagna, i canditi, legati magari da un andirivieni ricamato di ghiaccia reale, e attraversi così un dolce momento di smarrimento. Siamo al 26 di gennaio 2016 al teatro Piccolo Principe di Potenza, secondo appuntamento della rassegna “Jazz & entertainment” e sul palco il Valerio Pontrandolfo Quartet. Pontrandolfo, lucano, sax tenore, presenta il suo primo album dal titolo Are you Sirius? Con lui, per la serata, Michele Di Martino al pianoforte, Dario Deidda al basso e la partecipazione particolare di Roberto Gatto alla batteria. gatto1Inutile riportare i profili di questi musicisti, no? Magari proprio soltanto di Pontrandolfo si dirà che, nato a Potenza nel 1975, vive e studia a Bologna con Piero Odorici e Carlo Atti prima, e con Barry Harris, Steve Grossman e George Coleman poi, entrando a far parte, dal 2005 fino al 2012, del gruppo Two Tenors Quintet di Steve Grossman stesso. Stoà Teatro, Tumbao school e Circolo culturale "Gocce d'autore” tentano di riproporre, con un non trascurabile sforzo organizzativo, per metterla così, l’esperienza dei decenni passati, quando, lo si dice per i più giovani o i meno informati, Potenza con il suo pubblico competente è stata per un discreto periodo una piazza non di second’ordine per il jazz. L’album contiene, tra gli altri, quattro brani originali di Pontrandolfo: Twenty, Touched, Tongue Out e Are You Sirius?, oltre che tre standard - You, Make Believe, Recado Bossa Nova - tirati fuori dal Great American Songbook. Così, davanti a un pubblico nutrito, per continuare con metafore in tema, soddisfatto come un gruppo di invitati a un matrimonio d’antàn, l’esibizione inizia proprio con Twenty, sulle cui note d’abbrivio del sax si posa la brina, è evidente, di una genuina emozione e va poi via svelta e serve, imbanditi sul momento, questi ed altri brani, in un fitto colloquio ritmico tra la batteria ed il pianoforte, che per tutta la serata se ne staranno composti agli opposti dell’asse maggiore di quello che pare percepirsi come un ellissoide sonoro, ai capitavola, insomma, mentre Deidda a tratti visibilmente si diverte tra scale, anzi gradinate cromatiche e sfumature melodiche talvolta quasi quasi di suggestione napoletana, e Pontrandolfo s’impegna e in alcuni momenti generosamente s’intigna, ad affermare il potere del sassofono con le sue note gravi. gatto2Roberto Gatto, la special guest, dal canto suo, affronta l’intera serata come un compitissimo travet del ritmo, come un maître di sala dalle tante cerimonie alle spalle, facendosi apprezzare proprio perché non dice «Io sono Roberto Gatto» ad ogni colpo di bacchetta, e però non manca di omaggiare l’ascoltatore attento di una deliziosa lezione di comping e di feathering, onorando l’appuntamento di ogni sedicesimo e arricchendo l’accompagnamento con un dialogo continuo tra mano sinistra e cassa. L’assaggio di jazz della serata conosce i suoi cucchiai più dolci con i brani più slow, con le atmosfere esotiche di Recado Bossa Nova, e ancor più con una bella esecuzione di Delilah di Clifford Brown. Lì Roberto Gatto, posate le bacchette, costruisce suggestivi aloni timbrici con i mallets ed anche, in Delilah, battendo con l’impugnatura sul cerchio del rullante, piacevoli legnosità. Lì Pontrandolfo ben si dispone a trovare sonorità più interiori e  morbide, finalmente meno preoccupato del resto. 

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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