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Cultura

Presentazione Stabile

Tutte le poesie, edita per i tipi della Pendragon, è la raccolta di tre sillogi scritte dall’amato e compianto Pino Mango, Nel malamente mondo non ti trovo, Di quanto stupore e I gelsi ignoranti.

Artista della terra che, dalla terra, ha voluto esigere rigore e dignità e che, alla terra, ha portato l’eleganza e la sensibilità degli uomini che conoscono la vita.

Il libro è stato presentato in tre momenti, all’interno della rassegna letteraria di Gocce d’Autore, presso l’Università degli Studi di Basilicata, presso il Teatro Stabile nel capoluogo regionale e presso la suggestiva Casa Cava di Matera. Contestualmente, una mostra fotografica, a opera del fotografo di scena Nicola Di Giorgio, dal titolo “In cerca di un angolo d’infinito”, ospitata presso la Cappella dei Celestini, Palazzo Loffredo a Potenza, ha impreziosito l’ambizioso cartellone culturale.

Numerose le voci che hanno donato un contributo sostanziale alla discussione su una persona e non già su un personaggio (pur noto, a livello internazionale) che ha riempito i cuori di emozioni e ricordi, di luce e stupore; su tutte la moglie, Laura Valente che, accompagnata dalla figlia Angelina, ha intessuto di immagini familiari e tenere, una figura che resterà indimenticabile.

Laura, artista e donna d’ingegno, forte e tenace, ha conosciuto lo specchio di una vita felice, di uno spazio di paradiso e d’universo; ha parlato, accolto e vissuto un applauso caldo come il Mediterraneo disegnato da Pino.

La coralità dei gesti e dei pensieri ha premiato una scelta di coraggio: quella di mettersi a nudo, di volta in volta, con l’istantanea creazione di ciò che resterà nell’eterno. La poesia.

Si perché, di poesia era infarcita la voce esotica di Mango, ma molto più la sua realtà di studio e di coscienza.

copertina libro

Poeta minuzioso e vero, concentrato e suadente.

Poeta del silenzio e della contemplazione.

Poeta della logica obiettività delle scelte di senso.

I suoi versi sono distillati di saggezza; materici e profumati, hanno il grande merito di trasportare oltre le linee blu del cielo e del mare, oltre il verde dei maestosi ulivi, oltre il giallo dei soli del sud, oltre i rossi dei frutti maturi, oltre quei venti che contraddistinguono i volti della sua gente. Quelle persone, delle quali amava gli sguardi fieri, le dignità a servizio dell’esistere senza banalità.

Un libro che ha prospettive e bassorilievi, che si “poggia sullo scrigno del mondo, dove gareggiano i momenti a seminar futuro”; che non dimentica il mare come la “carezza che torna nell’onda a riprendersi ancora”, né la memoria che brama essere dilata “tacendomi come un silenzio tanto che un suono non suoni il mio nome e le note nasconda lontano”, né il “ponte per passare dalla tua coscienza di sempre alla mia incoscienza nuova, come d’un insieme quasi perfetto”.

L’ultima parte della raccolta, come afferma lo stesso artista in una fortunata espressione rubata alla scena di un ingrato destino è “un momento di intimo orgoglio, a cui tengo molto, dove le tragedie s’intrecciano con le storie dei sentimenti attraverso le commedie quotidiane, fino a rendere la fantasia il prezioso punto d’incontro tra i fiori nuovi e i fiori più consumati. (…) Non tutti amano la poesia, credo che il più delle volte si tratti d’una mancata abitudine all’analisi intima dei colori che danno all’arcobaleno dei sentimenti , la vera tonalità del vivere. (…) Forse non tutti sanno riconoscerne il momento”.

Parole che conoscono l’illimitato candore del tempo e il limite delle notti impietose, trascorse a osservare il mare.

La gioia si ricompone al fiorire di un pensiero: la morte non ha senso quando sfiora la finestra dell’uomo, Pino Mango, che ha conosciuto l’Amore.

E Amore è assenza di morte.

Virginia Cortese

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Provi qualcosa di simile, se sai cosa intendo, quando ti vedi servire una cassata siciliana destrutturata. Osservi nel piatto la ricotta di pecora, il pan di Spagna lucente di bagna, i canditi, legati magari da un andirivieni ricamato di ghiaccia reale, e attraversi così un dolce momento di smarrimento. Siamo al 26 di gennaio 2016 al teatro Piccolo Principe di Potenza, secondo appuntamento della rassegna “Jazz & entertainment” e sul palco il Valerio Pontrandolfo Quartet. Pontrandolfo, lucano, sax tenore, presenta il suo primo album dal titolo Are you Sirius? Con lui, per la serata, Michele Di Martino al pianoforte, Dario Deidda al basso e la partecipazione particolare di Roberto Gatto alla batteria. gatto1Inutile riportare i profili di questi musicisti, no? Magari proprio soltanto di Pontrandolfo si dirà che, nato a Potenza nel 1975, vive e studia a Bologna con Piero Odorici e Carlo Atti prima, e con Barry Harris, Steve Grossman e George Coleman poi, entrando a far parte, dal 2005 fino al 2012, del gruppo Two Tenors Quintet di Steve Grossman stesso. Stoà Teatro, Tumbao school e Circolo culturale "Gocce d'autore” tentano di riproporre, con un non trascurabile sforzo organizzativo, per metterla così, l’esperienza dei decenni passati, quando, lo si dice per i più giovani o i meno informati, Potenza con il suo pubblico competente è stata per un discreto periodo una piazza non di second’ordine per il jazz. L’album contiene, tra gli altri, quattro brani originali di Pontrandolfo: Twenty, Touched, Tongue Out e Are You Sirius?, oltre che tre standard - You, Make Believe, Recado Bossa Nova - tirati fuori dal Great American Songbook. Così, davanti a un pubblico nutrito, per continuare con metafore in tema, soddisfatto come un gruppo di invitati a un matrimonio d’antàn, l’esibizione inizia proprio con Twenty, sulle cui note d’abbrivio del sax si posa la brina, è evidente, di una genuina emozione e va poi via svelta e serve, imbanditi sul momento, questi ed altri brani, in un fitto colloquio ritmico tra la batteria ed il pianoforte, che per tutta la serata se ne staranno composti agli opposti dell’asse maggiore di quello che pare percepirsi come un ellissoide sonoro, ai capitavola, insomma, mentre Deidda a tratti visibilmente si diverte tra scale, anzi gradinate cromatiche e sfumature melodiche talvolta quasi quasi di suggestione napoletana, e Pontrandolfo s’impegna e in alcuni momenti generosamente s’intigna, ad affermare il potere del sassofono con le sue note gravi. gatto2Roberto Gatto, la special guest, dal canto suo, affronta l’intera serata come un compitissimo travet del ritmo, come un maître di sala dalle tante cerimonie alle spalle, facendosi apprezzare proprio perché non dice «Io sono Roberto Gatto» ad ogni colpo di bacchetta, e però non manca di omaggiare l’ascoltatore attento di una deliziosa lezione di comping e di feathering, onorando l’appuntamento di ogni sedicesimo e arricchendo l’accompagnamento con un dialogo continuo tra mano sinistra e cassa. L’assaggio di jazz della serata conosce i suoi cucchiai più dolci con i brani più slow, con le atmosfere esotiche di Recado Bossa Nova, e ancor più con una bella esecuzione di Delilah di Clifford Brown. Lì Roberto Gatto, posate le bacchette, costruisce suggestivi aloni timbrici con i mallets ed anche, in Delilah, battendo con l’impugnatura sul cerchio del rullante, piacevoli legnosità. Lì Pontrandolfo ben si dispone a trovare sonorità più interiori e  morbide, finalmente meno preoccupato del resto. 

Rocco Infantino

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cultura tango 1

Melanconia e sensualità. Profondità e leggerezza. Pathos e sentimento. Sono i tratti peculiari del tango, di quello raccontato e di quello cantato, ma anche di quello danzato. Il tango come poesia, prima che ballo, prima che musica, ha la forza evocativa capace di imprimere indelebilmente alma e ragione. E’ il tango che ci ha fatto leggere ed ascoltare Donatella Alamprese, cantante lucana, insieme al chitarrista Marco Giacomini il 2 gennaio scorso a Potenza. Un’esperienza forte ed unica che ha trasformato la presentazione dell’ultimo disco dei due musicisti, Tango sin carmìn, in un viaggio senza ritorno nelle storie e nella storia del tango e nella tradizione argentina. Un inizio d’anno all’insegna della riflessione sollecitata dalla musica e dalla poesia, una musica e una poesia che hanno radici profondissime e che ci hanno portato lontano, nell’Argentina di Alfonsina Storni, dei bambini rubati dalla dittatura, delle  ragazze e donne desaparecida. Versi struggenti che hanno commosso il pubblico che ha affollato la Galleria Civica di Palazzo Loffredo e che non ha smesso di applaudire ed acclamare l’intensa interprete definita la “Perla del tango”.

cultura tango 2

Il disco rappresenta un omaggio alle donne, quelle creature che combattono tutti i giorni per sopravvivere alle ingiustizie, alle privazioni e ai pregiudizi. A quelle donne che non hanno bisogno di maschere, di make up, che nella loro semplicità e purezza raggiungono i loro obiettivi con la sola forza della determinazione. Il tango in fondo racconta proprio la storia della marginalità, nasce come espressione culturale dell’immigrazione e nasce in una società di immigrazione dall’incrocio di creoli argentini o uruguaiani e immigrati, soprattutto italiani, nella quale mancano le donne. Dunque un tango senza rossetto che riproduce il fluire della vita con dialoghi di ordinaria follia che ne caratterizzano la quotidianità. E allora il tango diventa un discorso, un linguaggio per comunicare la sofferenza che è alla base della passione.   

cultura tango 3  cultura tanto 4

La voce di Donatella Alamprese ha raccontato il tormento e la bellezza di questa terra che un po’ le appartiene. Toni forti e potenti hanno dato spazio a parole soffiate, supportate dalla dolcezza della chitarra di Marco Giacomini che ha assecondato la poesia sottolineandone la forza semantica. Rinascita e morte convivono in Donatella, nella sua liricità e nella sua vocalità. Una interpretazione vibrante che non ha lasciato dubbi sulla bravura di questa cantante carismatica e comunicativa che ha intrattenuto il pubblico con una freschezza ed energia entusiasmanti. Alla fine standing ovation per lei.

Il disco, quattordici brani in tutto, si presenta come un’antologia di racconti e vanta la collaborazione di Marta Pizzo, poetessa e compositrice, e di Saul Cosentino, tra i più importanti compositori argentini contemporanei. Originalità e modernità sono le caratteristiche di Tango sin carmìn che, valicando i limiti del folklore (cit. Giovanni Ballerini) fanno della musica latino-americana una musica universale. Una ricerca che fa di Donatella Alamprese una musicista raffinata in cui confluiscono le voci di tutte le donne.

cultura tanto 5

(Foto di Carla Di Camillo)

Eva Bonitatibus

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Guareschi 1

Giovannino Guareschi non è solo Mondo Piccolo o Don Camillo o il Candido. Giovannino Guareschi non è solo uno scrittore, un giornalista, un umorista, un caricaturista. Giovannino Guareschi è anche un fotografo. Ancor prima degli antropologi e degli etnografi, prima ancora di Ernesto De Martino, di Cartier Bresson e di Arturo Zavattini, immortala Potenza e la Basilicata negli anni 1934-35 e documenta le condizioni di vita di un luogo a lui sconosciuto. In quel periodo soggiorna nel capoluogo lucano in qualità di Allievo Ufficiale di Complemento d’artiglieria presso la locale Caserma, ha ventisei anni e porta con sé la sua Voighländer con la quale cattura scene di vita militare e civile. Scatti in Caserma, con i suoi amici reclute, e tanti scatti alla città e alla sua popolazione.

Guareschi 2Ciò che coglie attraverso la sua curiosa lente sono le condizioni di vita di una città ferma nel tempo e lontana da quelle della Bassa parmense in cui è vissuto. Un’Italia divisa a metà cui i ritmi lenti del Sud fanno da contrappeso a quelli più veloci del Nord. Le immagini in bianco e nero scattate ormai ottant’anni fa restituiscono in maniera nitida una comunità che cammina lentamente verso un progresso che chissà quando arriverà. Una società arcaica messa a fuoco da un obiettivo che non vuole denunciare con brutalità le precarie condizioni di vita del popolo potentino, ma raccontare con curiosità i costumi di un popolo dalle usanze così diverse dalle sue.

Donne, bambini e uomini sono i soggetti preferiti da Guareschi fotografo, Guareschi 3che coglie ladrammaticità di situazioni di estrema povertà. Si vedono donne alle prese con le faccende quotidiane, a riempire anfore d’acqua alla fontana, o indaffarate in angusti sottani circondate da una nidiata di bambini. Le donne con le donne e gli uomini con gli uomini. Si scorgono crocicchi di individui indaffarati a parlamentare, avvolti nei lunghi mantelli neri per coprirsi dal freddo pungente dei lunghi inverni potentini. I volti dei bambini e il loro sguardo enigmatico colpisce e incupisce. Restano fermi immobili davanti all’obiettivo del giovane soldato, si lasciano fotografare nella loro nuda indigenza, disvelano un’infanzia caduca e fragile. E dietro di loro fa da sfondo una città innevata, con vicoli e case che si avvicendano ritmicamente, popolata da asini e muli quali unici mezzi di trasporto.

Guareschi scopre al contempo e in contrasto con quanto immortalato una città che vuole emanciparsi. Lo dicono le locandine affisse ai muri che pubblicizzano il cinema. In quei giorni si proiettano La principessa della Czarda e Il re dell’arena nei due cinematografi Sala Roma e il Teatro comunale “F. Stabile”, piccolo svago per pochi privilegiati. Ma poi Potenza comincia ad espandersi, sorgono i primi edifici moderni, giungono piccoli fermenti artistici con gli affreschi dell’artista torinese Mario Prajer in cattedrale e l’opera di un riparatore ed accordatore di pianoforti, Raffaele Rebeck. Non dimentichiamo che siamo in pieno regime fascista e le nuove politiche sociali contrappongo alle donne nascoste in informi gonne nere e fazzoletto in testa, quelle impegnate a promuovere conferenze ed incontri per divulgare idee “progressiste”.

Il “piccolo mondo” catturato da Guareschi finisce nei racconti a puntate e caricature che scrive per il numero unico di Macpizero, il giornale che circola in Caserma. E’ qui che nasce una rubrica del Bertoldo, settimanale umoristico diretto dall’umorista e narratore Cesare Zavattini intitolato “al più famoso villano della letteratura italiana”, con “L’epistolario amoroso del soldato Pippo”, una serie di nove lettere alla fidanzata sulla vita militare. L’esperienza militare potentina dura solo un anno ma è sufficiente a fargli apprezzare i pochi agi di una cittadina di montagna che, pur nella sua atavica diffidenza, accoglie e nutre i suoi ospiti. Dopo la breve parentesi lucana Guareschi assaggerà l’asprezza della guerra e la crudeltà dei lager tedeschi. Vissuti che segneranno per sempre l’impegno civile e politico di Giovannino, indirizzando la sua mano a scrivere storie che raccontano la passione politica del popolo della pianura emiliana in riva al Po. “Questo è il mondo di Mondo piccolo: strade lunghe e diritte, case piccole pitturate di rosso, di giallo e di blu oltremare, sperdute in mezzo a filari di viti. Nelle sere d’agosto si alza lentamente, dietro l’argine, una luna rossa ed enorme che pare roba di altri secoli”.   

Guareschi 4

A Giovannino Guareschi è dedicata la mostra fotografica e documentale Giovannino Guareschi racconta Potenza organizzata dal Circolo culturale Gocce d’autore in collaborazione con l’Associazione filatelica culturale “Isabella Morra” di Potenza. L’8 novembre si è tenuta l’inaugurazione, giorno in cui, 81 anni prima, Guareschi parte per raggiungere il capoluogo lucano.

Eva Bonitatibus

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A Monza è “Intercultura in Quartiere 2015” con i poeti contemporanei impegnati in performance di voce-poesia-video-musica. Dal mese di ottobre fino al prossimo dicembre sei le serate dedicate alla poesia e all’arte performativa nell’ambito della rassegna “Le Voci in Movimento”.

Dopo il 23 ottobre, che ha visto Massimo Arrigoni e il suo “FUTURAKONCERT”, parole in libertà da Marinetti a Majakovskij -  partitura per voce e pianoforte con il pianista BRUNO  LAVIZZARI, sarà la volta il 6 novembre di Lorenzo Pierobon che presenta ”PAROLA VOCE SUONO”, un viaggio nel suono puro della voce. Il 20 novembre Dome Bulfaro porta in scena "PRIMA DEGLI OCCHI", live  Dome Bulfaro (testi e voce) e DAVID ROSSATO (musiche e digital sound design).  Il 4 dicembre Nicola Frangione presenta “LA VOCE in MOVIMENTO” e trasversalità video-sonore accompagnato dal pianista Matteo D’Achille, mentre il 18 dicembre Antonello Cassinotti presenta “DALLE PAROLE IL SUONO”.

La rassegna è organizzata dall’Associazione Culturale HARTA PERFORMING MONZA, con la Direzione Artistica di Nicola Frangione. La poesia sonora appartiene a quel settore della ricerca artistica che si colloca tra  letteratura, musica, arti figurative e teatro. Si tratta di uno spazio espressivo interdisciplinare dove la voce del poeta non costituisce un dato unicamente sonoro ma rappresenta l’elemento di raccordo diretto tra la corporeità  e la scrittura, oltre i margini ristretti della pagina stampata.

In questo senso la “poesia sonora” nella “Voce in Movimento” si è fatta comune denominatore di numerosi spazi di ricerca e Poeti Contemporanei anche nel territorio di Monza e Brianza (dalla poesia d’azione a quella elettronica, dalla videoperformance all’evento multimediale), costituendo le premesse per il lavoro della nuova realtà e produzione futura.  

perle retro

A cura della redazione

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perle 1

Siamo nell’inverno parigino del 1830; il poeta Rodolfo, il pittore Marcello, il musicista Schaunard e il filosofo Colline conducono una vita spensierata. Il denaro scarseggia, lo stile di vita è molto sacrificato, tuttavia la speranza non abbandona il cuore dei quattro artisti.

E’ “La Boheme” di Giacomo Puccini andata in scena nello splendido Teatro Stabile del capoluogo lucano lo scorso mercoledì 9 settembre, con replica venerdì 11.

La notte della vigilia di Natale, Rodolfo e Marcello, essendo infreddoliti e non avendo altro modo per scaldarsi, bruciano nel caminetto il manoscritto di un dramma di Rodolfo. Colline rientra a casa desolato e riferisce di aver trovato chiuso il Monte dei Pegni; poco dopo è Schaunard a raggiungere la povera soffitta, e colmo di gioia mostra il suo denaro, compenso di una inaspettata prestazione musicale. Possono allora festeggiare il  Natale e decidono di farlo al Quartiere Latino. L’arrivo di Benoit, il padrone di casa, corso a reclamare la pigione, disturba i festeggiamenti;  i quattro amici saranno però così abili da confonderlo, costringendolo a bere e a confessare le sue infedeltà coniugali, e facilmente riusciranno a farlo allontanare, fingendo la riprovazione per la sua condotta immorale. Marcello, Colline e Schaunard escono mentre Rodolfo si ferma ancora per ultimare un articolo di giornale; il poeta a lavoro riceve una visita: si tratta di Mimì, una ragazza che abita in una soffitta dello stesso stabile. Ella, rimasta al buio, chiede a Rodolfo di riaccenderle la candela; viene colta da un improvviso malore  e cadendo perde di mano il candeliere e la chiave di casa. Rodolfo è folgorato dalla bellezza della fanciulla ed è commosso dal suo pallore: si mettono insieme alla ricerca della chiave ma, complice il buio, fra i due nasce subito una forte tenerezza e scoprendosi già innamorati, si uniscono agli amici che dalla strada reclamano Rodolfo in modo chiassoso. perle 2

Marcello è triste perché la sua bella Musetta, lo ha abbandonato per altri amori. Rodolfo regala una cuffietta rosa a Mimì e la presenta agli amici; tutti insieme si siedono a un tavolo del Caffè Momus, ordinando una ricca cena. Improvvisamente entra Musetta, elegante e disinibita, accompagnata dal suo nuovo amante Alcindoro, un vecchio pomposo. Si accorge della presenza di Marcello e inizia a provocarlo con frasi e occhiate maliziose. I due, ancora presi dall’antico desiderio, si riuniscono.

L’inverno continua a regalare giornate di gran freddo,  Marcello e Musetta alloggiano e lavorano  in un cabaret.  Mimì, stanca e  sofferente, confida a Marcello che la vita con Rodolfo è diventata impossibile, a causa di continue incomprensioni. Sarà Rodolfo a spiegare la causa di quell’atteggiamento così litigioso: con dolore ma per amore della stessa, vuole separarsi da lei che è gravemente malata e non merita di vivere in una soffitta umida che aggrava il suo stato già precario di salute. Mimì e Rodolfo  rivivono il ricordo struggente dei momenti trascorsi insieme; vorrebbero separarsi, ma trovano che lasciarsi in inverno sarebbe come morire, così decidono di aspettare fino alla bella stagione, la Primavera. Decisione che attueranno.

Rodolfo e Marcello, separati da Mimì e Musetta, fingono felicità  ma in realtà rimpiangono i loro amori perduti.

Un improbabile festino, organizzato da Colline e Schaunard, che recano per cena pane e aringa, viene tragicamente interrotto da Mimì in punto di morte, accompagnata da Musetta. Sentendo prossima la fine, Mimì viene accolta da Rodolfo che la adagia teneramente sul letto, mentre  gli amici si prodigano per recarle qualche conforto. Musetta esce a vendere i suoi orecchini e Colline a impegnare  il suo vecchio pastrano. Rimasta sola con Rodolfo, Mimì rievoca i dolci momenti del loro amore e lo stringe per l’ultima volta a sé. Gli amici rientrano. Mimì prende felice dalle mani di Musetta un manicotto che crede un dono di Rodolfo e si assopisce serenamente. Rodolfo continua a illudersi che possa salvarsi, finché dal rassegnato dolore dei presenti, capisce che l’amore della sua vita è volato via.

perle3Un’atmosfera sognante, nella quale si è totalmente immersi.

Luci e colori, suoni dolci e struggenti, costumi e ambienti di un tempo andato che ospita però le logiche di amori infiniti, fatti di sacrificio e rinunce, di passioni e cedimenti.

Sono le dinamiche dell’uomo, le protagoniste di un’opera considerata tra le più belle mai scritte e rappresentate.

Si ritrovano la tenuità dei sensi di colpa, l’ardore del sentimento, il riconoscimento della metà esatta del proprio cuore, i giochi di un destino che scherza e interroga, che limita e punisce, che non premia la sincera empatia e abbandona nello sconforto.

Laddove è l’essere a prevalere, la struttura sociale assume i contorni di dettagli futili. Che vita vacua, quella senza amore!

Gli oggetti del ricordo, le finestre sulla felicità perduta, la neve che ricopre ma non nasconde, ammorbidiscono i pensieri, ma non li liberano dalla morsa dell’assenza.

Ciascuno, messo di fronte, al termine, in senso generale, analizza i propri inizi e vi si lega come a un barlume di speranza. Quella che non restituisce ma che illumina i sentieri, che non si ha coraggio di intraprendere ma che, forse, sono gli unici plausibili.

La nudità delle scelte ha il fascino dell’ambizione innocente; un gesto, una carezza, il calore di un abbraccio, l’ultimo, divengono sguardo lungo e di premura.

L’occasione per tornare indietro.

Virginia Cortese

 

 

L’opera è divisa in quattro quadri, il libretto a cura di Giuseppe Giocosa e Luigi Illica, la regia di Alberto Paloscia; a dirigere l’orchestra, il maestro Joshua Dos Santos. La produzione, dell’“Orchestra da Camera e Sinfonica Lucana" e dell’impresa Lirica C.I.A.L.M. di Roma. Gli interpreti William Davenport, Nicola Ziccardi, Carmine Monaco, Kristin Sampson, Alessio Potestio, Rocco Cavalluzzi, Carmine Monaco, Gabriella Stimola ed Erika Tanaka. Il Maestro del coro, Giovanni Farina; il Coro del Teatro Ventidio Basso; Drammaturgia e disegno luci a cura di Sergio Licursi; Assistente alla regia, Grazia Coppolecchia; il Direttore dell’allestimento scenico, Damiano Pastoressa; il Maestro collaboratore Andrea Bauleo; il Capo reparto sartoria, Federica Groia.

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degregori1

Erano da pochi minuti passate le nove di sera, un tramonto insistito faceva coraggio a un buio bambino attorno al palco e lungo le linee morbide dei volumi soprastanti la cavea dell’Auditorium, l'aria era ancora calda, un aereo lentamente tagliava lo spicchio di cielo, Francesco saliva sul palco dopo i suoi orchestrali e intonava Lettera da un cosmodromo messicano. Ricordo d'aver letto in un sito non ufficiale a lui dedicato che pare la consideri, questa canzone, una canzone fantascientifica e che la fantascienza - oh, questo si sa - sia a sua volta da considerarsi una scienza che si occupa soprattutto del passato. Partiva così un concerto molto particolare di Francesco de Gregori, il 15 luglio 2015 al Parco della Musica a Roma, che sarebbe durato due ore e più e lo avrebbe richiamato più volte sul palco, dopo che una simmetrica citazione messicana, Sotto le stelle del Messico a trapanàr, per sua stessa annotazione, avrebbe dovuto concludere lo spettacolo. A fare il punto esatto sul futuro si è quindi riusciti partendo da un inventario minimo del passato, con una serie di titoli che arrivavano fino a Niente da capire o a Rimmel, che lambivano confini anche problematici della sua produzione, come Finestre rotte, che si spingevano però anche testardamente nella moderna contemporanea frammentazione dissoluzione di ogni possibile orizzonte condiviso, con La testa nel secchio, con Il panorama di Betlemme. A descrivere il paesaggio di delicate esperienze individuali o di dure prospettive collettive, l'uomo che ama e la società che ammazza e che tradisce, è però un Principe vivo, visibilmente contento di trovarsi lì, sensibilmente in armonia, pacata, matura armonia con il suo pubblico, che offre riletture molto suggestive di ogni sua canzone. Serata particolare dal tono personale, se può dirsi così, dove Francesco chiama sul palco Luigi Grechi, proprio quel fratello, bibliotecario come il padre, che da ragazzo lo aveva spinto verso un diverso destino, verso la musica, ad una distanza di sicurezza appena percepibile dalla letteratura e dalla poesia. Lo chiama per intonare con lui Il bandito e il campione, compuntamente presentandolo solo come l'autore della canzone, prima, e poi la bellissima quanto scarna, essenziale e anarchica Senza regole. De Gregori si sente come l'ospite ad una festa e vorrebbe presentare tutti a tutti: così trova il modo di sottolineare la “splendida voce” della corista nonché violinista Elena Cirillo; così evoca il bassista arrangiatore, compagno di mille avventure musicali, Guido Guglielminetti,degregori 2 “l'uomo che tutto il mondo ci invidia”. De Gregori ha ancora il modo di chiamare sul palco Ambrogio Sparagna, il musicologo fisarmonicista, che ballerà lungo tutto il palco per diversi brani. E dopo il set di pezzi che terminerebbe esattamente a un'ora e mezza dall'inizio del concerto, si aprono i ripetuti bis, lui e la band vengono richiamati fuori più volte, mentre il pubblico delle prime file è in piedi a ridosso del palco e l luci della cavea sono tutte accese, perché tanto non si è più in grado di capire chi stia cantando con chi. Ma, tanto, non c'è niente da capire. Francesco de Gregori nella notte romana, e questo prendetelo a piacimento come un appunto di colore o una ruvida nota politica, lo sento cantare finalmente liberato dalle architetture pure coinvolgenti della sua poetica, liberato dal ruolo nel quale per decenni, forse suo malgrado, molti l'hanno relegato. È, de Gregori, sospeso a mezz'aria con la sua chitarra e la sua voce, come il Viandante di Vicebsk, come l'innamorato di tante tele di Chagall. Sceglie di continuare a cantare il bello ed il brutto del mondo, scandagliando lo come lui sa fare, per una volta non in battere, ma in levare.

Rocco Infantino

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perle ferri0Il 10 Agosto 2007, in una magica serata sul palcoscenico del mitologico Teatro Antico di Taormina Alessandra Ferri dà il suo addio alla danza. Ha appena 40 anni. Una serata impossibile da dimenticare. Lo scenario del Teatro è noto: le antiche pietre color rosa fanno da sfondo, con quello squarcio straordinario sul lontano Etna sempre presente con il suo pennacchio rosso, che sia la scena per una Turandot o un Rigoletto o per la danza della Ferri. Cinquemila spettatori, pubblico della grandi occasioni, oltre ai sempre graditi turisti, era accorso il popolo dei ballettofili e non mancavano le grandi firme dei vip. In prima fila il marito e grande fotografo Fabrizio Ferri e le due bimbe. Insomma un fiore a l’occhiello per il Festival di Taormina diretto da Enrico Castiglione. Nel programma Alessandra passava con naturalezza dalla Cinderella di J Neumeir alla passionale Carmen di R.Petit, dalla languida Dame aux Camelias di Neumeier, dalle coreografie di L. Lubovitch, W. Forsythe, B. Stevenson alla dolce Manon di K.McMillan accompagnata da Giulio Bocca, comunicando agli spettatori una emozione unica.

Al termine e dopo aver accolto commossi e scroscianti applausi, scomparve romanticamente nella notte con marito e figlie sulla barca di e con Sting per far ritorno all’Isola di Pantelleria. Ma perperle ferri1 fortuna non è andata così, Alessandra non ha mai interrotto quel filo indissolubile di una passione, di un destino. Non poteva una artista come lei abbandonare così la scena. Una come lei con la sua storia! Una storia incredibile che inizia quando da bambina comincia i suoi studi alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala e che continua con il suo ingresso al Royal Ballet o essere stata scelta a soli 19 anni da Sir Kenneth McMilan quale interprete dei suoi più importanti balletti. Ha raccolto in seguito nel suo cammino una infinità di prestigiosi premi come il Prix de Lausanne, il Sir Lawrence Olivier Award, il Dance Magazine Award e il Benois de la Danse .

Ha 22 anni quando Mikhail Baryshnikov la invita all’ American Ballet Theatre dove rimarrà fino al 2007. Ha lavorato con i più grandi coreografi del nostro tempo: Sir Frederick Ashton, Sir Kenneth McMillan, Jerome Robbins, Jiří Kylián, Twyla Tharp, John Neumeier, William Forsythe, Roland Petit. Ha danzato nei teatri più prestigiosi del mondo. Voleva farci dimenticare tutto questo? Impossibile. E per fortuna ci ha ripensato: dopo quella sua “minaccia” fatta in una lontana sera ne ha fatte di cose!

Infatti dopo quell'addio alle scene del 2007 e dopo una breve parentesi Alessandra Ferri è stata presente in varie e importanti manifestazioni di danza: al Festival dei Due Mondi di Spoleto, proprio a Spoleto nel 2013 il suo ritorno con "The piano upstairs", ideato dal guru di Broadway John Weidman. A Modena si è esibita in "Trio ConcertDance", spettacolo concesso in prima assoluta per l'inaugurazione di ParmaDanza 201. E ancora si segnala la sua presenza nel 2014 al Ravenna Festival.

perle ferri3Con una bellezza più morbida e ancor più consapevole di se, con il suo copro sempre sottile, flessuoso e parlante Alessandra dimostra e conferma come la maturità può regalare nuove sfumature all’arte della danza e che l’età è solo uno stato mentale e non un impedimento per artisti come lei e altri importanti talenti.

Oggi Roma la accoglie con entusiasmo dopo ben undici anni di assenza. Ci ha pensato Daniele Cipriani, un appassionato di danza e grande organizzatore e produttore di spettacoli indimenticabili. Dunque, arrivata a cinquant’ anni ha deciso di ripercorrere ancora le vie della danza e con una nuova linfa.

Evolution è il titolo della serata del 30 Luglio nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica Roma. Uno spettacolo che segna l’evoluzione di questa grande artista. Il programma della serata molto attesa laperle ferri4 vedrà insieme a un asso della danza internazionale, quale Herman Cornejo primo ballerino dell’American Ballet Theatre che dalla nostra star si sente più stimolato nella sua ricerca artistica. Insieme a loro dueci saranno anche alcuni acclamati danzatori provenienti da compagnie classiche e moderne di punta. Tra loro, Tobin del Cuore (Lar Lubovitch Dance Company), Craig Hall (New York City Ballet) e Daniel Proietto (Russell Maliphant Company), artisti molto diversi tra di loro, eppure tutti profondamente uniti dalla medesima visione della danza.

Diversi anche i lavori coreografici presentati in questa raffinata serata: dall’americano Lar Lubovitch al franco-albanese Angelin Preljocaj, dall’inglese Christopher Wheeldon alla canadese Aszure Barton.

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