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Cultura

cultura sirena 1

La sirena, nel contesto odierno e anche nel passato, rappresenta l’immaginario. Un immaginario cui, attraverso le conoscenze visive dell’uomo, si attribuisce una raffigurazione allegorica. In un certo senso si è dato nei secoli alla ­figura della sirena l’immagine allegorica del bello, del mistero, del fascino, di libertà e dell’armonia, un’armonia che sta tra l’uomo e il mare, quasi come se dessimo alla sirena il compito di esplorare per noi il mare, questo immenso mistero attribuendole una ­figura semi-umana. E cosa c’è di più bello nel rappresentare la sirena attraverso la ­figura di una donna con la coda di pesce? (un ammaliante pensiero). Allestii anni fa una mostra in un locale di Salerno, il Cercopiteco, organizzata dall’associazione Arteteka, in cui realizzai varie immagini di sirene realizzate con una base di sabbia e colla e prendendo ispirazione dalla bellezza del mare. Ne vennero fuori dei capolavori molto ben apprezzati dal pubblico campano, tant’è che vendetti tutte le opere esposte.

cultura sirena 2 cultura sirena 3 cultura sirena 4

Nella sirena è racchiusa tutta la nostra concezione del bello immaginario ma non soltanto legato alla espressione estetica della ­figura, ma anche nell’espressione dell’anima, e spesso la sirena esprime il concetto della piacevolezza di una condizione di solitudine, abbandono, riflessione, sofferenza rapportato ad una immensità che le appartiene o dalla quale vorrebbe fuggire. Una inquietudine dell’anima più attuale di quanto potesse esprimere la ­figura antica della sirena. Questo è il concetto idealistico-allegorico-onirico di sirena che abbiamo generalmente noi moderni, ma nel passato, la leggenda voleva che le sirene fossero dei pesci a cui l’uomo aveva attribuito le sembianze di una donna ammaliatrice di pescatori vittime della seducente bellezza e del seducente suono che emettevano per incantarli e divorarli.

cultura sirena 5  cultura sirena 6 cultura sirena 7

In questa serie realizzata ormai quattro anni fa, ho cercato di rappresentare tutto ciò attraverso la fusione dei colori: forti, decisi e delicati. Contrasto tra la dolcezza apparente e l’inquietudine dell’anima, il mistero di un fondale come il mistero della nostra vita, la grazia, la rassegnazione di una condizione, il tuffarsi per un attimo in una condizione di silenzio e riflessione, lo sfondo dell’immensità che potrebbe essere l’immensità interiore di ognuno di noi. La luce, direzione verso cui la sirena si orienta, rappresenta il nostro bisogno di un riferimento in una immensità che si fa più moderna allorquando la nostra anima si smarrisce.

Pasquale Palese

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cultura ilsegnodisquitieri 1

In una piovosa e fredda sera di marzo, con inesorabile insistenza, il ticchettio delle gocce pesanti d’acqua e l’aria fredda rimarcano il clima impervio di questa città, Potenza, nel cuore della Lucania, arroccata sull’Appennino, una vertebra della spina dorsale dell’Italia.

Le gocce di pioggia che battono e scivolano lungo i gradini di pietra vulcanica antichissimi del vicolo De Rosa, nel centro storico della città, sembrano letterine dell’alfabeto che cadono quasi come un racconto su questa terra martoriata da calamità naturali e il cui popolo, con radici antiche di lottatori, convive e reagisce e si confronta. Una terra impervia ma straordinariamente bella che nonostante tutto ha generato uomini di arte e cultura che l’hanno raccontata e di cui ne possiamo essere orgogliosi.

Al numero civico 6 del vicolo suddetto, nella sede del Circolo Culturale Gocce d’autore si evoca proprio una goccia di storia artistica della Lucania. Una goccia d’arte ma grande e insistente: come la pioggia cadendo accarezza il suolo, cosi Italo Squitieri accarezzava con il pennello la sua tela, con i colori della sua Lucania che amava e che aveva nel DNA.

Perché dico Lucania e non Basilicata? Perché nell’arte di Italo Squitieri si respira e si percepisce proprio la Lucania antica attraverso la forza del colore materico. Egli esprime la forza, la forza di un popolo e di un territorio, il suo, la forza nelle figure, i paesaggi prendono forza illuminati da una luce radente che mette in contrasto i vuoti e i pieni di una pietra lucana che si porta dentro espletandola in tutti i suoi dipinti, anche in quelli dove raffigura le montagne delle Alpi, si trova e si legge sempre la lucanità di cui era pervaso e che impossessava l’artista Squitieri. cultura ilsegnodisquitieri 2

E’ proprio sulle Alpi, a Cortina sua residenza, che Italo Squitieri espleta gran parte della sua vita artistica. Si potrebbe pensare: “ecco! Un altro uomo di cultura che va via dalla sua terra. No!.. o meglio Ni!”

Un artista che come uomo ha profonde radici nella sua terra e di cui non ne ha mai negato le origini e la sua profondità portando con se la testimonianza di un popolo forte, lottatore, ed è nella sua terra che ha voluto che si consumassero le sue ceneri.

Torniamo nel nostro vicoletto, entriamo in una porticina bianca, in una goccia di cultura tra le gocce di pioggia che cadono impenitenti. Un po’ come in un dipinto di Squitieri dove ci sono porte semi aperte e finestre con i fiori, una scena antica in cui si entrava in quelle porticine del vicino per soffermarsi a chiacchierare.

Anche qui entrando troviamo degli amici che vogliono rievocare un amico di tutti noi lucani: Italo Squitieri. Ma questa volta lo facciamo con più ironia e meno solennità. Una solennità che percepiamo dai primi due dipinti: l’autoritratto dell’artista in una espressione solenne con caratteri e pennellate decise, veloci, istintive e la solennità della montagna sulla parete destra della prima stanza, la materia, la forza ma anche il silenzio di un paesaggio da contemplare. cultura ilsegnodisquitieri 3

L’ironia la troviamo appena varchiamo l’arco che divide le due sale. Si, Italo Squitieri era un artista che prendeva la vita con ironia oltre che con profondità.

Il bel calore che ci accoglie ci difende dal freddo e accomuna in un unico intento i presenti in sala: parlare di un amico di cui tutti ne andiamo orgogliosi. Si avverte la presenza dell’artista attraverso i racconti inediti dell’amico medico Luigi Luccioni, come inediti sono i disegni che ci circondano. Siamo tutti intorno ad un pianoforte dall’aria solenne, e anche questa richiama alla mente una scena antica, tutti intorno ad un braciere ad ascoltare racconti. In questo caso il braciere è la cultura.

L’amico che è stato più vicino all’artista, Luigi Luccioni, ci racconta e ci traccia il profilo ironico di un artista. Un’ironia che è presente e si percepisce dalla raccolta di disegni intitolata “Turisti d’oltralpe” affidata in gentile concessione al Circolo Culturale Gocce d’autore dalla Signora Grazia Lo Re, titolare della galleria Idearte del capoluogo lucano.

cultura ilsegnodisquitieri 4cultura ilsegnodisquitieri 5  cultura ilsegnodisquitieri 6

Sono disegni a tratto sottile, a linea fluida, rapida, come una macchina fotografica immortala l’attimo. E’ facile immaginare l’artista seduto in una tranquilla caffetteria di Cortina a ritrarre in pochi tratti, in una essenza di scena, i turisti che osservava con il suo sguardo curioso e critico. Figure che, nonostante l’aspetto comico che strappa sorrisi a chi li osserva, colgono un realismo percettivo. Nei disegni si legge l’ispirazione dalla realtà che colpisce l’artista, estrapolando l’essenza e fermando l’attimo con una rapidità e padronanza del segno disteso su carta comune. Luigi Luccioni ha sottolineato la dote “dell’immediatezza del segno” di italo Squitieri attraverso cui coglieva l’essenza e la comunicazione della figura. Egli disegnava su ogni materiale: su tovagliette di trattoria, su blocchetti di carta, su qualunque pezzo di carta avesse tra le mani per fermare ciò su cui i suoi occhi si posavano. I suoi disegni, i suoi dipinti erano il linguaggio dell’artista, la sua comunicazione, egli aveva la bellezza e la profondità nella sua anima.

Tutti i lucani dovrebbero sapere e conoscere chi, attraverso il suo fare intellettuale, abbia dato lustro e onore alla terra di Basilicata.

cultura ilsegnodisquitieri 7 Mi fermo a raccontare la vernice del 13 Marzo a Gocce d’autore, della vita e delle opere di Italo Squitieri hanno scritto persone più autorevoli e firme importanti della cultura italiana. In chiusura invito i lettori ad approfondire la conoscenza di questo artista lucano che ha introdotto nel mondo la sua “goccia” di cultura.

Pasquale Palese

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Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 1Sul finire della primavera di alcuni anni fa, tra le pagine di Come il jazz può cambiarti la vita di quel raffinato trombettista di Wynton Marsalis, mi fermo a lungo sulla seguente frase: «Il processo dello swing - una coordinazione costante all’interno di una mutazione costante - raffigura la vita moderna in una società libera». Il concetto di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante, in me che in quel periodo cercavo soltanto di dare un contesto ai miei maldestri tentativi di fare dello swing con un gruppo di amici, deflagrò come una piccola cosmogonia, principiando da lì e per molto tempo a muovere in me una nuova visione delle relazioni tra le persone, o addirittura tra l’io e il mondo, per buttarla giù così. Anni dopo, ancora del tutto casualmente, mi trovo a leggere un libro di un altro notevole musicista: Francesco D’Errico, Fuor di metafora - Sette osservazioni sull’improvvisazione musicale, Napoli, Editoriale Scientifica, 2015. Francesco D’Errico, pianista, concertista e compositore, conosciutissimo nel panorama musicale, è anche docente di pianoforte jazz e armonia presso il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, collabora con il conservatorio di Napoli ed è infine, non accessoriamente, filosofo. D’Errico è venuto a Potenza, ospite dell’Associazione culturale Gocce d’Autore, l’11 marzo scorso, a presentare il suo libro, in una serie di iniziative in diversi momenti della giornata. Il libro parla dunque dell’improvvisazione musicale, dipanandosi lungo sette capitoli contenenti altrettante osservazioni sul tema. Tra le tre accezioni canoniche del fenomeno medesimo e del termine che lo esprime, nell’uso comune e non soltanto nell’ambito musicale, identificate nella meraviglia, nell’attività frettolosa e poco affidabile posta in essere quando si manchi di un che di esperienza o di conoscenza, e nella capacità di risolvere problemi attraverso soluzioni non codificate, la prima osservazione, negletto il secondo, si incentra sul primo e sul terzo connotato del fenomeno. Proprio il problem solving, trattando d’improvvisazione come di un archetipo del processo creativo, mutuabile ed esportabile in ambiti diversi dell’agire umano, è stato il tema del primo appuntamento della giornata, rivolto in modo particolare agli studenti dell’IPSEOA, tenutosi presso il Museo Archeologico Provinciale “Lacava” di Potenza. La seconda osservazione affronta le esperienze sensoriali del corpo come deposito e come soggetto, del movimento divenuto sperimentazione consolidata, esercizio, e la modalità con la quale s’affronta la paura, che sia timore rivolto verso un pericolo concreto ed attuale che attinga magari anche la propria incolumità o anche soltanto verso una propria esibizione artistica: immobilismo? fuga? I concetti di tradizione orale e di tradizione scritta, specificamente riferiti alla letteratura musicale ed alla teorica contrapposizione delle due fonti, nonché il catalogo dei materiali delle pratiche musicali, quali le altezze, i timbri, le attese, le durate, le dinamiche, le fraseologie tipiche e ricorrenti di determinate correnti e quanto ancora, su differenti piani, si ponga come strumento per la fabbricazione musicale del momento dell’improvvisazione, sono oggetto della terza e della quinta osservazione. La sesta osservazione muove tre passi nel mondo dell’economia e del management, in quello del teatro e specificamente della commedia dell’arte, in quello della pittura e tanto pratica, sull’abbrivio, per chiarire intanto quanto possa essere limitante considerare l’improvvisazione quale processo che segua un semplice sviluppo lineare, anziché contare su plurimi apporti di contesto. Nel secondo appuntamento nella intensa giornata dedicata, questa volta in un pubblico incontro mirato proprio alla discussione sui contenuti del libro, D’Errico finisce per confessare come l’osservazione a lui più cara sia l’ultima, la settima, che ha come oggetto le visioni del mondo. Attrezzi, corredo e bagaglio diventano allora gli elementi offerti si dalle neuroscienze, ma soprattutto la filosofia pura, con gli sperimentati canoni della dialettica hegeliana da un canto, e dell’esperienza della, o, meglio, delle molteplicità dalle qualità rizomatiche proprie del pensiero di Gilles Deleuze, il cui sfociare in una apparente non-relazione del pensiero aperto può ancora offrirsi come paradigma ideale al fenomeno dell’improvvisazione. L’approdo diventa, in questo caso, sia il bisogno d’integrazione, sia anche l’accoglienza del paradosso. E’ ancora nel luogo protetto della mia lettura privata che invece io incontro le pagine che fatalmente finiscono per attrarmi più delle altre, quelle cui è rivolta la quarta osservazione, dedicata, nei dichiarati intenti, alle relazioni tra improvvisazione su struttura e improvvisazione libera. D’Errico ricorda che in un oggetto sonoro la struttura si declina in circolarità, flusso temporale misurato e norme condivise. L’esperienza dell’improvvisazione viene proposta come una volta a volta diversa visione delle cose, sia metodologica che emotiva, attraverso uno sviluppo temporale circolare, anzi ad anello. Così lo sguardo del corridore su pista, rivolto sempre a nuovi elementi del paesaggio circostante, nell’esempio che l’autore propone, parallelo del giro armonico presidiato da un flusso regolare di tempo nella musica praticata. Qui mi fermo ancora un momento, nel leggere, perché avverto interiormente come questa visione richiami l’idea della coordinazione costante incontrata anni prima e di cui ho riferito, ma ancora mi sfugge l’elemento che denunci o liberi la costante mutazione. L’osservazione di D’Errico tuttavia incalza, ricordando come l’insieme ordinato delle norme abbia come punto di origine, anzi come generatore costante oltre che necessario proprio il caos. Mi viene allora alla mente come Ilya Prigogine, ne Le leggi del caos, con una frase che è quasi poesia diceva: «l’universo è meno simmetrico di quanto le equazioni di base lascerebbero prevedere». La mia piccola cosmologia interiore viene quindi già attinta dalle leggi del caos. Debbo andare oltre. In questa densa quarta osservazione l’Autore cita anche il musicologo Stefano Zenni, riportando un passo di quel I segreti del jazz – Una guida all’ascolto, libro magico per gli appassionati, che era stato oggetto di una mia precedente altrettanto vorace, sebbene incompetente lettura.

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 2Zenni, ora lo ricordo, dedicava a propria volta un intero capitolo in quel libro all’improvvisazione. Il titolo del capitolo era Descent into the Maelstrom: viaggio nell’improvvisazione. Perché quel titolo? Bello ma strano, me lo domando soltanto adesso, ora che mi pare di avvicinarmi al punto. Che sia un riferimento a un racconto di E. A. Poe, o anche soltanto al fenomeno causato dalla marea lungo la costa atlantica della Norvegia, che l’ha ispirato, il punto è che si tratta di un gorgo. Di una spirale. E in effetti il moto circolare del tempo, nelle battute di un brano proprio come nelle ore di una giornata, come nel mio stesso intemperante terzinare di allora quale assai improbabile batterista, segue si un ciclo, ma lungo una traiettoria si immagina costante e s’immagina tesa tra il passato e il futuro, tra un prima e un dopo, tra la prima e l’ultima nota suonata di un brano, almeno nell’esperienza comune. Così tutto improvvisamente mi pare guadagnare maggiore senso, la musica stessa mi appare più compostamente comporsi con l’esistere, o quest’ultimo con essa, non so dire, ora che credo di aver chiara la mia personale, forse fallace, idea di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante. Del libro, un testo ricco viepiù se lo si prende a propria volta come l’esposizione del tema dal quale partire per proprie personali improvvisazioni speculative interiori - ma non si sa quanto ricorsive in quanti altri sé -, è corredo tra l’altro un’altrettanto affascinante postfazione di Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicopatologia generale presso l’Università della Basilicata, dove leggo finalmente che improvvisare è un atto di profonda interiorità. Maldonato, partendo dall’assunto che «il pensiero cronologico è ordinato nel tempo, mentre il pensiero corporeo è simultaneo», mostra come «l’urgenza performativa di gesti, voci e suoni, sebbene declinata in un medesimo orizzonte, rende irriducibile la differenza del tempo individuale. Del resto,» continua e conclude sul punto «se i tempi individuali coincidessero, i musicisti condividerebbero la stessa vita».

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 3Per rimanere nella cifra cosmologica, niente ci garantisce, se non l’universo stesso per come lo conosciamo nella nostra limitata quantità di tempo, e cioè niente ancora una volta, che le spirali sulle quali s’avvitano le orbite dei corpi celesti, conservino le medesime relazioni conosciute tra loro. Ciò non ci sgomenta, se consideriamo per un momento che, tolto il tempo, tutto quello che è è soltanto un momento, un improvviso, istantaneo e inaspettato, appunto. E come tale, non può risultare incoerente. Tanto mi dico, per chiudere i miei conti privati con Marsalis. Della giornata intera, generosamente dedicata dal filosofo e dal didatta alla declinazione plurale del tema dell’improvvisazione, è stata naturale conclusione un concerto del pianista Francesco D’Errico, accompagnato da Marco De Tilla al contrabbasso, Olindo Linguerri alla batteria e Alberto De Michele alla chitarra, nei locali del Circolo Gocce d’Autore a Potenza.

Rocco Infantino 

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Presentazione Stabile

Tutte le poesie, edita per i tipi della Pendragon, è la raccolta di tre sillogi scritte dall’amato e compianto Pino Mango, Nel malamente mondo non ti trovo, Di quanto stupore e I gelsi ignoranti.

Artista della terra che, dalla terra, ha voluto esigere rigore e dignità e che, alla terra, ha portato l’eleganza e la sensibilità degli uomini che conoscono la vita.

Il libro è stato presentato in tre momenti, all’interno della rassegna letteraria di Gocce d’Autore, presso l’Università degli Studi di Basilicata, presso il Teatro Stabile nel capoluogo regionale e presso la suggestiva Casa Cava di Matera. Contestualmente, una mostra fotografica, a opera del fotografo di scena Nicola Di Giorgio, dal titolo “In cerca di un angolo d’infinito”, ospitata presso la Cappella dei Celestini, Palazzo Loffredo a Potenza, ha impreziosito l’ambizioso cartellone culturale.

Numerose le voci che hanno donato un contributo sostanziale alla discussione su una persona e non già su un personaggio (pur noto, a livello internazionale) che ha riempito i cuori di emozioni e ricordi, di luce e stupore; su tutte la moglie, Laura Valente che, accompagnata dalla figlia Angelina, ha intessuto di immagini familiari e tenere, una figura che resterà indimenticabile.

Laura, artista e donna d’ingegno, forte e tenace, ha conosciuto lo specchio di una vita felice, di uno spazio di paradiso e d’universo; ha parlato, accolto e vissuto un applauso caldo come il Mediterraneo disegnato da Pino.

La coralità dei gesti e dei pensieri ha premiato una scelta di coraggio: quella di mettersi a nudo, di volta in volta, con l’istantanea creazione di ciò che resterà nell’eterno. La poesia.

Si perché, di poesia era infarcita la voce esotica di Mango, ma molto più la sua realtà di studio e di coscienza.

copertina libro

Poeta minuzioso e vero, concentrato e suadente.

Poeta del silenzio e della contemplazione.

Poeta della logica obiettività delle scelte di senso.

I suoi versi sono distillati di saggezza; materici e profumati, hanno il grande merito di trasportare oltre le linee blu del cielo e del mare, oltre il verde dei maestosi ulivi, oltre il giallo dei soli del sud, oltre i rossi dei frutti maturi, oltre quei venti che contraddistinguono i volti della sua gente. Quelle persone, delle quali amava gli sguardi fieri, le dignità a servizio dell’esistere senza banalità.

Un libro che ha prospettive e bassorilievi, che si “poggia sullo scrigno del mondo, dove gareggiano i momenti a seminar futuro”; che non dimentica il mare come la “carezza che torna nell’onda a riprendersi ancora”, né la memoria che brama essere dilata “tacendomi come un silenzio tanto che un suono non suoni il mio nome e le note nasconda lontano”, né il “ponte per passare dalla tua coscienza di sempre alla mia incoscienza nuova, come d’un insieme quasi perfetto”.

L’ultima parte della raccolta, come afferma lo stesso artista in una fortunata espressione rubata alla scena di un ingrato destino è “un momento di intimo orgoglio, a cui tengo molto, dove le tragedie s’intrecciano con le storie dei sentimenti attraverso le commedie quotidiane, fino a rendere la fantasia il prezioso punto d’incontro tra i fiori nuovi e i fiori più consumati. (…) Non tutti amano la poesia, credo che il più delle volte si tratti d’una mancata abitudine all’analisi intima dei colori che danno all’arcobaleno dei sentimenti , la vera tonalità del vivere. (…) Forse non tutti sanno riconoscerne il momento”.

Parole che conoscono l’illimitato candore del tempo e il limite delle notti impietose, trascorse a osservare il mare.

La gioia si ricompone al fiorire di un pensiero: la morte non ha senso quando sfiora la finestra dell’uomo, Pino Mango, che ha conosciuto l’Amore.

E Amore è assenza di morte.

Virginia Cortese

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Provi qualcosa di simile, se sai cosa intendo, quando ti vedi servire una cassata siciliana destrutturata. Osservi nel piatto la ricotta di pecora, il pan di Spagna lucente di bagna, i canditi, legati magari da un andirivieni ricamato di ghiaccia reale, e attraversi così un dolce momento di smarrimento. Siamo al 26 di gennaio 2016 al teatro Piccolo Principe di Potenza, secondo appuntamento della rassegna “Jazz & entertainment” e sul palco il Valerio Pontrandolfo Quartet. Pontrandolfo, lucano, sax tenore, presenta il suo primo album dal titolo Are you Sirius? Con lui, per la serata, Michele Di Martino al pianoforte, Dario Deidda al basso e la partecipazione particolare di Roberto Gatto alla batteria. gatto1Inutile riportare i profili di questi musicisti, no? Magari proprio soltanto di Pontrandolfo si dirà che, nato a Potenza nel 1975, vive e studia a Bologna con Piero Odorici e Carlo Atti prima, e con Barry Harris, Steve Grossman e George Coleman poi, entrando a far parte, dal 2005 fino al 2012, del gruppo Two Tenors Quintet di Steve Grossman stesso. Stoà Teatro, Tumbao school e Circolo culturale "Gocce d'autore” tentano di riproporre, con un non trascurabile sforzo organizzativo, per metterla così, l’esperienza dei decenni passati, quando, lo si dice per i più giovani o i meno informati, Potenza con il suo pubblico competente è stata per un discreto periodo una piazza non di second’ordine per il jazz. L’album contiene, tra gli altri, quattro brani originali di Pontrandolfo: Twenty, Touched, Tongue Out e Are You Sirius?, oltre che tre standard - You, Make Believe, Recado Bossa Nova - tirati fuori dal Great American Songbook. Così, davanti a un pubblico nutrito, per continuare con metafore in tema, soddisfatto come un gruppo di invitati a un matrimonio d’antàn, l’esibizione inizia proprio con Twenty, sulle cui note d’abbrivio del sax si posa la brina, è evidente, di una genuina emozione e va poi via svelta e serve, imbanditi sul momento, questi ed altri brani, in un fitto colloquio ritmico tra la batteria ed il pianoforte, che per tutta la serata se ne staranno composti agli opposti dell’asse maggiore di quello che pare percepirsi come un ellissoide sonoro, ai capitavola, insomma, mentre Deidda a tratti visibilmente si diverte tra scale, anzi gradinate cromatiche e sfumature melodiche talvolta quasi quasi di suggestione napoletana, e Pontrandolfo s’impegna e in alcuni momenti generosamente s’intigna, ad affermare il potere del sassofono con le sue note gravi. gatto2Roberto Gatto, la special guest, dal canto suo, affronta l’intera serata come un compitissimo travet del ritmo, come un maître di sala dalle tante cerimonie alle spalle, facendosi apprezzare proprio perché non dice «Io sono Roberto Gatto» ad ogni colpo di bacchetta, e però non manca di omaggiare l’ascoltatore attento di una deliziosa lezione di comping e di feathering, onorando l’appuntamento di ogni sedicesimo e arricchendo l’accompagnamento con un dialogo continuo tra mano sinistra e cassa. L’assaggio di jazz della serata conosce i suoi cucchiai più dolci con i brani più slow, con le atmosfere esotiche di Recado Bossa Nova, e ancor più con una bella esecuzione di Delilah di Clifford Brown. Lì Roberto Gatto, posate le bacchette, costruisce suggestivi aloni timbrici con i mallets ed anche, in Delilah, battendo con l’impugnatura sul cerchio del rullante, piacevoli legnosità. Lì Pontrandolfo ben si dispone a trovare sonorità più interiori e  morbide, finalmente meno preoccupato del resto. 

Rocco Infantino

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cultura tango 1

Melanconia e sensualità. Profondità e leggerezza. Pathos e sentimento. Sono i tratti peculiari del tango, di quello raccontato e di quello cantato, ma anche di quello danzato. Il tango come poesia, prima che ballo, prima che musica, ha la forza evocativa capace di imprimere indelebilmente alma e ragione. E’ il tango che ci ha fatto leggere ed ascoltare Donatella Alamprese, cantante lucana, insieme al chitarrista Marco Giacomini il 2 gennaio scorso a Potenza. Un’esperienza forte ed unica che ha trasformato la presentazione dell’ultimo disco dei due musicisti, Tango sin carmìn, in un viaggio senza ritorno nelle storie e nella storia del tango e nella tradizione argentina. Un inizio d’anno all’insegna della riflessione sollecitata dalla musica e dalla poesia, una musica e una poesia che hanno radici profondissime e che ci hanno portato lontano, nell’Argentina di Alfonsina Storni, dei bambini rubati dalla dittatura, delle  ragazze e donne desaparecida. Versi struggenti che hanno commosso il pubblico che ha affollato la Galleria Civica di Palazzo Loffredo e che non ha smesso di applaudire ed acclamare l’intensa interprete definita la “Perla del tango”.

cultura tango 2

Il disco rappresenta un omaggio alle donne, quelle creature che combattono tutti i giorni per sopravvivere alle ingiustizie, alle privazioni e ai pregiudizi. A quelle donne che non hanno bisogno di maschere, di make up, che nella loro semplicità e purezza raggiungono i loro obiettivi con la sola forza della determinazione. Il tango in fondo racconta proprio la storia della marginalità, nasce come espressione culturale dell’immigrazione e nasce in una società di immigrazione dall’incrocio di creoli argentini o uruguaiani e immigrati, soprattutto italiani, nella quale mancano le donne. Dunque un tango senza rossetto che riproduce il fluire della vita con dialoghi di ordinaria follia che ne caratterizzano la quotidianità. E allora il tango diventa un discorso, un linguaggio per comunicare la sofferenza che è alla base della passione.   

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La voce di Donatella Alamprese ha raccontato il tormento e la bellezza di questa terra che un po’ le appartiene. Toni forti e potenti hanno dato spazio a parole soffiate, supportate dalla dolcezza della chitarra di Marco Giacomini che ha assecondato la poesia sottolineandone la forza semantica. Rinascita e morte convivono in Donatella, nella sua liricità e nella sua vocalità. Una interpretazione vibrante che non ha lasciato dubbi sulla bravura di questa cantante carismatica e comunicativa che ha intrattenuto il pubblico con una freschezza ed energia entusiasmanti. Alla fine standing ovation per lei.

Il disco, quattordici brani in tutto, si presenta come un’antologia di racconti e vanta la collaborazione di Marta Pizzo, poetessa e compositrice, e di Saul Cosentino, tra i più importanti compositori argentini contemporanei. Originalità e modernità sono le caratteristiche di Tango sin carmìn che, valicando i limiti del folklore (cit. Giovanni Ballerini) fanno della musica latino-americana una musica universale. Una ricerca che fa di Donatella Alamprese una musicista raffinata in cui confluiscono le voci di tutte le donne.

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(Foto di Carla Di Camillo)

Eva Bonitatibus

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Guareschi 1

Giovannino Guareschi non è solo Mondo Piccolo o Don Camillo o il Candido. Giovannino Guareschi non è solo uno scrittore, un giornalista, un umorista, un caricaturista. Giovannino Guareschi è anche un fotografo. Ancor prima degli antropologi e degli etnografi, prima ancora di Ernesto De Martino, di Cartier Bresson e di Arturo Zavattini, immortala Potenza e la Basilicata negli anni 1934-35 e documenta le condizioni di vita di un luogo a lui sconosciuto. In quel periodo soggiorna nel capoluogo lucano in qualità di Allievo Ufficiale di Complemento d’artiglieria presso la locale Caserma, ha ventisei anni e porta con sé la sua Voighländer con la quale cattura scene di vita militare e civile. Scatti in Caserma, con i suoi amici reclute, e tanti scatti alla città e alla sua popolazione.

Guareschi 2Ciò che coglie attraverso la sua curiosa lente sono le condizioni di vita di una città ferma nel tempo e lontana da quelle della Bassa parmense in cui è vissuto. Un’Italia divisa a metà cui i ritmi lenti del Sud fanno da contrappeso a quelli più veloci del Nord. Le immagini in bianco e nero scattate ormai ottant’anni fa restituiscono in maniera nitida una comunità che cammina lentamente verso un progresso che chissà quando arriverà. Una società arcaica messa a fuoco da un obiettivo che non vuole denunciare con brutalità le precarie condizioni di vita del popolo potentino, ma raccontare con curiosità i costumi di un popolo dalle usanze così diverse dalle sue.

Donne, bambini e uomini sono i soggetti preferiti da Guareschi fotografo, Guareschi 3che coglie ladrammaticità di situazioni di estrema povertà. Si vedono donne alle prese con le faccende quotidiane, a riempire anfore d’acqua alla fontana, o indaffarate in angusti sottani circondate da una nidiata di bambini. Le donne con le donne e gli uomini con gli uomini. Si scorgono crocicchi di individui indaffarati a parlamentare, avvolti nei lunghi mantelli neri per coprirsi dal freddo pungente dei lunghi inverni potentini. I volti dei bambini e il loro sguardo enigmatico colpisce e incupisce. Restano fermi immobili davanti all’obiettivo del giovane soldato, si lasciano fotografare nella loro nuda indigenza, disvelano un’infanzia caduca e fragile. E dietro di loro fa da sfondo una città innevata, con vicoli e case che si avvicendano ritmicamente, popolata da asini e muli quali unici mezzi di trasporto.

Guareschi scopre al contempo e in contrasto con quanto immortalato una città che vuole emanciparsi. Lo dicono le locandine affisse ai muri che pubblicizzano il cinema. In quei giorni si proiettano La principessa della Czarda e Il re dell’arena nei due cinematografi Sala Roma e il Teatro comunale “F. Stabile”, piccolo svago per pochi privilegiati. Ma poi Potenza comincia ad espandersi, sorgono i primi edifici moderni, giungono piccoli fermenti artistici con gli affreschi dell’artista torinese Mario Prajer in cattedrale e l’opera di un riparatore ed accordatore di pianoforti, Raffaele Rebeck. Non dimentichiamo che siamo in pieno regime fascista e le nuove politiche sociali contrappongo alle donne nascoste in informi gonne nere e fazzoletto in testa, quelle impegnate a promuovere conferenze ed incontri per divulgare idee “progressiste”.

Il “piccolo mondo” catturato da Guareschi finisce nei racconti a puntate e caricature che scrive per il numero unico di Macpizero, il giornale che circola in Caserma. E’ qui che nasce una rubrica del Bertoldo, settimanale umoristico diretto dall’umorista e narratore Cesare Zavattini intitolato “al più famoso villano della letteratura italiana”, con “L’epistolario amoroso del soldato Pippo”, una serie di nove lettere alla fidanzata sulla vita militare. L’esperienza militare potentina dura solo un anno ma è sufficiente a fargli apprezzare i pochi agi di una cittadina di montagna che, pur nella sua atavica diffidenza, accoglie e nutre i suoi ospiti. Dopo la breve parentesi lucana Guareschi assaggerà l’asprezza della guerra e la crudeltà dei lager tedeschi. Vissuti che segneranno per sempre l’impegno civile e politico di Giovannino, indirizzando la sua mano a scrivere storie che raccontano la passione politica del popolo della pianura emiliana in riva al Po. “Questo è il mondo di Mondo piccolo: strade lunghe e diritte, case piccole pitturate di rosso, di giallo e di blu oltremare, sperdute in mezzo a filari di viti. Nelle sere d’agosto si alza lentamente, dietro l’argine, una luna rossa ed enorme che pare roba di altri secoli”.   

Guareschi 4

A Giovannino Guareschi è dedicata la mostra fotografica e documentale Giovannino Guareschi racconta Potenza organizzata dal Circolo culturale Gocce d’autore in collaborazione con l’Associazione filatelica culturale “Isabella Morra” di Potenza. L’8 novembre si è tenuta l’inaugurazione, giorno in cui, 81 anni prima, Guareschi parte per raggiungere il capoluogo lucano.

Eva Bonitatibus

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A Monza è “Intercultura in Quartiere 2015” con i poeti contemporanei impegnati in performance di voce-poesia-video-musica. Dal mese di ottobre fino al prossimo dicembre sei le serate dedicate alla poesia e all’arte performativa nell’ambito della rassegna “Le Voci in Movimento”.

Dopo il 23 ottobre, che ha visto Massimo Arrigoni e il suo “FUTURAKONCERT”, parole in libertà da Marinetti a Majakovskij -  partitura per voce e pianoforte con il pianista BRUNO  LAVIZZARI, sarà la volta il 6 novembre di Lorenzo Pierobon che presenta ”PAROLA VOCE SUONO”, un viaggio nel suono puro della voce. Il 20 novembre Dome Bulfaro porta in scena "PRIMA DEGLI OCCHI", live  Dome Bulfaro (testi e voce) e DAVID ROSSATO (musiche e digital sound design).  Il 4 dicembre Nicola Frangione presenta “LA VOCE in MOVIMENTO” e trasversalità video-sonore accompagnato dal pianista Matteo D’Achille, mentre il 18 dicembre Antonello Cassinotti presenta “DALLE PAROLE IL SUONO”.

La rassegna è organizzata dall’Associazione Culturale HARTA PERFORMING MONZA, con la Direzione Artistica di Nicola Frangione. La poesia sonora appartiene a quel settore della ricerca artistica che si colloca tra  letteratura, musica, arti figurative e teatro. Si tratta di uno spazio espressivo interdisciplinare dove la voce del poeta non costituisce un dato unicamente sonoro ma rappresenta l’elemento di raccordo diretto tra la corporeità  e la scrittura, oltre i margini ristretti della pagina stampata.

In questo senso la “poesia sonora” nella “Voce in Movimento” si è fatta comune denominatore di numerosi spazi di ricerca e Poeti Contemporanei anche nel territorio di Monza e Brianza (dalla poesia d’azione a quella elettronica, dalla videoperformance all’evento multimediale), costituendo le premesse per il lavoro della nuova realtà e produzione futura.  

perle retro

A cura della redazione

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