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Cultura

cultura ligabue 1

Dicono che le sue canzoni sono sempre le stesse e che sono suonate sempre sui soliti accordi, e allora mi chiedo perché i 135 mila (nelle due giornate di concerto) del Liga Rock Park ad ogni canzone avevano sul loro volto emozioni diverse?

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cultura 1

Rispetto. Le Giornate europee del patrimonio servono proprio a riflettere sul significato di questa parola. Il rispetto è quell’azione sacra che consente agli uomini di essere immortali.

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cultura 1

Il pallottoliere di Youtube mi informa che sono il visualizzatore numero novecentosette, mentre rivedo il nuovo video dei Pietranuda,

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cultura ArtHeroines 1 FRANCESCO VISCONTI PRASCA

foto di Francesco Visconti Prasca

Bologna ha fatto da sfondo alla Notte delle Gallerie con gli allievi dell’Accademia delle Belle Arti e la loro inedita arte performativa. “Art Heroines/ le voci delle artiste da Hannah Höch a Kara Walker” è stato uno spettacolo suggestivo in cui i giovani studenti del corso di Fashion Design Biennio hanno portato in scena, lo scorso 16 giugno,

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cultura lalungamarciadellalettura 1

“Una cosa è certa: ci siamo divertiti tutti leggendo…quale migliore celebrazione del libro?” (Elda Rizzitelli)

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cultura sirena 1

La sirena, nel contesto odierno e anche nel passato, rappresenta l’immaginario. Un immaginario cui, attraverso le conoscenze visive dell’uomo, si attribuisce una raffigurazione allegorica. In un certo senso si è dato nei secoli alla ­figura della sirena l’immagine allegorica del bello, del mistero, del fascino, di libertà e dell’armonia, un’armonia che sta tra l’uomo e il mare, quasi come se dessimo alla sirena il compito di esplorare per noi il mare, questo immenso mistero attribuendole una ­figura semi-umana. E cosa c’è di più bello nel rappresentare la sirena attraverso la ­figura di una donna con la coda di pesce? (un ammaliante pensiero). Allestii anni fa una mostra in un locale di Salerno, il Cercopiteco, organizzata dall’associazione Arteteka, in cui realizzai varie immagini di sirene realizzate con una base di sabbia e colla e prendendo ispirazione dalla bellezza del mare. Ne vennero fuori dei capolavori molto ben apprezzati dal pubblico campano, tant’è che vendetti tutte le opere esposte.

cultura sirena 2 cultura sirena 3 cultura sirena 4

Nella sirena è racchiusa tutta la nostra concezione del bello immaginario ma non soltanto legato alla espressione estetica della ­figura, ma anche nell’espressione dell’anima, e spesso la sirena esprime il concetto della piacevolezza di una condizione di solitudine, abbandono, riflessione, sofferenza rapportato ad una immensità che le appartiene o dalla quale vorrebbe fuggire. Una inquietudine dell’anima più attuale di quanto potesse esprimere la ­figura antica della sirena. Questo è il concetto idealistico-allegorico-onirico di sirena che abbiamo generalmente noi moderni, ma nel passato, la leggenda voleva che le sirene fossero dei pesci a cui l’uomo aveva attribuito le sembianze di una donna ammaliatrice di pescatori vittime della seducente bellezza e del seducente suono che emettevano per incantarli e divorarli.

cultura sirena 5  cultura sirena 6 cultura sirena 7

In questa serie realizzata ormai quattro anni fa, ho cercato di rappresentare tutto ciò attraverso la fusione dei colori: forti, decisi e delicati. Contrasto tra la dolcezza apparente e l’inquietudine dell’anima, il mistero di un fondale come il mistero della nostra vita, la grazia, la rassegnazione di una condizione, il tuffarsi per un attimo in una condizione di silenzio e riflessione, lo sfondo dell’immensità che potrebbe essere l’immensità interiore di ognuno di noi. La luce, direzione verso cui la sirena si orienta, rappresenta il nostro bisogno di un riferimento in una immensità che si fa più moderna allorquando la nostra anima si smarrisce.

Pasquale Palese

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cultura ilsegnodisquitieri 1

In una piovosa e fredda sera di marzo, con inesorabile insistenza, il ticchettio delle gocce pesanti d’acqua e l’aria fredda rimarcano il clima impervio di questa città, Potenza, nel cuore della Lucania, arroccata sull’Appennino, una vertebra della spina dorsale dell’Italia.

Le gocce di pioggia che battono e scivolano lungo i gradini di pietra vulcanica antichissimi del vicolo De Rosa, nel centro storico della città, sembrano letterine dell’alfabeto che cadono quasi come un racconto su questa terra martoriata da calamità naturali e il cui popolo, con radici antiche di lottatori, convive e reagisce e si confronta. Una terra impervia ma straordinariamente bella che nonostante tutto ha generato uomini di arte e cultura che l’hanno raccontata e di cui ne possiamo essere orgogliosi.

Al numero civico 6 del vicolo suddetto, nella sede del Circolo Culturale Gocce d’autore si evoca proprio una goccia di storia artistica della Lucania. Una goccia d’arte ma grande e insistente: come la pioggia cadendo accarezza il suolo, cosi Italo Squitieri accarezzava con il pennello la sua tela, con i colori della sua Lucania che amava e che aveva nel DNA.

Perché dico Lucania e non Basilicata? Perché nell’arte di Italo Squitieri si respira e si percepisce proprio la Lucania antica attraverso la forza del colore materico. Egli esprime la forza, la forza di un popolo e di un territorio, il suo, la forza nelle figure, i paesaggi prendono forza illuminati da una luce radente che mette in contrasto i vuoti e i pieni di una pietra lucana che si porta dentro espletandola in tutti i suoi dipinti, anche in quelli dove raffigura le montagne delle Alpi, si trova e si legge sempre la lucanità di cui era pervaso e che impossessava l’artista Squitieri. cultura ilsegnodisquitieri 2

E’ proprio sulle Alpi, a Cortina sua residenza, che Italo Squitieri espleta gran parte della sua vita artistica. Si potrebbe pensare: “ecco! Un altro uomo di cultura che va via dalla sua terra. No!.. o meglio Ni!”

Un artista che come uomo ha profonde radici nella sua terra e di cui non ne ha mai negato le origini e la sua profondità portando con se la testimonianza di un popolo forte, lottatore, ed è nella sua terra che ha voluto che si consumassero le sue ceneri.

Torniamo nel nostro vicoletto, entriamo in una porticina bianca, in una goccia di cultura tra le gocce di pioggia che cadono impenitenti. Un po’ come in un dipinto di Squitieri dove ci sono porte semi aperte e finestre con i fiori, una scena antica in cui si entrava in quelle porticine del vicino per soffermarsi a chiacchierare.

Anche qui entrando troviamo degli amici che vogliono rievocare un amico di tutti noi lucani: Italo Squitieri. Ma questa volta lo facciamo con più ironia e meno solennità. Una solennità che percepiamo dai primi due dipinti: l’autoritratto dell’artista in una espressione solenne con caratteri e pennellate decise, veloci, istintive e la solennità della montagna sulla parete destra della prima stanza, la materia, la forza ma anche il silenzio di un paesaggio da contemplare. cultura ilsegnodisquitieri 3

L’ironia la troviamo appena varchiamo l’arco che divide le due sale. Si, Italo Squitieri era un artista che prendeva la vita con ironia oltre che con profondità.

Il bel calore che ci accoglie ci difende dal freddo e accomuna in un unico intento i presenti in sala: parlare di un amico di cui tutti ne andiamo orgogliosi. Si avverte la presenza dell’artista attraverso i racconti inediti dell’amico medico Luigi Luccioni, come inediti sono i disegni che ci circondano. Siamo tutti intorno ad un pianoforte dall’aria solenne, e anche questa richiama alla mente una scena antica, tutti intorno ad un braciere ad ascoltare racconti. In questo caso il braciere è la cultura.

L’amico che è stato più vicino all’artista, Luigi Luccioni, ci racconta e ci traccia il profilo ironico di un artista. Un’ironia che è presente e si percepisce dalla raccolta di disegni intitolata “Turisti d’oltralpe” affidata in gentile concessione al Circolo Culturale Gocce d’autore dalla Signora Grazia Lo Re, titolare della galleria Idearte del capoluogo lucano.

cultura ilsegnodisquitieri 4cultura ilsegnodisquitieri 5  cultura ilsegnodisquitieri 6

Sono disegni a tratto sottile, a linea fluida, rapida, come una macchina fotografica immortala l’attimo. E’ facile immaginare l’artista seduto in una tranquilla caffetteria di Cortina a ritrarre in pochi tratti, in una essenza di scena, i turisti che osservava con il suo sguardo curioso e critico. Figure che, nonostante l’aspetto comico che strappa sorrisi a chi li osserva, colgono un realismo percettivo. Nei disegni si legge l’ispirazione dalla realtà che colpisce l’artista, estrapolando l’essenza e fermando l’attimo con una rapidità e padronanza del segno disteso su carta comune. Luigi Luccioni ha sottolineato la dote “dell’immediatezza del segno” di italo Squitieri attraverso cui coglieva l’essenza e la comunicazione della figura. Egli disegnava su ogni materiale: su tovagliette di trattoria, su blocchetti di carta, su qualunque pezzo di carta avesse tra le mani per fermare ciò su cui i suoi occhi si posavano. I suoi disegni, i suoi dipinti erano il linguaggio dell’artista, la sua comunicazione, egli aveva la bellezza e la profondità nella sua anima.

Tutti i lucani dovrebbero sapere e conoscere chi, attraverso il suo fare intellettuale, abbia dato lustro e onore alla terra di Basilicata.

cultura ilsegnodisquitieri 7 Mi fermo a raccontare la vernice del 13 Marzo a Gocce d’autore, della vita e delle opere di Italo Squitieri hanno scritto persone più autorevoli e firme importanti della cultura italiana. In chiusura invito i lettori ad approfondire la conoscenza di questo artista lucano che ha introdotto nel mondo la sua “goccia” di cultura.

Pasquale Palese

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Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 1Sul finire della primavera di alcuni anni fa, tra le pagine di Come il jazz può cambiarti la vita di quel raffinato trombettista di Wynton Marsalis, mi fermo a lungo sulla seguente frase: «Il processo dello swing - una coordinazione costante all’interno di una mutazione costante - raffigura la vita moderna in una società libera». Il concetto di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante, in me che in quel periodo cercavo soltanto di dare un contesto ai miei maldestri tentativi di fare dello swing con un gruppo di amici, deflagrò come una piccola cosmogonia, principiando da lì e per molto tempo a muovere in me una nuova visione delle relazioni tra le persone, o addirittura tra l’io e il mondo, per buttarla giù così. Anni dopo, ancora del tutto casualmente, mi trovo a leggere un libro di un altro notevole musicista: Francesco D’Errico, Fuor di metafora - Sette osservazioni sull’improvvisazione musicale, Napoli, Editoriale Scientifica, 2015. Francesco D’Errico, pianista, concertista e compositore, conosciutissimo nel panorama musicale, è anche docente di pianoforte jazz e armonia presso il Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, collabora con il conservatorio di Napoli ed è infine, non accessoriamente, filosofo. D’Errico è venuto a Potenza, ospite dell’Associazione culturale Gocce d’Autore, l’11 marzo scorso, a presentare il suo libro, in una serie di iniziative in diversi momenti della giornata. Il libro parla dunque dell’improvvisazione musicale, dipanandosi lungo sette capitoli contenenti altrettante osservazioni sul tema. Tra le tre accezioni canoniche del fenomeno medesimo e del termine che lo esprime, nell’uso comune e non soltanto nell’ambito musicale, identificate nella meraviglia, nell’attività frettolosa e poco affidabile posta in essere quando si manchi di un che di esperienza o di conoscenza, e nella capacità di risolvere problemi attraverso soluzioni non codificate, la prima osservazione, negletto il secondo, si incentra sul primo e sul terzo connotato del fenomeno. Proprio il problem solving, trattando d’improvvisazione come di un archetipo del processo creativo, mutuabile ed esportabile in ambiti diversi dell’agire umano, è stato il tema del primo appuntamento della giornata, rivolto in modo particolare agli studenti dell’IPSEOA, tenutosi presso il Museo Archeologico Provinciale “Lacava” di Potenza. La seconda osservazione affronta le esperienze sensoriali del corpo come deposito e come soggetto, del movimento divenuto sperimentazione consolidata, esercizio, e la modalità con la quale s’affronta la paura, che sia timore rivolto verso un pericolo concreto ed attuale che attinga magari anche la propria incolumità o anche soltanto verso una propria esibizione artistica: immobilismo? fuga? I concetti di tradizione orale e di tradizione scritta, specificamente riferiti alla letteratura musicale ed alla teorica contrapposizione delle due fonti, nonché il catalogo dei materiali delle pratiche musicali, quali le altezze, i timbri, le attese, le durate, le dinamiche, le fraseologie tipiche e ricorrenti di determinate correnti e quanto ancora, su differenti piani, si ponga come strumento per la fabbricazione musicale del momento dell’improvvisazione, sono oggetto della terza e della quinta osservazione. La sesta osservazione muove tre passi nel mondo dell’economia e del management, in quello del teatro e specificamente della commedia dell’arte, in quello della pittura e tanto pratica, sull’abbrivio, per chiarire intanto quanto possa essere limitante considerare l’improvvisazione quale processo che segua un semplice sviluppo lineare, anziché contare su plurimi apporti di contesto. Nel secondo appuntamento nella intensa giornata dedicata, questa volta in un pubblico incontro mirato proprio alla discussione sui contenuti del libro, D’Errico finisce per confessare come l’osservazione a lui più cara sia l’ultima, la settima, che ha come oggetto le visioni del mondo. Attrezzi, corredo e bagaglio diventano allora gli elementi offerti si dalle neuroscienze, ma soprattutto la filosofia pura, con gli sperimentati canoni della dialettica hegeliana da un canto, e dell’esperienza della, o, meglio, delle molteplicità dalle qualità rizomatiche proprie del pensiero di Gilles Deleuze, il cui sfociare in una apparente non-relazione del pensiero aperto può ancora offrirsi come paradigma ideale al fenomeno dell’improvvisazione. L’approdo diventa, in questo caso, sia il bisogno d’integrazione, sia anche l’accoglienza del paradosso. E’ ancora nel luogo protetto della mia lettura privata che invece io incontro le pagine che fatalmente finiscono per attrarmi più delle altre, quelle cui è rivolta la quarta osservazione, dedicata, nei dichiarati intenti, alle relazioni tra improvvisazione su struttura e improvvisazione libera. D’Errico ricorda che in un oggetto sonoro la struttura si declina in circolarità, flusso temporale misurato e norme condivise. L’esperienza dell’improvvisazione viene proposta come una volta a volta diversa visione delle cose, sia metodologica che emotiva, attraverso uno sviluppo temporale circolare, anzi ad anello. Così lo sguardo del corridore su pista, rivolto sempre a nuovi elementi del paesaggio circostante, nell’esempio che l’autore propone, parallelo del giro armonico presidiato da un flusso regolare di tempo nella musica praticata. Qui mi fermo ancora un momento, nel leggere, perché avverto interiormente come questa visione richiami l’idea della coordinazione costante incontrata anni prima e di cui ho riferito, ma ancora mi sfugge l’elemento che denunci o liberi la costante mutazione. L’osservazione di D’Errico tuttavia incalza, ricordando come l’insieme ordinato delle norme abbia come punto di origine, anzi come generatore costante oltre che necessario proprio il caos. Mi viene allora alla mente come Ilya Prigogine, ne Le leggi del caos, con una frase che è quasi poesia diceva: «l’universo è meno simmetrico di quanto le equazioni di base lascerebbero prevedere». La mia piccola cosmologia interiore viene quindi già attinta dalle leggi del caos. Debbo andare oltre. In questa densa quarta osservazione l’Autore cita anche il musicologo Stefano Zenni, riportando un passo di quel I segreti del jazz – Una guida all’ascolto, libro magico per gli appassionati, che era stato oggetto di una mia precedente altrettanto vorace, sebbene incompetente lettura.

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 2Zenni, ora lo ricordo, dedicava a propria volta un intero capitolo in quel libro all’improvvisazione. Il titolo del capitolo era Descent into the Maelstrom: viaggio nell’improvvisazione. Perché quel titolo? Bello ma strano, me lo domando soltanto adesso, ora che mi pare di avvicinarmi al punto. Che sia un riferimento a un racconto di E. A. Poe, o anche soltanto al fenomeno causato dalla marea lungo la costa atlantica della Norvegia, che l’ha ispirato, il punto è che si tratta di un gorgo. Di una spirale. E in effetti il moto circolare del tempo, nelle battute di un brano proprio come nelle ore di una giornata, come nel mio stesso intemperante terzinare di allora quale assai improbabile batterista, segue si un ciclo, ma lungo una traiettoria si immagina costante e s’immagina tesa tra il passato e il futuro, tra un prima e un dopo, tra la prima e l’ultima nota suonata di un brano, almeno nell’esperienza comune. Così tutto improvvisamente mi pare guadagnare maggiore senso, la musica stessa mi appare più compostamente comporsi con l’esistere, o quest’ultimo con essa, non so dire, ora che credo di aver chiara la mia personale, forse fallace, idea di coordinazione costante all’interno di una mutazione costante. Del libro, un testo ricco viepiù se lo si prende a propria volta come l’esposizione del tema dal quale partire per proprie personali improvvisazioni speculative interiori - ma non si sa quanto ricorsive in quanti altri sé -, è corredo tra l’altro un’altrettanto affascinante postfazione di Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicopatologia generale presso l’Università della Basilicata, dove leggo finalmente che improvvisare è un atto di profonda interiorità. Maldonato, partendo dall’assunto che «il pensiero cronologico è ordinato nel tempo, mentre il pensiero corporeo è simultaneo», mostra come «l’urgenza performativa di gesti, voci e suoni, sebbene declinata in un medesimo orizzonte, rende irriducibile la differenza del tempo individuale. Del resto,» continua e conclude sul punto «se i tempi individuali coincidessero, i musicisti condividerebbero la stessa vita».

Cultua Un venerdì nei pressi delle isole Lofoten 3Per rimanere nella cifra cosmologica, niente ci garantisce, se non l’universo stesso per come lo conosciamo nella nostra limitata quantità di tempo, e cioè niente ancora una volta, che le spirali sulle quali s’avvitano le orbite dei corpi celesti, conservino le medesime relazioni conosciute tra loro. Ciò non ci sgomenta, se consideriamo per un momento che, tolto il tempo, tutto quello che è è soltanto un momento, un improvviso, istantaneo e inaspettato, appunto. E come tale, non può risultare incoerente. Tanto mi dico, per chiudere i miei conti privati con Marsalis. Della giornata intera, generosamente dedicata dal filosofo e dal didatta alla declinazione plurale del tema dell’improvvisazione, è stata naturale conclusione un concerto del pianista Francesco D’Errico, accompagnato da Marco De Tilla al contrabbasso, Olindo Linguerri alla batteria e Alberto De Michele alla chitarra, nei locali del Circolo Gocce d’Autore a Potenza.

Rocco Infantino 

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