Oct 24, 2020 Last Updated 8:29 AM, Oct 5, 2020
Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

Sogni

In una interessante nota in coda al testo, nell’edizione della collana Piccola Biblioteca di Adelphi di Libro di sogni di Jorge Louis Borges (Milano, 2015), Tommaso Scarano ricorda come sia convinzione dell’Autore che la letteratura intera sia «un sistema complesso ma unitario di corrispondenze, una trama di discorsi infinitamente replicati in versioni al tempo stesso differenti e uguali, un unico libro infinito, scritto da un unico autore». Questa visione, che diventa schema, figura geometrica, azzarderei, caratterizza uno scritto che si propone come una antologia tematica e che di fatto si legge come una lunga storia dei sogni che lasciarono e lasciano traccia di sé in letteratura, storia che non poggia, se non per le prime pagine, su un rigido criterio cronologico, che non annovera soltanto interventi autorevoli e documentati di terzi bensì anche incursioni dello stesso Borges, e di uno dei suoi più cari e vicini amici di sperimentazioni letterarie, quel Roy Bartholomew con il quale condivide, anche in questa occasione, il gioco di proporre, inframmezzati agli altri, propri originali scritti, ora spendendo la propria identità e il proprio nome, ora ricorrendo, come moltiplicatore del gioco infinito, identità autorali fittizie ancorate ad altrettanti eteronimi, pseudonimi.

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Le vicende di questi ultimi mesi, che lo volessimo o no, si sono presentate, direi imposte ai nostri occhi con un crescente carattere di straordinarietà.

Confini

Immancabilmente, prima ch’esso sussurri segreti al naso, o che dilavi ogni gusto al palato, complice il controluce, di ogni blanc de blancs, il moto ascensionale del perlage, dall’apparente nulla, in superficie, per persistente che sia o debole o vivace, evolvendo in lenti vortici bidimensionali, avendone il tempo, sempre andrebbe a disporsi, secondo imperativi arcani, in ordinata corona lungo il bordo della coppa, vivificando, dall’interno, il rotondo limite tra liquido e cristallo.

Le bollicine e i corpi celesti hanno questo in comune – ne ho già parlato? –, che si dispongono in corolle simili, e similmente schiudono i propri bordi, premendo le profilate spirali delle galassie, del microcosmo come nel cosmo che si immagini in continua espansione, nell’assiduo tendere a esasperarne i confini.

Ai confini è dedicato il presente numero di questa rivista e questo è il modo secondo il quale essa tenta di offrire, tra le mille possibili, una chiave di lettura della realtà e dell’attualità, soffermandosi su alcuni significati e sulle implicazioni, anche simboliche e quindi profonde, delle parole che nel comunicare comune di questi tempi si ripetono più spesso.

Il tema dei confini è sconfinato, l’immagine che proponevo all’inizio è ispirata a una suggestiva didascalia su alcune foto in un agile studio di Gérard Liger-Belair (Bollicine. La scienza e lo champagne, Einaudi, 2005), didascalia e corredo fotografico che mi parvero ennesimo esempio del fatto che quasi in ogni dove, se solo sappiamo guardare, troviamo conferme alle leggi universali: “come è sopra, così è sotto”, si declinerebbe il caso, secondo insegnamenti che potremmo far risalire, avendone voglia, fino a Ermete Trismegisto, per non andare oltre.

Il confine non è necessariamente un limite, e sia lo sforzo di definirlo che la tensione per superarlo svolgono un ruolo importante nell’esperienza umana. È del resto l’uomo stesso un infinito circoscritto in un confine – individuale, naturale, biologico, storico, politico – ed egli stesso è talvolta fabbricatore, talaltra mero osservatore di linee di confine.

I più recenti approdi delle neuroscienze dimostrano come «lo spazio, così come il numero, il tempo, la causalità e la conoscenza degli oggetti fisici e sociali, siano nel nostro cervello e configurino di conseguenza la nostra psiche» (Giorgio Vallortigara, Da Euclide ai neuroni. La geometria nel cervello, Castelvecchi, 2017). Ma tanto, a ben guardare, se vale a non smarrirci nel fitto di una foresta o perderci nel deserto, a orientare la prua in mare aperto o soltanto a evitare il doloroso incontro tra piede nudo e spigolo d’un comodino, non risponde, non può rispondere, alla domanda: “dove mi trovo?”, appena essa si colori di connotati esistenziali.

Prendo spunto da un paio di racconti scritti a quattro mani da due autori che ho citato di recente, J. L. Borges e A. Bioy Casares, letti nella raccolta Cronache di Bustos Domecq (Einaudi, Nuovi Coralli, 1975). In Un pomeriggio con Ramon Bonavena è il resoconto di un cronista inviato dal suo direttore a intervistare l’autore del popolare romanzo Nord-nordovest. Il famoso romanziere spiega come, partendo dall'intenzione di scrivere un’opera di letteratura realista con immancabile protesta contro il latifondo, sia arrivato a prendere in considerazione un settore limitato della realtà come oggetto di osservazione: «Quale settore più limitato dell’angolo del tavolo di pino al quale lavoravo? Decisi di ridurmi all’angolo, a ciò che l'angolo può proporre all’osservazione. [...] La gamba del tavolo anzidetto [...] si trovava a un metro e quindici sul livello del suolo [...] Andare indefinitamente più in alto sarebbe stato sconfinare [...] presto nell’astronomia [...] andare più in basso, mi avrebbe sprofondato nella cantina, [...], se non nel globo terracqueo. L'angolo prescelto, inoltre, presentava fenomeni interessanti. La ceneriera di rame, il lapis a due punte, una azzurra e l'altra rossa, eccetera.» Questi erano i confini del mondo osservato in un romanzo di novecentoquarantuno pagine ancora soltanto al quinto tomo, con il quale il grande autore intendeva consegnarsi alla Storia.

In Naturalismo d’oggi, agli epigoni della polemica descrizionismo-descrittivismo, il cronista s’interessa all’opera di un rinomato critico letterario, Hilario Lambkin Formento, che aveva impegnato i suoi ultimi sette anni di vita allo studio critico della Divina Commedia. «Il 23 febbraio del 1931», riporta il cronista, il Lambkin «intuì che la descrizione del poema, per essere perfetta, doveva coincidere parola per parola con il poema [...]. Eliminò, dopo mature riflessioni, la prefazione, le note, l'indice e il nome e il recapito dell'editore, e dette alla stampa l'opera di Dante.». L’idea di far coincidere l’edizione critica, parola per parola, con il poema dantesco, chiarisce sempre il lucido cronista di Bustos Domecq, al Lambkin era venuta, tempo prima, con ogni probabilità, sfogliando un antico studio sull'arte della cartografia, nel quale era riportato che in un lontano impero «i Collegi dei Cartografi eressero una Mappa dell'Impero, che uguagliava in grandezza l'Impero e coincideva puntualmente con esso», salvo poi scoprire che «le Generazioni Successive compresero che quella vasta Mappa era Inutile e non senza Empietà la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degl’Inverni.».

Mercé l’iperbole, e magari rovesciando la prospettiva come proprio la letteratura e tutte le arti in genere possono fare, talvolta potremmo considerare come l’esistenza, se vogliamo, non sia che questo: la descrizione o l’analisi della nostra vita che coincide perfettamente con la nostra vita, l’estensione massima della nostra vita, e tutto quanto essa contiene, che perfettamente si sovrappone a sé stessa, ricalcando ogni punto, con assoluta coincidenza d’ogni punto, il suo confine.

È così che saremmo – siamo? –, dunque, ugualmente finiti o eterni, assoluti o minimi, senza possibilità tuttavia di risolvere il dilemma. È questo, azzardo, il nostro destino di agrimensori, determinati a misurare con ottusa, professionale perizia i possedimenti tutt’attorno al castello sulla collina, e che, secondo l’insegnamento di Franz Kafka, tuttavia, moriamo prima d’essere finalmente chiamati al cospetto, e al servizio, del Conte; prima, magari, di poter comprendere che anche il Conte stesso altri non è che noi.

Sovente ci si attarda a verificare di dove passi esattamente il confine tra immaginazione e realtà. Il senso comune viene spesso irretito dalle consolanti caratteristiche di una granitica certezza, e il compito dell’arte, pietoso e spietato assieme, è quello di scardinare la certezza, denunciare, del reale, l’illusorietà.

Una tale visione, sarei convinto, non è eresia. Chiamerei a testimoniare Silvano Tagliagambe, professore emerito di Filosofia della Scienza: «Ciò che percepisco non sono gli indizi grezzi e ambigui che dal mondo esterno arrivano ai miei occhi, alle mie orecchie e alle mie dita. Percepisco qualcosa di assai più ricco, un'immagine che combina tutti questi segnali grezzi con un’enorme quantità di esperienze passate.». Così si esprime l’autore ne Lo sguardo e l’ombra (Castelvecchi, 2017). Nella brevissima esposizione, più ancora che i richiami alla intima relazione tra soggetto e oggetto dell’osservazione, estremo territorio del sapere scientifico nel quale il confine è caduto da tempo, attrae un dettaglio precisamente riportato che riguarda il funzionamento dell’occhio umano e attiene al cosiddetto “punto cieco di visione”. Il punto cieco di visione è quella piccola regione della retina nella quale afferiscono i nervi ottici e che non contiene alcun recettore e che quindi non può trasmettere alcuna impressione sensoriale al cervello, utile per l’elaborazione dell’immagine percepita. È così; è però esperienza comune che noi non percepiamo affatto questo punto cieco, non vediamo, come dovremmo, un buco davanti a noi, neppure quando guardiamo con un solo occhio, rinunciando quindi al mutuo soccorso, su quel punto del campo visivo, dell’altro occhio. Cosa capita, allora? «Ciò che viene visto nell’area del punto cieco è solo un’ipotesi, una supposizione da parte del cervello.», riporta Tagliagambe, per arrivare a concludere, diverse pagine dopo e più in generale, che «la nostra percezione del mondo è una fantasia che coincide con la realtà.».

Tra realtà e fantasia, per risolverla così, c’è un confine, nell’esperienza comune che tutti conosciamo, che tutti attraversiamo ed è quello tra i primi anni di vita fino alla giovinezza, e l’età adulta. È il confine, nella nostra storia personale, che tutti attraversiamo, l’esperienza più tenera e intensa. Joseph Conrad consegna alle primissime pagine d’abbrivio di un suo romanzo, alla dedica stessa dell’opera, e a un mirabile titolo, tutta la violenta, struggente bellezza di questo passaggio su questo confine: The shadow-line, La linea d’ombra.

Il confine è spesso null’altro che una linea d’ombra.

Buona lettura, dunque.

Rocco Infantino

Mi tornano alla mente, non saprei dire da quali dendriti, le parole riportate nei Vangeli di Matteo e di Marco, con una variazione minima tra le due versioni (Mt4,18-20, Mc1,16-18), in cui si narra che a quel tempo Gesù, mentre camminava lungo il mare di Galilea, vedendo due fratelli, Simone e Andrea, che gettavano le reti in mare, disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini» e che essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.

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Correntemente l’equilibrio viene considerato come lo stato di un sistema nel quale non intervengano cambiamenti se non per via di perturbazioni esterne o come la condizione di stabilità di un corpo, sia fermo che in moto, o ancora come la condizione di un sistema in cui tutte le forze che influiscano su di esso abbiano una risultante nulla o tutti i processi che vi intervengano non modifichino l’assetto complessivo del sistema stesso.

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