May 22, 2022 Last Updated 6:10 PM, May 19, 2022

Appunti di Fulvio Scaparro In evidenza

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Bambini bislacchi esseri di confine

 

a Fabrizio che aveva un anno quando, di fronte a un mio

comportamento bizzarro, inarcò il sopracciglio sinistro

‘Bislacco’ è un aggettivo che a me è sempre stato simpatico.

Oggi non si usa più tanto ma quando ero bambino soltanto l’ascolto della parola mi metteva di buon umore. So bene che talvolta il termine viene usato in un’accezione peggiorativa ma io l’ho sempre associato all’ imprevisto felice, all’inaspettato, alla sorpresa divertente.

 

Provate a togliere da questo mondo tutto ciò che c’è di balzano, bizzarro, eccentrico, imprevedibile, originale, picchiato, sballato, strambo, strano, stravagante, assurdo, strampalato, balordo, capriccioso, estroso, particolare, sui generis, mattoide, pazzoide, squinternato, svitato, schiodato, picchiatello, suonato, squilibrato, balengo, folle. Cosa ci resta? Un ordine tombale.

Mia nonna era inglese. Non l’ho conosciuta, ma attraverso mio padre mi è arrivata l’irresistibile tentazione di vedere cosa c’è dietro una società ordinata e attenta alle apparenze, a giocare con tutto ciò che è rigido, eccessivamente formale, bloccato. Con lui giocavo spesso con le parole. I limerick, i nonsense, i calembours, non molto popolari in Italia, sono bislaccherie che piacciono ai bambini. I bambini vogliono sicurezza, amano i rituali, non tollerano la perdita di persone care, di oggetti, animali, atmosfere, odori, sapori che identificano il loro ambiente. Eppure, sono bislacchi per natura e si divertono come matti a mescolare le carte, a scompigliare ogni forma d’ordine per poi ritrovare, ricomporre, il quadro delle loro certezze.

I limerick, come sapete di certo, sono composizioni in cinque versi in rima baciata (AA BB). Nel primo verso si introduce il protagonista (un essere umano, un animale, un oggetto…). Nel secondo verso, che fa rima con il primo, si spiega cosa fa, pensa, prova il protagonista. Il terzo e il quarto verso, in rima tra loro, illustrano cosa accade. Il quinto e ultimo verso riprende quasi integralmente il primo e chiude il limerick. Per esempio, se volete fare un limerick sulla parola ‘bislacco’, potreste buttar giù qualcosa del genere:

E c’era un cosacco alquanto bislacco

che non portava stivali col tacco

e non riuscendo il cavallo a spronare

in guerra a piedi doveva andare.

Un vero smacco per un cosacco.

Ma sbizzarritevi e farete qualcosa di meglio.

Risalendo nel tempo fino al secondo dopoguerra ho un’immagine vivida e festosa dei fumetti di Jacovitti, bislacco l’autore e bislacchi i suoi personaggi: Pippo, Palla e Pertica e il loro cane Tom, Cip l'Arcipoliziotto (col cane Kilometro) con Gallina e Zagar, Giorgio Giorgio Detto Giorgio, la Signora Carlomagno, la terribile vecchietta dotata di un uppercut devastante…, il tutto firmato con una lisca di pesce e condito da una quantità inverosimile di salami affettati o comunque iniziati. Quest’ultima caratteristica in un periodo in cui il cibo non abbondava aggiungeva acquolina nella bocca del piccolo lettore estasiato per la totale imprevedibilità dei personaggi. Un godimento totale.

Leggevo tanto, libri e fumetti, ma ancora non apprezzavo le misteriose meraviglie dei mondi sghembi e capovolti di Alice che mio padre da buon mezzo inglese considerava – come io oggi lo considero – un capolavoro della letteratura bislacca universale.

Ripensando a me piccolo e avido lettore di un tempo, capisco perché fossi ugualmente attratto da Jacovitti e da Lazzarillo de Tormes, da Stevenson o Conrad e da Jerome Klapka Jerome o Mark Twain, da Tartarino di Tarascona e, più avanti, da Monsieur Hulot. Oggi mi chiedo se possa davvero esistere un racconto, un romanzo, un film, un’opera d’arte capace di catturare l’attenzione senza qualcosa di ‘storto’, che “non va per il suo verso”, “bizzarro”, inaspettato, insolito, fuori posto o almeno fuori del solito posto.

Uno dei primi giochi che compaiono nell’infanzia è il nascondino. Già in braccio alla mamma, il piccolo di pochi mesi osserva con curiosità, tensione ed apprensione il papà che fa capolino dietro le spalle della mamma per poi scomparire e ricomparire subito dopo. Alla ricomparsa del volto del papà, il piccolo sorride sollevato. E vuole ripetere il gioco più e più volte: tensione e rilassamento, preoccupazione per la scomparsa e gioia per il ritrovamento. Il piacere della vita non sta nell’assenza di tensione o nel continuo stress, ma nell’alternanza di queste esperienze, nel movimento, nel conflitto e non nella guerra. Una raccomandazione: niente sadismi, non spingete la scomparsa oltre il limite di una sopportabile tensione del bambino. È un piacevole allenamento. Per le scomparse definitive avrà una vita per allenarsi e non è il caso di bruciare le tappe.

Ottimi risultati, sempre senza eccedere i limiti di sopportabilità del bambino, si ottengono con le variazioni dell’espressione del viso, con quelle della voce, con la mimica di tutto il corpo, insomma con tutto ciò che abbiamo a disposizione per sorprendere, senza spaventare, bambine e bambini. Si tratta di un gradevole gioco di momentanea perdita dei normali riferimenti seguita dal recupero della ‘base sicura’, conosciuta e tranquillizzante. Ci si abitua così ad apprezzare il noto senza perdere la voglia di fare qualche incursione nell’insolito.

Anche la tensione della lettura sta proprio nell’attesa, nel timore, nella speranza, nella trepidazione di imbatterci in una trappola, un trabocchetto, un’apparizione, una variante di cui non sappiamo nulla ma che inevitabilmente dovremo incontrare, sia pure per un attimo, un lampo. La buona lettura, all’inizio con l’intervento di un adulto non annoiato, ci tiene vigili, combatte la nostra pigrizia. Ci fa conoscere la vita che non è mai tranquilla e sicura e va percorsa con attenzione, sicuri come siamo che il copione della nostra esistenza cambia in continuazione, nel bene e nel male.

I bambini amano i rituali, è vero. Hanno bisogno di sicurezze. Vogliono sentirsi ripetere la fiaba, già sghemba di suo, esattamente allo stesso modo, per rivivere il piacere provato nelle sere precedenti, quando un adulto ha regalato al piccolo il suo tempo prezioso per viaggiare insieme nella stessa bolla di sapone. Ma è anche vero che i bambini adorano le sorprese. Non fosse altro che per rivivere, ripeto, il piacere di ritornare poi nel rassicurante mondo della ritualità, del ripetitivo. Amano il simmetrico ma si entusiasmano se possono fare una deviazione nell’asimmetrico. In questo modo, imparano ad amare il simmetrico e l’asimmetrico, il rituale e l’irrituale, il vecchio e il nuovo.

In ogni storia ben raccontata il narratore e l’ascoltatore si trovano assieme all’interno della stessa bolla di sapone, di cui fingono per convenzione di ignorare la fragilità, e finché dura…se la godono tutta. Una consapevole sospensione dell’incredulità, dunque: “Qualunque sciocco può facilmente accorgersi che sul palcoscenico ove si recita una commedia non ha luogo un’azione reale, ma vi sono soltanto attori: guardare uno spettacolo con questo atteggiamento è però proprio da sciocchi, perché impedisce di calarsi nella storia presentata. Una volta sospesa l’incredulità, invece, possiamo vivere come ‘reale’ la vicenda, trarne sentimenti vividi, esperienze importanti” (Samuel Taylor Coleridge).

Né i bambini né gli artisti hanno bisogno di queste raccomandazioni. Per natura sono straordinariamente sensibili a ciò che non si vede ad occhio nudo, a quanto c’è tra la luce e l’ombra, tra la veglia e il sonno, tra il cielo e la terra. Sono esseri al confine tra il lunghissimo passato della loro specie e il nuovo mondo nel quale sono stati catapultati.

Un buon narratore crede a quello che racconta. Il poeta irlandese Yeats, nato in una terra che è una fucina di fiabe e la cui opera è intrisa di materiale fiabesco, credeva “veramente al mondo delle fiabe e alle fate e…raccontava con serietà di essere stato trasportato in aria dalle fate per quattro miglia…”. Follia, direte voi, ma il fascino e l’incantamento non vengono dalla ragione o dall’irrazionalità, ma dagli spazi lasciati liberi dall’una e dall’altra.

Un personaggio di uno dei miei libri (Vecchi Leoni e la loro irresistibile alleanza con i giovani, Milano, Rizzoli, 2003) un vecchio pazzo, grande narratore, così rispondeva a chi gli dava del mentitore: “Oggi più che mai c’è bisogno di chi, come noi, crede senza riserve nelle storie che racconta. Tanti raccontano panzane, frottole, mezze verità. Costoro sono i bugiardi, individui che mentono e sfruttano a proprio vantaggio e a danno del prossimo le loro menzogne.

Noi no. Noi non mentiamo. Siamo dentro le storie che raccontiamo, le abitiamo e siamo abitati da loro, ci entusiasmiamo mentre le raccontiamo, siamo del tutto sinceri quando diamo vita con le parole a vicende mirabolanti. Forse che Tartarino di Tarascona era un bugiardo? O l'infelice Don Chisciotte? O il nostro amato Münchhausen?”

Aspiriamo ad un mondo ordinato e rassicurante ma viviamo in un mondo che ogni giorno, per usare qualche eufemismo, si presenta come insensato, disordinato e preoccupante. Crediamo che l’ordine possa essere trovato eliminando il bislacco. Abbiamo sbagliato bersaglio. Non è il bislacco, il bizzarro, l’imprevedibile, il nostro nemico. Il nemico è la rigidità, l’immobilità, il fanatismo, l’ordine cimiteriale. Il bislacco ci aiuta a muoverci, a non immobilizzarci, a guardare l’altro lato della medaglia, l’altra faccia della luna, in altre parole a conoscere e a conoscerci meglio.

Del resto, come Elia Wiesel dice, Dio ama gli uomini perché adora le storie. E noi uomini ne raccontiamo e ce ne raccontiamo tante per convincerci che questa vita sia degna di essere vissuta. Senza questa capacità di inserire tutto ciò che ci capita in una trama narrativa, l’impatto con la realtà sarebbe insostenibile. Per questo Dio, o chi per lui, ci ha fatto bislacchi e, di conseguenza, produttori di storie. Perché ogni storia è movimento, e ogni movimento è avventura, e ogni avventura è imprevedibile.

Siamo bislacchi dentro.

  • La prima versione di questo intervento è stata presentata a Genova il 23 marzo 2007 al Convegno Quantestorie

Fulvio Scaparro, scrittore, giornalista e psicoterapeuta. Vive e lavora a Milano, dove ha insegnato psicopedagogia e psicologia all'Università degli studi di Milano e nelle Scuole di Specializzazione in Psicologia Clinica e dei Cicli di Vita, Psicologia dell'età evolutiva, Neuropsichiatria Infantile e Criminologia Clinica. È stato giudice onorario fino al 1992 del Tribunale per i Minorenni e componente privato della Corte d'Appello del Tribunale di Milano, Sezione Minori e Famiglia, è membro fondatore dell'Associazione Italiana di Psicologia Giuridica, nata nel 1976. Come psicoterapeuta e formatore, si occupa di infanzia, adolescenza, anziani e di ADR (Alternative Dispute Resolution, soluzioni alternative alle dispute). Impegnato da anni nella difesa dei diritti dei bambini, è stato tra i promotori e formatori delle prime iniziative italiane per la prevenzione dell'abuso all'infanzia, ha fondato a Milano, nel 1987, l'Associazione GeA-Genitori AncoraDa anni impegnato nella difesa dei diritti dei bambini, ha ideato e realizzato numerose iniziative a favore dell'infanzia. Collabora con il Corriere della Sera, per il quale cura il forum online 'Genitori e Figli', e con altre testate. È autore di numerose pubblicazioni.

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