Dec 07, 2021 Last Updated 7:57 AM, Dec 1, 2021

Edith Bruck, la scrittrice che anela alla pace In evidenza

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Per lei, e per molti altri sopravvissuti, ancora tra di noi o scomparsi, non esiste un “giorno della memoria”. Ogni giorno della sua vita, della loro vita, non può che essere ricondotto a quella immane tragedia del genere umano che è stata la Shoah. A Edith Bruck, per la sua ultima pubblicazione dal titolo “Il pane perduto”, sono stati assegnati quest’anno sia il «Premio Strega Giovani» che il «Premio Viareggio-Repaci» e, al di là degli indiscussi meriti per un’intellettuale poliedrica ma schiva e lontana dai red carpet che, oltre a scrivere, ha curato – tra le altre attività - la sceneggiatura e ha diretto dei film, questi riconoscimenti assumono un valore ancor più marcato per la reiterazione di fatti della storia vissuti in prima persona, alcuni, molto “crudi”, da lei stessa “censurati”, che non possono e non devono essere incanalati nella fossa dell’oblio in una realtà sociale anch’essa globalizzata nella quale la xenofobia riprende pericoloso vigore.

 

Sul viso della Bruck, al di là delle rughe dei suoi 90 anni, si leggono pagine tristi della storia del Novecento. Il fatto di essersi salvata, al contrario di milioni di vittime dell’Olocausto, l’ha posta spesso in condizioni di intimo disagio, oltre al disagio oggettivo di aver dovuto per forza costruire per sé una nuova vita, dopo aver pensato finanche al suicidio, fuggendo e peregrinando sino a trovare reale rifugio a Roma, con il poeta e regista Nelo Risi, che sposò e con il quale visse una “storia d’amore senza tempo” intrisa di condivisioni di emozioni durata 60 anni ma che per lei, naturalmente, durerà per sempre.

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Quando nei lager si bruciano le vite di esseri umani, nel senso letterale e figurato, come anche quelle dei genitori della Bruck, il senso di morte accompagna per sempre e le emozioni si sovrappongono alle angosce, la resilienza è difficile. Ha peregrinato, ha tentato di vivere in Israele, ha viaggiato tanto e fatto esperienze diverse, prima di approdare a Roma. Forse per esorcizzare i suoi primi viaggi da bambina, quando, dalla natìa Ungheria, nel ’44 fu costretta a un doloroso tour che la portò dapprima nel ghetto e poi ad Auschwitz, a Dachau e a Bergen-Belsen. Edith Bruck ha scritto e continua a scrivere di quelle follie che sterminarono quasi venti milioni di ebrei, di quel “covid” che ha oscurato la mente di uomini che al valore della vita, se non della propria, non davano peso, con cinismo e brutalità. Ha scritto, molto, soprattutto di questi argomenti, romanzi e poesie, ha scritto e continua a scrivere, ma iniziò tardi a pubblicare. I suoi lavori sono stati nel cassetto per molto tempo, ma sentiva il dovere di partecipare, divulgare, rammentare, come fecero Primo Levi e altri, le atrocità di quegli anni della storia. È del 1959 “Chi ti ama così”, un’autobiografia, nel ’62 uscì “Andremo in città”, che divenne anche un film diretto dal suo compagno e che andò nelle sale nel ‘66. La sua produzione artistica è di rilievo, così come anche l’attività per il teatro (importante la collaborazione con Dacia Maraini) e per il cinema, in veste di sceneggiatrice (oltre al citato “Andremo in città”, “Fotografando Patrizia” di Salvatore Samperi, 1984, “Per odio, per amore” di Nelo Risi, 1991 e “Anita B.” di Roberto Faenza, 2014) e regista di “Improvviso” nel 1979, “Quale Sardegna?” nel 1983 e “Un altare per la madre” nel 1986, contribuendo ad arricchire la nutrita produzione letteraria e la filmologia sulla Shoah e sulla società del Novecento. Ha scritto e rappresentato rammentando ciò che le dissero donne e uomini meno fortunati di lei nei lager: “Non ti crederanno, ma se sopravviverai racconta anche per noi”. Ha scritto e continua a scrivere, preoccupata perché quando non ci saranno più superstiti a testimoniare l’Olocausto potrebbe calare un pericoloso oblio su quegli anni drammatici, che già da alcuni anni fanatici negazionisti tentano di ridimensionare. E ha scritto in italiano, perché la sua lingua madre le evoca ricordi dolorosi, ma nei suoi testi ha fatto rivivere le persone a lei care. Da lei mai messaggi di odio, ma solo di dolore, non ha odiato e denunciato neppure la kapò che rincontrò in Israele nel ’48.

Tra i suoi scritti anche una lettera a Dio. Si è posta anche lei, come tanti, la domanda di dove fosse Dio quando accadeva ciò che è accaduto, e si è convinta che non c’è una risposta. Ma Papa Bergoglio, qualche mese fa, a nome dell’umanità, ha chiesto perdono anche a lei per la Shoah. Con un gesto simbolico le ha pettinato i capelli, come fece un cuoco nel campo di concentramento, una persona sensibile che aveva anch’egli una bambina della stessa età della Bruck. Una delle poche “luci” di quel periodo che l’ha aiutata a continuare a vivere e a sopravvivere, e lei continua a pensare che c’è sempre una luce che può fendere il buio. Oggi ha problemi di vista, le luci si affievoliscono, ma continua a inviare messaggi di pace in un mondo diverso dagli anni della sua giovinezza e del dopoguerra, ma parimenti ricco di insidie e di episodi che rischiano di rinnovare l’inizio di quelle follie. La sua sopravvivenza, come quella di tutti coloro che non sono divenuti carne del macello nazista, è stata e continua a essere utile all’umanità.

Letterio Licordari

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