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Racconti Inediti

racconto dichiarazione 1

Sola, dietro i vetri appannati dal mio respiro, vedo la tua immagine riflessa. I tuoi occhi nei miei, le punte del naso che si sfiorano appena, le labbra appena socchiuse…con le dita disegno il tuo contorno e la condensa si scioglie in una lacrima che riga il vetro.

Sento il salato in bocca.

Mi manchi e intanto ripenso all’ultima volta che ci siamo visti, alla paura di partire e di lasciarti. Mi hai guardata, mi hai sorriso, una carezza e poi un saluto. Fosti così tenero e accogliente da desiderare il calore del tuo abbraccio. Tante cose mi avresti detto con quell’abbraccio e io le avrei capite tutte, lasciandomi avvolgere inerte e impotente.

Non c’è posto più bello al mondo dove stare.

Senti la forza pulsare delle braccia possenti, senti il profumo della pelle che spunta appena dalla camicia aperta, senti il respiro che segue il ritmo del cuore, senti il calore di quel corpo che è tutta vita. Ti senti al sicuro dentro quell’abbraccio.

Mi manchi ora che sei lontano da me e il desiderio di averti accanto è così intenso che sento il cuore schiantarsi in mille frammenti acuminati. Ti ho cercato questa mattina tra i mille sguardi che ho incrociato, mi sono voltata pensando di sentire la tua voce.

Ho sperato.   

Ho sperato fino alla fine che tu venissi da me col primo treno.

Ho atteso ed ho sperato.

Ho sperato ed ho atteso.

Quale morbo sta divorando la mia anima? Sono entrata in una libreria, il luogo dove ci siamo incontrati la prima volta. Ricordi? Mi sfiorasti la mano sfogliando quel libro che stavo per prendere io. Un brivido lungo la schiena e dentro la pancia.

E poi: scusi, mi dicesti.

Ed io: di nulla! E mi porgesti il libro fissandomi dritto negli occhi. Non dimenticherò mai quello sguardo indagatore che in un attimo si è infilato nella mia intimità e poi è riaffiorato. Che belli i tuoi occhi, scuri e impenetrabili, contornati da folte e lunghe ciglia arrotondate alle punte. 

Che trastullo ricordare quel momento. Sarà così anche per te? Questa sofferenza atroce che rischia di farmi impazzire, che mi ha tolto il sonno e la fame, che mi ha annientato ogni volontà. Quale morbo sta divorando le mie viscere?

Sarà forse amore? Questo tormento che brucia come un fuoco la mia anima e che rende vacua la mia esistenza? Se amore è tutto questo, se è patimento e smarrimento, se è angoscia e disperazione allora si, io ti amo.

Io ti amo così tanto da accettare di vivere nella smania di rivederti. Rinchiusa in questo collegio, sogno di tornare da te e di sprofondare nelle tue tenerezze. Sono quasi grata a questa forma di reclusione, quasi mi piace questa sofferenza che rende più piacevole il pensiero di te e di me insieme.

Ti amo amore mio, senza pudore e senza vergogna. Ti amo tutto e tutte le mie fibre urlano il tuo amore. Vieni a prendermi, non farmi aspettare, non potrei resistere una altro giorno di più. Non farmi aspettare, ti prego!

Attendo e spero.

Spero e attendo.

Il mio fiato ha appannato di nuovo la finestra, vedo la mia immagine riflessa. Sono sola dietro i vetri. Una lacrima riga il mio viso.

Sento il salato in bocca.

Eva Bonitatibus

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racconto unamoreaparigi

Mary e Johnny si incontrarono per caso in una notte d'estate, dopo una telefonata, in un luogo incantevole sulla riva della Senna a Parigi. Andarono incontro al loro destino che segnò per sempre la loro vita.

Ma ritorniamo indietro a questo primo momento. Mary e Johnny, due studenti che vivevano a Parigi, erano stati mandati dalle loro famiglie a vivere fuori per fare esperienza. Una coincidenza li ha fatti incontrare, una telefonata fatta per sbaglio e da quel momento è iniziata una storia di amicizia e di amore che per lungo tempo non si è mai spezzata.

Dopo tanti anni, seduti accanto al caminetto, si trovano a raccontare la loro storia ai loro nipoti e sembra una favola proprio perché vissuta a Parigi in un luogo in cui tutti sognano di andare a vivere un periodo della propria vita. Sognare e creare parole, forme nuove di un nuovo romanzo.

Così è stato per i nostri protagonisti. In quella notte d'estate, ricorda Johnny, Mary aveva gli occhi che le brillavano, lunghe trecce bionde e indossava un vestito rosa fiorito come un campo di fiori in primavera.

I suoi ricordi continuano, rammentando le prime parole che si scambiarono. Soprattutto la dichiarazione di amore fatta alla sua Mary quando le chiese di sposarlo:

- Mary quando ho incontrato i tuoi occhi nei miei mi sono perso per un attimo, ma poi la tua semplicità, la tua ingenuità mi hanno dato coraggio. Ci siamo conosciuti e poi  innamorati, così, giorno per giorno tu sei stata il mio sole, la mia luna che mi ha guidato lontano nella mia vita fino a raggiungere questo traguardo dove ora io vorrei chiederti di sposarci e costruire il nostro futuro.

Lei gli rispose con un lungo e tenero bacio a suggellare la loro promessa di amore!

Immacolata Venturi

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RossoDancalia

Marco aprì gli occhi, ma li richiuse subito abbagliato dalla luce del sole. Era steso supino e sentiva colargli sul viso qualcosa di caldo. Cercò istintivamente di alzare un braccio per schermarsi dal sole, ma un atroce dolore alla spalla lo costrinse a rinunziare.

Poi ritentò con la mano sinistra, riuscì a ripararsi gli occhi e vide che la mano era rossa di sangue. Era ferito... cercò gli orli della ferita, senti uno squarcio nella parte superiore della fronte, la testa gli pulsava e come provò a sollevarla la pulsazione si trasformò in un intenso dolore. In qualche modo riuscì a sedersi e ad appoggiarsi ad un masso di arenaria rossa, non lontano da un cespuglio di acacie. Quel tratto del deserto della Dancalia, era caratterizzato da antiche rocce di color ruggine, tutto quel rosso gli rendeva sempre più difficile tenere gli occhi aperti, anche il sangue che veniva giù dalla ferita alla fronte lo accecava. Guardò la spalla e si accorse che era lussata ma non ferita.

Cercò di tergersi la fronte con la mano sana, poi pensò che aveva bisogno di qualcosa per tamponare la ferita. Si guardò intorno, e cercò di valutare la situazione, vedeva dei mucchietti di stracci e qualcosa che saltellava tra di essi, sentiva anche un verso strano, un gracchiare stridulo e minaccioso. Poi si si accorse, inorridito, che si trattava dei corpi dei soldati della sua squadra e degli avvoltoi che si apprestavano alla loro festa di morte.

Il sangue delle ferite dei morti era secco ed era evidente sulle rocce porpora. A poco a poco cominciò a ricordare, con i suoi uomini era alla ricerca di un gruppo di banditi che avevano assalito un convoglio di salmerie diretto al sud per rifornire postazioni al confine somalo uccidendo autisti e scorta. Al tramonto del giorno prima era toccato a loro. Erano stati assaliti da un gruppo di guerrieri con mantelli rossi che urlando “Allah è grande”, “viva il Madhi” avevano sterminato tutti, solo armati di lunghi coltelli, perché i “jhadisti” consideravano che era cosa da vigliacchi ed infedeli l'uso delle armi da fuoco, mentre chi combatteva per Dio, doveva macchiarsi del sangue dei nemici.

E così in un turbinio di rosso e porpora, luce del tramonto, mantelli, daghe insanguinate, colore delle rocce, si era consumata la strage. Ora tutto era finito e il silenzio era rotto solo dal gracchiare dei becchini alati.

Marco pensò, alla sua famiglia e che non era quello il tempo giusto per morire, in quel deserto rosso e senza aver ancora visto suo figlio, nato appena dopo la sua partenza per l'Africa. Poi scorse in lontananza qualcuno che si muoveva come si stesse orientando verso qualcosa, poi si inchinò per terra e cominciò a recitare la sua preghiera. Marco penso che forse era il momento giusto di pregare e cominciò a recitare il padre nostro. L'altro si accorse di lui e si avvicinò, gli bendò la testa con una striscia di tessuto con cui aveva stretto la tunica, gli diede da bere e poi strattonandogli il braccio gli fece tornare a posto l'articolazione. Poi lo sconosciuto disse: “oggi voglio salvare la vita ad un crociato, perché racconti che il Madhi, il prediletto di Allah, è capace di atti generosi verso i cristiani venuti da lontano a prendere una terra che non gli appartiene, và in pace cristiano e racconta ai tuoi che chi ha il sostegno di dio non può essere vinto”. Marco si addormentò quasi subito, stremato dal calore e dall'emorragia, il suo buon “samaritano” sparì nel deserto.

Si risvegliò nel bianco candido del letto di un ospedale militare; chi lo aveva soccorso narrò di un dancalo vestito con un mantello rosso che aveva avvertito i soldati di un avanposto nel deserto ed era immediatamente scomparso confondendosi con i colori dell'arenaria e del tramonto.

Edoardo Angrisani

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racconti labaitarossa 1

In un borgo abitato da poche famiglie, viveva Valentino, un ragazzo dall’aspetto scanzonato: alto, muscoloso, sempre ben vestito come se fosse in procinto di accompagnare una bella fanciulla alla festa del paese.

Valentino viveva con i nonni, i suoi genitori erano emigrati in America per via del lavoro del padre medico-ricercatore.

La casa dei nonni era immersa in un castagneto, gli abeti fiancheggiavano la strada che conduceva alla baita. In ogni stagione la scena che si presentava era romantica, carica di affettività, di fascino.

Valentino non amava studiare, preferiva aiutare il nonno nel lavoro dei campi, nella raccolta delle castagne durante l’autunno; trascorreva molto tempo all’aperto, amava la natura e preferiva approfondire le sue conoscenze attraverso le conversazioni con gli anziani abitanti del luogo, amici dei suoi nonni: quanto imparava!

Un giorno camminando nel viale e affondando le sue lunghe gambe nella neve, incontrò una fanciulla, non era del luogo.

Si fermò ad osservarla a lungo lei era in difficoltà non riusciva proprio ad affrontare tutta quella neve e Valentino si offrì di aiutarla, le prese la mano, la condusse nella baita del nonno per offrirle del vino caldo, davanti al camino acceso.

La legna ardeva e crepitava e le fiamme, come tante lingue intente ad accendere conversazioni infuocate, si alzavano verso la cappa e poi sparivano.

Agnese, questo era il nome della fanciulla, si sentì a suo agio, raccontò a Valentino di essersi smarrita, e gli espresse riconoscenza per averla ospitata nella sua casa.

Fra i due nacque un grande amore, i loro incontri si fecero più frequenti, fino al giorno in cui Valentino la presentò ai suoi nonni: era il giorno di Natale, nella baita, in un angolo accanto al camino, c’era un piccolo albero addobbato con arance, castagne, noci e fichi, i rami di questo albero erano quelli caduti dagli abeti a causa del carico nevoso.

Non c’erano lucine intermittenti, solo la luce infuocata dalle fiamme nel camino.

Agnese era piccola di statura, tutto il suo fisico faceva immaginare la delicatezza che traspariva dai suoi occhi, il suo cuore ardeva come le fiamme nel camino, era innamorata di Valentino, il loro amore prorompente fu coronato dall’arrivo di Cecilia, accolta nelle due famiglie,

Se un giorno vorrete raggiungere quel piccolo borgo di un piccolo paese in montagna, troverete ancora la baita e in essa il camino, i semplici arredi e sulle pareti quadri un po’ sbiaditi e i ritratti dei personaggi di questo semplice racconto.

Tina

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racconto magia 1

Nello spazio dedicato ai racconti questa volta abbiamo deciso di inserire una delle poesie più belle di Gianni Rodari, scrittore, pedagogista, giornalista e poeta italiano, specializzato in testi per bambini e ragazzi e tradotto in moltissime lingue. Il magico Natale è la poesia che abbiamo scelto e che vogliamo dedicare a tutti i bambini del mondo perché possano vivere un Natale di vera felicità. Auguri in poesia!

S'io fossi il mago di Natale

farei spuntare un albero di Natale

in ogni casa, in ogni appartamento

dalle piastrelle del pavimento,

ma non l'alberello finto,

di plastica, dipinto

che vendono adesso all'Upim:

un vero abete, un pino di montagna,

con un po' di vento vero

impigliato tra i rami,

che mandi profumo di resina

in tutte le camere,

e sui rami i magici frutti: regali per tutti.

Poi con la mia bacchetta me ne andrei

a fare magie

per tutte le vie.

In via Nazionale

farei crescere un albero di Natale

carico di bambole

d'ogni qualità,

che chiudono gli occhi

e chiamano papà,

camminano da sole,

ballano il rock an'roll

e fanno le capriole.

Chi le vuole, le prende:

gratis, s'intende.

In piazza San Cosimato

faccio crescere l'albero

del cioccolato;

in via del Tritone

l'albero del panettone

in viale Buozzi

l'albero dei maritozzi,

e in largo di Santa Susanna

quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?

La magia è appena cominciata:

dobbiamo scegliere il posto

all'albero dei trenini:

va bene piazza Mazzini?

Quello degli aeroplani

lo faccio in via dei Campani.

Ogni strada avrà un albero speciale

e il giorno di Natale

i bimbi faranno

il giro di Roma

a prendersi quel che vorranno.

Per ogni giocattolo

colto dal suo ramo

ne spunterà un altro

dello stesso modello

o anche più bello.

Per i grandi invece ci sarà

magari in via Condotti

l'albero delle scarpe e dei cappotti.

Tutto questo farei se fossi un mago.

Però non lo sono

che posso fare?

Non ho che auguri da regalare:

di auguri ne ho tanti,

scegliete quelli che volete,

prendeteli tutti quanti.

Gianni Rodari

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racconto scatola 1

Il giorno della Befana Nelly, la graziosa bambina dagli occhi color del cielo, trovò accanto alla calza ricolma di caramelle e dolcetti, una scatola di latta piena di fragranti biscotti al burro. La sua attenzione fu attirata subito dalla scatola rotonda perché sul coperchio era raffigurata la scena della favola che lei amava più di tutte, la Regina delle nevi. Vuotò del contenuto l’elegante cofanetto e lo riempì dei suoi segreti più preziosi.

Chiusa nella sua stanza dove i sogni corrono leggeri, cominciò a frugare nei cassetti del suo bianco comò, rivestito di delicati fiori color ciclamino e piccoli bucaneve che spuntavano qua e la come piccole nuvole ordinate. Vi trovò i suoi segreti: un chicco di grano, una mollichina di pane e una monetina da un centesimo. Per tutto il giorno Nelly tenne la scatola di latta sotto il braccio, la guardava, ne accarezzava il coperchio, ne fissava le immagini e la conservava meticolosamente sotto lo scialletto di morbida lana che la nonna le aveva regalato.

Quando venne la sera e giunse il momento di andare a dormire, pose la scatola sul suo comodino, accanto al letto, lasciando socchiuso il coperchio perché i suoi segreti di notte potessero volare leggeri nel cielo della sua stanza e ritornare nella scatola con le prime luci del giorno.

Il primo ad uscire fuori fu il chicco di grano. Cominciò a volteggiare nell’aria placido e tranquillo, pareva un fiocco di neve impegnato in una danza leggiadra. Andò a posarsi su un abete, in un bosco ammantato di silenzio, cullato dalle forti braccia di una montagna alta e maestosa. Qui il chicco di grano scivolò dalla cima dell’albero giù in terra, sprofondò nel manto nevoso, e baciò la nuda terra. Lì, proprio in quel punto dove l’amore incontrò l’inerte terreno, si levò un filo d’erba rigoglioso e forte. “Ovunque io vada, disse il chicco di grano, sorge una nuova alba. Io sono il seme della vita e chi mi possiede sarà fortunato per sempre. Dov’è gelo io porto calore, dov’è inverno io porto primavera, dov’è aridità io porto ricchezza.” Detto questo il chicco di grano tornò nella scatola di latta.

Venne la volta della mollichina di pane che cominciò a lievitare nell’aria, diffondendo il profumo del pane appena sfornato. Il suo odore portò la piccola Nelly nella cucina della nonna, dove un grosso forno a legna ospitava le forme di pane che le sapienti mani impastavano con amore tutte le settimane. Una pioggia di farina, nata dal chicco di grano, che assicurava quotidianamente il nutrimento di Nelly, che le scaldava il cuore e la faceva sentire la bambina più felice del mondo. Tutte le volte la piccina conservava una mollichina del pane appena sfornato e lo depositava nel cassetto del suo comò perché nei momenti di grande tristezza le avrebbe riportato il sorriso e la levità. “Ti basterò io, disse la mollichina di pane, per saziare la tua fame di serenità, per sedare il tuo senso di smarrimento, per colmare il vuoto che alle volte ti assale. Quando il cielo nei tuoi occhi si oscura, tu fruga nella scatola, non andare altrove, socchiudi gli occhi e inspira con le narici ben aperte, ritroverai la tranquillità spazzata via dalla tempesta e il tuo cuore si quieterà. Non servirà cercare diamantini o gemme preziose, ti basterà una piccola mollichina di pane per ritrovare il senso della vita”. Detto questo anche la mollichina di pane tornò nella scatola.

Toccò alla monetina da un centesimo. Cominciò a tintinnare producendo un dolce suono che subito riempì la stanza della dolce Nelly. Presto si trovò catapultata nella stanza del tesoro di un ricco sultano: scrigni traboccanti di collane preziose, sacchi pieni di monete d’oro, calici incastonati di pietre scintillanti e bracciali anelli corone tempestate di rari diamanti. Il sultano, circondato di schiavi, non sapeva più che farne di tanta ricchezza, continuava a cumularne senza mai elargire doni al alcuno e soprattutto senza saper godere dei benefici. Ben presto il sentimento dell’odio prese il sopravvento tra coloro che lo conoscevano e la solitudine lo avvolse come un gelido mantello. “A cosa serve tutto questo avere, disse la monetina da un centesimo, se non se ne comprendono i valori della condivisione e della generosità? Un centesimo contro l’infelicità, un centesimo per la libertà! Quando ti senti oppresso, pesca una monetina dai tuoi danari e donali a coloro che non possiedono nulla. Il loro sorriso ti ripagherà ben più che un tesoro nascosto gelosamente”. Detto questo anche la monetina tornò nella scatola di latta seguita dal suo delicato tintinnio.

L’indomani mattina, quando Nelly si svegliò, avvertì un senso di stordimento. Il bosco innevato, la cucina della nonna, il tesoro del sultano, le sembrò di aver vagato per tutta la notte rincorrendo i suoi segreti preziosi in giro per lo spazio dei sogni. Li ritrovò lì dove li aveva sistemati, il chicco di grano, la mollichina di pane e la monetina da un centesimo. Li accarezzò con le sue piccole mani calde e li ringraziò con il suo tenero sguardo color del cielo. Sentì in cuor suo di aver ricevuto il dono più grande, quello che trovi percorrendo la via delle nuvole e del cielo, delle stelle e della luna, del giorno e della notte, dell’inverno e della primavera sospinta dal vento leggero dei pensieri. Non c’è regalo più grande di un chicco di grano che dona la vita, di una mollichina di pane che dona la pienezza, di una monetina da un centesimo che dona la ricchezza. Tre piccoli grandi doni che Nelly continuò a custodire nella sua scatola di latta dal coperchio disegnato con la Regina delle nevi.

Eva Bonitatibus

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Mosce Rino

Scritto da

Mosce Rino

racconti moscerino 1

La calura di questo pazzo Luglio mi ha spinta a cercare refolo di vento su una panchina del parco di Montereale.

Addosso una maglietta bianca come la pelle che il sole non ha potuto rendere bella come l’ebano. Nel parco le foglie degli alberi mi fanno da ventaglio come ai tempi della regina Cleopatra. Passa un anziano signore che posa un casto sguardo sul mio seno senza prendere niente, così… per un tenero ritorno al passato.

Ehi… tu… cosa  ci fai sulla mia collinetta  sinistra.  Te ne stai comodamente spaparanzato in un posto del mio corpo molto corteggiato direi ricercato, e fai anche finta  di niente.

Ti avrà attratto il bianco della mia maglietta. Voi moscerini appena vedete bianco non capite più niente. Il perché francamente lo ignoro. A pensarci bene, però, tu sei più intelligente dei tuoi simili: hai saputo  unire l’utile al dilettevole.

Non hai considerato, però, che un piccolo gesto della mia mano ti potrebbe scaraventare altrove in men che non si dica. Devo, però, riconoscere che sei intraprendente e audace.  E questo ti rende simpatico.

Resta quanto vuoi. Se solo ti potessi vedere! Un puntino nero su una immensa distesa di bianco, manco tanto distesa, considerato che sei collocato sul mio seno sinistro, una delle due collinette, per intenderci. Sai, gli uomini amano moltissimo le collinette delle donne.  Spesso ne parlano e, soprattutto le usano dimenticando i “ pensieri” che solo mani accorte sanno cogliere. Pensieri che nascono dal cuore, figli di un “ti voglio bene”, bellissimi nella loro spontaneità, autenticità e rispetto. 

Mio caro Rino, ti chiamerò con il diminutivo, voglio farti una confidenza che non mi sarei mai sognata di fare a un moscerino: non mi sono mai, dico mai, ubriacata di vita… ahhh!  l’ho detto… finalmente! 

Possiedo tutti i colori dell’arcobaleno e i profumi  dei fiori, sono anche gradevole non più o non meno di altre, ma sicuramente in maniera unica.

Eppure ho navigato in un mare di grigio quasi  perenne. Scusa,  sbaglio o hai parlato? Nooo… Non è possibile!...

Non mi sono mai ubriacata  di vita, però a pensarci bene,  a pranzo ho bevuto un rosato fresco frizzantino che scendeva giù da solo. Che goduria!!!…e pensare che sono astemia… Sarà per questo che  continuo a sentire una vocina… boh!…

“Quanto devo gridare per farmi ascoltare da te? Che fatica!… Avvicina l’orecchio  alla collinetta, mi sposterò verso la tua ” ciliegina” così sentirai meglio…

Non ti sei mai chiesta perché i fiori stanno nei prati?  Non certo per perdere tempo. Non ti sei mai chiesta a che servono i  colori della natura, i suoi profumi, le vesti di corolla ognuna diversa dalle altre? Per poter consumare la  vita nella gioia del prato.

 Se il tuo corpo non partecipa alle gioie della vita e dell’amore la tua primavera sarà sempre triste e grigia, cara la mia collinetta...

Vorrei anche io chiamarti con il diminutivo “Tetta” ma non oso… Pensi che abbia detto una fregnaccia? Mi guardi con certi occhi!… non mi credi perché sono piccolo e nero?  Rifletti… mia cara Tett …oh!  scusa… Collinetta.  Ora devo lasciarti… sono sicuro che presto ci rincontreremo sul prato. Ciaooo!...

Quella mia maglietta fina, cantata da Baglioni, non la riposi più nell’armadio. La conservai nel tiretto del comodino e di notte, la tenevo sotto il cuscino. Era il pigiama  del mio risveglio di donna. La guardavo controluce, si vedeva chiara l’immagine di Rino, quasi un monito: se sul mio seno non si fosse disteso il mio uomo, Rino sarebbe venuto ad occuparlo con uno sciame di moscerini.

Ma l’uomo c’era. Doveva solo avere il coraggio e l’audacia di Rino.

Carmen Cangi

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inedito isa 1

Alle donne della mia memoria

“Annalisa…. a  nonna,  io racconto, tu scrivi….scrivi”

Non l’ho fatto, perché ero giovane, perché credevo forse nell’immortalità dei ricordi degli altri.  Così, tutte le sue meravigliose storie mia nonna le ha portate con sé. Per questa ragione, ora, il mio fermo  immagine si posa su nuove storie intrise delle precedenti, non per questo meno meravigliose raccontate da Elisa, mia zia.

E così,  “tu racconti ed io scrivo”.

LA MEMORIA

Non era difficile raggiungere il centro di Potenza a piedi anche se si viveva in periferia. Si poteva poi attraversarlo tutto in poco tempo. Non si udiva il rumore delle cose, ma solo silenzio e parole quasi mai urlate. Il frastuono lo si udiva nei luoghi di aggregazione, o al mercato, dove esili, rugose donne vendevano uova, verdure di campo, polli, e tutto ciò che allora la terra sapeva donare. Lungo via Pretoria ci si incontrava tutti. Le ragazze abbassavano lo sguardo se incontravano un uomo e ci si fidanzava “da lontano”. A dominare sullo scorrere quotidiano delle vite, il campanile della S.S. Trinità, imponente, austero, mosso solo da veloci e improvvisi passaggi di stormi. Stridule macchie che all’improvviso oscuravano il cielo, proiettando ombre come di aeroplani sul terreno. Rondini, tortore, a volte cornacchie che vi trovavano riparo tra le tegole e i comignoli. Lento e naturale lo scorrere delle giornate. Il sole, con le sue ombre, dettava le ore. Nei cortili i bambini giocavano tra la terra, e nelle loro mani oggetti insignificanti prendevano vita, diventando sogni. In questo tempo i protagonisti meravigliosi di questo racconto muovono le loro storie e intrecciano le loro anime, dando vita a quella straordinaria famiglia di cui faccio parte. E’ quindi il ricordo, il racconto, l’unico mezzo attraverso il quale non si perde la memoria di certi avvenimenti, che per quanto chiari a chi li ha vissuti, man mano possono svanire nel tempo; perché le parole raccontate hanno la vita di chi le racconta, dentro, svaniti i narratori, svanirebbero i fatti.

I personaggi di questa storia prendono vita attraverso le parole e i ricordi a volte stentati, di chi li racconta adesso. E così, tra un ricordo e l’altro, prende vita la “storia”, la mia storia ed in particolare quella di Isabella, mia zia, Elisa. A volte cerca nel vuoto i particolari, a volte guarda oltre la finestra, come a voler cercare invece nel cielo le parole giuste, i pezzi di una vita da rimettere insieme. E così, tra un lampo e l’altro di ricordi, prendono vita i personaggi, incominciano a muoversi. Posso vederli, immaginare le loro voci, i loro occhi, posso immaginare gli scorci polverosi dove si muovevano, e tutto questo è meraviglioso.

L’AMORE DI ROSARIA

L’aveva conosciuto e subito le era sembrato bello, il suo Flavio, bello, come Rodolfo Valentino. Pazza d’amore per lui, dal primo istante, tanto da sopportare il peso di una famiglia difficile da capire ed una suocera impossibile da spiegare. Una donna senza tatto, che non conosceva nessuna forma d’amore ma soltanto voglia di “possedere”. Quella donna si sentiva la padrona di ogni parte di quel figlio, dall’aspetto fisico all’anima. Rosaria lo amava da impazzire, si perdeva a fissare i suoi occhi, che cambiavano colore a seconda del tempo. Quando lui le parlava lei amava guardargli le labbra, perfette, e il suono delle sue parole lasciava il posto all’incanto del loro movimento. Oh, quanto l’amava. Fu da quell’immenso amore che nacque, per prima, la piccola Isabella, un nome dolce per una donna forte, quella che Isabella sarà poi destinata a diventare. Ma a rompere ogni volta la magica atmosfera di questo amore, arrivavano puntuali le parole dure della suocera, i suoi imperativi, il suo egoismo. Quanto erano insormontabili ! Tanto da costringerla ad una scelta dura, una scelta da lei stessa ritenuta inimmaginabile. Lasciarlo, andare lontano, via da lui e da quella donna troppo curiosa che li sovrastava, e che a lei guardava fisso dentro, come a voler carpire ogni mistero contenuto nella sua immensa anima. Così decise di lasciarlo, lasciare quella casa che non sentiva affatto sua. Dopo un distacco di quasi due anni, che a lei parvero interminabili, l’assenza d’amore che riempiva il suo cuore portò Rosaria a ricominciare lì da dove l’amore era stato interrotto, acceso ancor più dalla supplica di un uomo perso nel nulla della solitudine. Un amore che poche volte si vede nella vita, che pochi possono raccontare, il suo…l’amore grande che solo lei sentiva. Ricominciarono tutto di nuovo, ma con una specifica richiesta di Rosaria, vivere lontani da Potenza, per non soffrire più, per una speranza, perché per lei la sua famiglia erano Flavio e i suoi figli. Così per Flavio, che lavorava con un azienda di trasporti turistici che serviva la costiera Amalfitana, fu semplice trovare una soluzione. Decise di partire e di stabilirsi a Ravello. Quei luoghi furono la favola dell’infanzia di Isabella. Il lungomare di Salerno, la splendida Ravello, il mare, il sole, le distese di alberi di limone. Luoghi di serenità, di gioia, che videro anche l’arrivo di nuove vite, quattro sorelle ed un fratello, prima dell’inizio della guerra, che di li a poco avrebbe cambiato le vite di tutti, ed in particolare la sua.

LA GUERRA

Aveva solo otto anni quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Da gennaio a maggio del 1943 ci furono interminabili incursioni aeree sul  Golfo di Napoli. Isabella, da lontano vedeva gli aerei, e sentiva che non era qualcosa di bello quello che stava per accadere. Così Flavio decise di proteggere la sua famiglia, partendo per  Petruro, un paese molto all’interno rispetto alla Costiera Amalfitana, quasi nascosto tra le montagne. Fu la guerra la vera compagna d’infanzia di Elisa, delle sue sorelline, Nicolina, Teresa, Piera, Rita e di suo fratello Rocco. I bombardamenti si susseguivano e Flavio continuava il suo lavoro, ma fu proprio a giugno, sotto le bombe che cadevano come pioggia sul terreno, che fece l’ultimo dei suoi viaggi. Il giorno prima, felice, aveva portato alla sua Rosaria una enorme cassetta di patate, perché diceva, ne avrebbero certamente avuto bisogno data la difficoltà a reperire cibo degli ultimi giorni. Per fortuna, perché fu quello l’unico sostentamento della famiglia per i giorni che seguirono. Per otto giorni  Rosaria aspettò invano il ritorno di suo marito, disperata e incinta percorse a piedi tutta la costiera amalfitana, ogni fermata d’autobus, ogni paesino, ma nulla, nessuno sapeva dove fosse il suo Flavio. Tutto all’improvviso le fu chiaro, nessuna illusione, non c’era più, era morto, e lei era rimasta sola con sei figli da sfamare e quella maledetta guerra che le mordeva l’anima.

Con quel dolore nel cuore che nulla, nulla avrebbe potuto lenire, impietrita, immobilizzata si guardò nell’anima. Le avevano levato il suo amore,  glielo avevano rubato le bombe, la guerra, e uomini folli dalle folli idee. Solo una decisione da prendere al più presto, restare o andare via. Tornare alla sua città, alla sua vecchia vita, cercare di sopravvivere a tutto quell’odio, o restare lì in quel luogo dove tutto le era stato tolto.  In un attimo prese i suoi bambini, raccolse le ultime cose, cuscini, scialletti di lana, qualche coperta e con loro si avviò verso Salerno, da dove in qualche modo avrebbe raggiunto Potenza. Mentre scendevano giù verso la costa, le venne in mente di aver dimenticato una coperta imbottita e le lacrime cominciarono a scender giù come cascate. La voleva disperatamente quella coperta, come una bimba vuole la sua bambola, forse per un ricordo d’amore, forse perché in tutta quella follia a qualcosa doveva pur appoggiare quella sua anima disperata, le doveva pur piangere quelle lacrime fino ad allora soffocate. Così la piccola e veloce Isabella, toccata nel profondo da quella immagine, tornò su a riprendergliela, tra le macerie, la paura e le urla della guerra. Quando tornò sembrava tutto svanito, svanito come le lacrime della mamma e per di più un rimprovero. Non era necessario quel suo gesto eroico, non doveva andare via. Così la piccola capì che il dolore è qualcosa di strano, qualcosa che rende piccoli, a volte, anche i grandi. Per fortuna, nonostante quel trambusto, riuscì a salire sul treno che portava a Battipaglia e, successivamente, presero quello per Potenza. Avrebbe rivisto i suoi cari, avrebbe avuto ricovero per se e i suoi bambini. I bombardamenti continuavano, e le pareva che se li fosse trascinati dietro come le sue poche cose. Allora c’era un rito che Rosaria faceva per proteggersi dalle bombe.   Diceva ai suoi piccoli di mettere il cuscino in testa, coprirsi con uno scialle nero le spalle, così da non essere visti dall’alto, e pronunciava una frase, una sorta di nenia che serviva  per scacciare il nemico. Rosaria allungava il braccio verso il cielo e dondolando un rosario pronunciava la frase: ”fuggite schiere nemiche …ecco la croce del signore”. Ma gli uomini della guerra non sapevano ascoltare le preghiere disperate di una madre. Finalmente arrivarono a Potenza. Avrebbe chiesto ai parenti come sistemarsi, come proteggere da quella follia i suoi bambini. Posò quelle poche cose per terra, prese fiato ed incominciò a camminare con quel nugolo di bambini al seguito verso la sua nuova vita.

GLI EROI

Avevano cominciato a vivere a casa di uno zio, al centro di Potenza in via Manhes. Il bambino non era nato, e a pensarci bene, forse, era stato fortunato a non conoscere quel mondo. Si sentivano a casa, lì c’era spazio perché lo zio non aveva figli, aveva anche delle galline sul balcone e una certa disponibilità economica. Era difficile però riuscire  a procurarsi da mangiare. Per il pane e per il latte Isabella faceva file di ore. A volte ci andava con alcune cuginette, ma spesso da sola. Si avviava di buon ora, verso le quattro del mattino, usciva e raggiungeva il centro di Via Pretoria dove di solito venivano distribuiti in piccoli locali seminterrati. Spesso, dopo aver preso il latte,  scendeva giù velocemente a casa per poi risalire e fare un'altra fila, con la speranza di riuscire a portare ai suoi cari entrambi gli alimenti. Un mattino, si recava nei pressi della Piazza Mario Pagano con la sua cuginetta Teresa, erano arrivate  alla chiesa della S.S. Trinità, vicine ad uno di quei locali nei quali si distribuiva pane. Erano  lì quando ad un certo punto quel ronzio sempre più forte, che conoscevano bene, le fece sussultare. Man mano il ronzio diventava più forte, quasi assordante e quella tipica luce del mattino venne oscurata da ombre che sembravano di uccelli ma che non emettevano suoni naturali, ma terribili sibili che uccidono. Così, le due ragazze, senza neanche rendersene conto, furono investite da una pioggia di proiettili e tutto intorno fu confusione e paura. Non si erano rese conto che con un balzo un soldato, forse solo di pochi anni più grande, le aveva raggiunte e protette da quella terribile pioggia di morte. Un gesto coraggioso di un giovane soldato, in una terra che non gli apparteneva, pronto a morire, senza indugio per due piccole sconosciute. Eroi senza nome, che nessun libro di storia mai ricorderà. Sconosciuti, pronti a donare la propria vita in nome di un idea, di un sogno, che non era sicuramente il loro. Uomini e donne che anteposero il cuore alla ragione. Scossa da questo avvenimento, con la cugina Teresa scese giù di corsa verso casa per raccontare tutto alla sua mamma. Scorrevano così le giornate, sempre così, tra un bombardamento e l’altro, tra una fila per il pane ed una per il latte. E così anche la sua innocenza, la sua spensieratezza, man mano con l’aumentare delle sue responsabilità, parevano svanire, dissolversi. Ricordava quando in costiera, d’estate, si svegliava e passeggiando per il lungomare vedeva i bar aperti, ed i garzoni fare le pulizie. Sorride pensando a quelle sedie raccolte sui tavoli che adorava far venire giù, con un solo dito, passando velocemente tra i tavoli, ed i garzoni che con le scope da lontano la “maledivano”. Dispettosa,  dispettosissima la piccola Isabella. Ora è tutto così diverso…….. Le viene in mente la fila di soldati che in campagna dagli zii vide risalire dai Piani del Mattino. Tutti quei soldati…alcuni portavano strani turbanti in testa, altri erano biondissimi, altri scuri come la notte. Provò un nuovo sentimento che non sapeva descrivere, quella guerra, quanto la odiava quella guerra! Carri armati, camionette, moto, polvere, tanta polvere e fame, una fame che mai aveva provato prima.

GLI AMERICANI

Avevano riempito le strade polverose di Potenza con la loro euforia, le loro canzoni, i loro capelli biondo rossastri, i cappelli messi sulle ventitré, le gomme da masticare… le cioccolate. Così, spesso, per le strade del centro, risuonavano musiche dove prima si sentivano urla e pianto. Canti che coprivano la disperazione e la desolazione di una guerra che aveva tolto tutto a tutti. Che aveva lasciato il vuoto dove c’era la vita. Così da lontano non era difficile intravedere assembramenti di bambini e donne in trepidante attesa ai piedi di camion e carri armati o trovarsi a volte ad ascoltare note di canzoni che  le ragazze intonavano ai soldati…..“Se chiudo gli occhi il viso tuo m'appar come quella sera nel cerchio del fanal. Tutte le notti sogno allor di ritornar, di riposar, con te, Lili Marleen …..Prendi una rosa da tener sul cuor legala col filo dei tuoi capelli d'or….Forse domani piangerai, ma dopo tu sorriderai. A chi, Lili Marleen?”  Spesso questa era la canzone che Isabella  provava ad intonare per racimolare qualcosa da mangiare per lei e i suoi fratellini. Così correva sotto quei giganti di ferro prendeva fiato e coraggio ed incominciava a cantare. Di fronte a lei, gli americani. Anime commosse dentro divise tutte uguali. Applausi e pioggia di cioccolate, dalle bocche spalancate dei loro camion. E saltava su Isabella, più in alto di tutti la magrissima Isabella. Il fiocco che le teneva su i capelli, mai al loro  posto,  le ricadeva davanti al viso e dopotutto questo la faceva sempre sorridere. “Sono sicura di averne prese per tutti, basteranno per tutti, si” e via, veloce come il vento verso casa. Distruzione, fame,  polvere, camion e carri armati i compagni del suo cammino . “Ho cantato proprio bene”, si diceva alzando gli occhi al cielo come se il più importante degli spettatori l’avesse ascoltata da li. Papà, il suo bellissimo papà, morto con un biglietto nella mano, tra le macerie dei bombardamenti, senza fucile, senz’armi, solo con un biglietto stretto nella mano. Correva, correva, correva verso casa, e appena dentro..“Cioccolata, cioccolata arriva la cioccolata” e incontro a lei saltellanti corpicini vestiti a malapena ma intrisi di un inebriante profumo di dignità. Una dignità che neanche la guerra aveva intaccato, quella  guerra brutta, che le aveva tolto la casa, i vestiti …i sogni. E così, custoditi come reliquie si erano conservati i pezzi di cose sopravvissute ai bombardamenti: una cristalliera, alcuni piatti, pochi stracci e un collo di pelliccia che poteva sempre tornare utile, come in quei momenti, quando i piccoli cominciavano a litigare per ottenere il pezzo più grande di cioccolata. Così Isabella, correva nell’armadio della mamma a prendere quell’unico ricordo rimasto di una passata eleganza. Il collo di volpe, con tanto di testa coda e zampette nere, con occhi di vetro marroncini, il muso ancora lucido e la coda vaporosa  Lo mette sulla testa come un cappello, ed incomincia una danza, una danza che immobilizza tutti. I loro occhi  grandi, restavano spalancati, fissi su di lei, ma per lo più su quella spaventosa, spaventosissima testa di volpe. Così Isabella teneva a bada le loro euforie, con quelle sue rocambolesche storie di volpi e lupi…di montagne e valli ma anche con chiare minacce di morsi e agguati al loro primo cenno di impazienza. Quello era il suo modo di tenerli a bada, poco più che una bambina, scura “nera come uno scarafaggio” lei si descriveva, ma già con un immenso peso sulle spalle, un dolore, e tanta solitudine perché si è soli quando bisogna diventare grandi, quando bisogna fare da mamma e da papà. E così ripensa al giorno che portò via suo padre, ai bombardamenti, e lui con il suo autobus di linea, pieno come solo la disperazione della guerra può riempire. Sua madre era finalmente riuscita a raccontarle come fossero andate le cose. Lui, per un incursione aerea, fermò il suo autobus per ripiegare in un rifugio, ma quello più vicino era solo uno scantinato, sul quale, come un castello di carte, crollarono i palazzi circostanti. Pensa al dolore del suo papà Isabella, a quanta paura dentro quel buio, vivo, sepolto con tutti gli altri. E ricorda sua mamma, che  lo cercò per giorni e giorni. Qualcuno poi le disse che lì dove era stato trovato, in quello scantinato, c’erano tante persone e che sui muri c’erano scritte le date di morte dei suoi sfortunati compagni. Confuse, sparse qua e là a ricordare un inimmaginabile terrore. Ma il suo eroe, avevano detto, nella mano stringeva un biglietto, consumato dalla morsa del pugno, sul quale c’era scritto:-“Ci avete abbandonati. Italiani, siete degli assassini”. Così il cuore di Isabella iniziava a battere più forte, gli occhi rivolti al cielo per dirgli il suo amore, per dirgli che mamma lo aveva disperatamente cercato. Che avevano fatto un viaggio lungo tristissimo, e che anche se lei non aveva mai detto niente….loro lo avevano capito, che lui era morto, perché quella luce che mamma aveva negli occhi ora non c’era più.

Fuori dai suoi pensieri, il rumore degli Americani, della loro strana lingua, dei loro camion e delle loro motociclette. Le ragazze grandi amavano gli americani, e gli lanciavano fiori, fazzoletti ricamati, baci e li stringevano in forti abbracci. Gli americani che ci hanno salvati... che ci hanno salvati.

I ricordi della narratrice si fermano qui, confusi, fanno rocamboleschi salti fra presente e passato. Ma inconfondibile nello sguardo mentre racconta, cercando disperatamente nelle parti più profonde della memoria, gli occhi di mia zia brillavano di luce diversa, a volte gioiosa, a volte meno, ma molto più spesso “meno”. Madri, sorelle nonne, piegate fino all’inverosimile dai dolori della vita, ma mai, mai arrese o sconfitte. Donne di altri tempi, che si sono private di tutto, di ogni cosa per arrivare a noi, a ciò che siamo adesso.

Se si riflette, da quelle bombe a noi non è passato poi così tanto tempo, non sono lontane così tanto Isabella e le sue sorelle. Ora le vediamo così, con i loro orecchini colorati in tinta con  le collane ed i vestiti, con i loro capelli radi, i loro occhiali spessi, e le corporature modificate dal tempo, ma dietro ognuna di loro c’era una splendida ragazza  piena di sogni da  realizzare. Avevano tutte meravigliosi occhi che davano dal verde all’azzurro, grandi e bellissimi occhi, corporature da sogno, eleganza e intelligenza. Avevano sogni, che la guerra stroncò, che il tempo vanificò, ma nessuna mai ha rinnegato il suo passato, cancellato i ricordi denigrato il presente, mai nessuna ha ritenuto un “obbligo” essere madre ma solo un piacere ed un privilegio.  Di tutte, Elisa, fu il pilastro fondante, la roccia, “atlante che regge il mondo”. Fu madre delle sue sorelle a soli 15 anni, punto cardine e di unione tra tutte.

Siamo cresciuti come fratelli, non cugini, e quei valori e quella sensibilità d’animo che ci contraddistingue è dovuta a loro. Spero di poter attingere ancora alla fonte della loro memoria, spero di poter raccontare le loro vite il più verosimilmente possibile.

Il  tempo, gli anni, non sono gentili con la memoria ed i ricordi, è bene dunque fermarli, fissarli con la scrittura per renderli immortali, almeno per noi.

Annalisa Ascoli

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