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Racconti Inediti

in viaggio

Ero di ritorno da una gita scolastica. Quella mattina avevo messo due sveglie: una alle 6:00 e l’altra alle 6:30 del mattino perché saremmo dovuti partire per le 7:30. Purtroppo non sentii nessuna delle due sveglie, colpa anche del mio compagno di stanza che le spense subito dopo. Ci precipitammo a far colazione e poi subito portammo le nostre valigie nella hall dell’albergo. Qualche minuto dopo ci dissero di salire sugli autobus e di riporre le valigie negli appositi vani.

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Raccontiinediti 1

Un  insolito natale

Quel Natale in Lapponia se lo ricordano ancora: un freddo tagliente aveva gelato tutto in maniera spietata. Il paesaggio, uomini e cose sembravano incellofanate nel ghiaccio. Le renne, stremate dal freddo, si  scambiavano boccate d’alito. Babbo Natale, tra un eeeccì e un brrrr, pensava come esaudire le richieste ricevute da milioni di bambini: la fabbrica di giocattoli aveva le macchine bloccate. Nei  magazzini c’erano solo sacchi di polvere di stelle lasciata in cielo la notte di S. Lorenzo. Polvere abituata a vedere come si realizzavano i desideri di tante persone. Lui la raccoglieva ogni anno, ma non sapeva che fosse magica.  Chiamò  Peppiniello e Idarella, i suoi giovani aiutanti, e ordinò loro di partire per paesi e città. Avrebbero sparso la polvere di stelle la notte di Natale. Quella specie di neve d’oro creò ovunque uno stupore indescrivibile. I bambini se ne riempivano le tasche e giocavano a fare palle come fossero di neve che nell’aria divennero i giocattoli che avevano chiesto in dono. Ognuno di loro si senti un piccolo Babbo Natale e la polvere  di stelle continuava a seminare giocattoli lungo le strade. Ogni paese era divenuto una fabbrica di giocattoli nella  quale le macchine erano le mani dei bambini. 

Carmen Cangi

I bambini a Natale

Ho conosciuto e conosco, bambini che attendono il Natale già dal mese di Ottobre di ogni anno; i loro occhietti luminosi già inseguono immagini magiche e letterine sulle quali scrivere le loro richieste di doni. Un tempo si scriveva la letterina al proprio papà e la si metteva sotto il piatto nel giorno di Natale, le parole scritte non erano richieste di giocattoli, bensì frasi di affettuosità e buoni propositi. Col tempo i negozi di dolciumi si sono arricchiti di cioccolatini panettoni…fra questi anche uno specialissimo calendario dell’AVVENTO illustrato con simboli natalizi e ventiquattro finestrelle da aprire dal giorno uno Dicembre fino al ventiquattro, ogni finestrella donava un dolcino dalle svariate forme natalizie. Il quadretto faceva bella mostra di se nelle camerette dei bimbi fortunati che facevano a gara per aprire la finestrella del giorno. Avvenne che, a preparare originali calendari dell’avvento, fosse una bimba che amava esprimere la sua creatività inventando ogni anno un calendario nuovo, con immagini tenere e ricche di atmosfere natalizie. Successe tanto tempo fa che i nonni in una scuola raccontassero i loro alberi di Natale fatti di ramo di pini raccolti nel bosco e addobbati da mandarini, fichi secchi, castagne e noci, e per simulare una magica caduta di neve, l’albero veniva innevato da ciuffi di ovatta. Come erano belli… Ogni idea, del passato e del presente, rallegra tutti noi durante questa festa che dovrebbe durare tutto l’anno.

Nency

Un Babbo nero

Mi chiamo Wendy e vivo in Inghilterra. Tra poco è Natale e in giro c’è tanta soffice neve, la gente canta. Come ogni anno, mio papà mi ha portato davanti ai Grandi Magazzini, dove tanti Babbi Natale erano pronti ad ascoltare le richieste dei bambini come me. Come erano belli, paffuti e con le barbe bianche e i vestiti rossi. I bambini s’azzuffavano per andarci. Andavano ad abbracciarli tutti, meno uno. Quell’unico Babbo Natale se ne stava solo, abbacchiato e sembrava volersene andare via. Aveva la pelle nera. Ho chiesto a papà perché da lui non ci andava nessuno. Mi ha risposto cose che non ho capito bene.

Allora ho deciso, ho mollato la sua mano e sono corsa ad abbracciare quel Babbo nero. Lui mi ha sorriso coi denti bianchissimi  e gli occhi gli sparivano tra cappello e barba.

Sono rimasta così contenta nel vederlo sorridere, che ho dimenticato di dirgli quello che desidero per questo Natale. Sono tornata indietro, ma lui non c’era più.

Nell’aria fatta silenziosa ho sentire uno scampanio lontano.

Sono sicura che comunque si ricorderà di me, e questo sarà un Natale speciale.  

Enzo D’Andrea

Un gran bel Natale

Spesso a Natale accadono cose che non ci aspettiamo e così fu per Toni quel 23 dicembre. “Vieni Toni a papà gli è preso il coccolone, c’ha gli occhi sbarrati e non parla, io vado a chiamare il dottore, tu corri a casa” così gridava Anna entrando al Bar Centrale. Toni, stava chiacchierando, infilandosi ai tavoli di tressette, cercando di scroccare un bicchiere di vino, e c’era quasi riuscito, quando era arrivata la sorella, donna di passata bellezza, ridotta, per sostenere la famiglia, a andare a servizio sottopagata e sfruttata. Attraversò il corso con le luci della festa e i pochi negozi che esponevano oggetti che non poteva comprare. Andando verso casa, pensava sta tirando le cuoia, quel vecchiaccio rancoroso e avaro, uno in meno a criticare e finalmente qualcosa su cui mettere le mani, sarebbe stato un gran bel Natale finalmente. Prese le scale dell’Assunta, pensava al Natale, finalmente, che bel regalo, se n’era andato il vecchiaccio. Correva sui gradini di pietra sconnessi senza badare a dove metteva i piedi. Qualcosa gli attraversò la strada, forse un gatto. Inciampò, e volò tre metri più avanti battendo la testa. Campò, ancora abbastanza, per pensare che scarogna proprio a natale e lui, il vecchiaccio me lo troverò davanti a San Pietro che mi dice “sei in ritardo come al solito, neanche a natale hai rispetto”

Edoardo Angrisani

Lo spirito del Natale

Mancavano due settimane al Natale quando Marta fu svegliata in piena notte dal rumore di stipi a battente aperti e subito richiusi bruscamente di là in cucina. Spaventata, si girò verso il lato del letto occupato da suo marito e si stupì che lui non ci fosse. Poi, dopo un istante di esitazione, capì chi era il responsabile di quel baccano.

“Franco, che stai facendo? Ti sembra l’ora di rovistare nella dispensa?” urlò

“Cerco lo spirito del Natale!” rispose lui senza battere ciglio vedendola comparire in vestaglia, col braccio alzato a ripararsi dall’orribile luce a neon, sulla soglia della zona giorno.

“Eh?” chiese lei con tanto d’occhi.

Che diavolo significava quella frase, detta poi da lui che non era in guerra col Natale solo per aver firmato un patto di non belligeranza con lei, che era invece un’autentica baccante di Santa Claus. Mai però che avesse mosso un dito per aiutarla ad allestire l’albero o a disporre l’infinità di addobbi che intasava ogni angolo libero della casa. Iniziò allora a preoccuparsi seriamente per la salute mentale del suo uomo, ripensando alla settimana che aveva avuto, col posto di lavoro appeso a un filo e il terzo stipendio consecutivo congelato. E che stupida egoista che era stata, tutta affaccendata nei suoi preparativi come se nulla fosse! Tornò a dormire in silenzioso raccoglimento, mentre ancora si sforzava di capire. Il mattino seguente, però, tutto le fu chiaro: trovò Franco che giaceva come svenuto sul divano, col telecomando nella mano sinistra e nell’altra una bottiglia semivuota di quella grappa fortissima che avevano comprato in Trentino ai mercatini un anno prima: lo Spirito del Natale! 

 

di Vito Cuccaro

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racconti inediti

Se ne stava sull’uscio da quando, adolescente, i suoi occhi erano incorniciati da  capelli di grano. Ricci come i capricci delle nuvole assediate da un vento particolarmente corteggiatore, ma non gradito.

Aspettava che qualcuno la invitasse a entrare. O che una mano amica la spingesse dentro. Dolcemente.

Alle spalle aveva il mondo dell’infanzia, caldo e rassicurante. Lo sentiva suo. Si sentiva a casa.

La vestina e le calzettine bianche erano piccole. Piccoli erano il sole, la luna, le nuvole, il vento, le gocce di pioggia e i fiocchi di neve, i fulmini e i tuoni. Anche le stelle erano piccole, che confondeva con quelle disegnate sul cappello di fatina che indossava i giorni di Carnevale.

Si sentiva protetta in quel mondo di lillipuziani, come rondine nel nido.

Se ne stava sull’uscio, come sull’uscio del vicolo, in attesa che l’amichetta rispondesse alla sua domanda: “Regina, reginella, quanti passi mi darai?”.

Non sapeva che la monarchia non c’era più dopo il referendum popolare del 1946. C’era solo nelle favole e in qualche gioco. Con l’adolescenza era arrivata la repubblica. E bisognava abbandonare l’uscio ed entrare nella stagione della democrazia, dove imparare a cercare le risposte, diventando architetti e manovali della propria vita. Non era più tempo di chiedere a qualcuno quanti passi fare, a meno che non volesse affidare ad altri il proprio destino.

Quante volte aveva dovuto accontentarsi di fare passi da lumaca, quando avrebbe voluto farne da gazzella.

L’adolescenza era l’età in cui scegliere se essere lumaca o gazzella, ma soprattutto era l’età dell’ESSERE, dopo l’AVERE dell’infanzia coniugato in tutti i tempi e modi, anche sgrammaticando di qua e di là.

L’uscio era la porta da attraversare per entrare nella vita, nella quale se si È, si HA.

Avere è più facile che essere. Un verbo ingannatore, se coniugato senza quello dell’identità di ognuno.

Sull’uscio sosta il mendicante, che vive di quello e di quanto che gli danno gli altri. Proprio come nel gioco “Regina reginella...”. L’uscio è la casa di chi casa non ha. E’ la casa della solitudine.

Lei è ancora lì sull’uscio. Sono passati tanti anni, ma solo per il calendario. L’anima è rimasta bambina. Non può  andare incontro alla vita,  potrebbe smarrirsi .

Un angelo, per tanto tempo, nel suo andirivieni spesso sostava vicino a lei, per invitarla a oltrepassare l’uscio. Le ha regalato anche mappe perché più facile fosse il suo cammino.

Quell’angelo non sa più come muovere le sue ali. Un ultimo sforzo ed è volato laddove avrebbe voluto portare quella ragazza.

Un giorno la vide china su un foglio di carta. Si sentì chiamare e porre questa domanda: “Di che colore sono io? ”.

L’angelo le rispose: “Ho visto quando Dio ti ha fatta d’arcobaleno. Rimanendo sull’uscio, i colori si sono stinti. Sei diventata di un colore incolore,  anonimo, che manco Lui sa definire.

Il colore del non colore…..

 Il colore delle persone che hanno mani in tasca, pensieri senza voce, ombre di gesti.

L’angelo volò via per sempre.

Nudo è l’arcobaleno,

nude  le emozioni

nude le parole

che fanno sobbalzare i

gesti …

 E poi… e poi… e poi…

l’uscio… dolcemente… si chiuse.

Carmen Cangi

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racconti 1

Novembre. Mese che regala colori meravigliosi. Gli alberi, non ancora spogli, sono ammantati d’oro, le foglie ormai ingiallite, pronte a cadere, indorano il paesaggio.

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Angelo di cartaIn un libro puoi trovare quei tesori che nessun altro luogo possiede. 

Non gli scrigni traboccanti di stucchevoli ricchezze, sepolti dalle polveri del tempo. Ma una storia mai svelata che si spiega sul candore di una pagina, infilando perle di parole e intrecciando con punti e virgole trame di rugiada. Preziose gocce d'acqua che nel disegnare minuscoli arcobaleni colorano di tenui sfumature l'alba di fresche mattine. Quelle che dell'oro del primo apparire si nutrono le più rosee creature progettando nuove avventure.

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racconto 1

Avete mai udito il silenzio, quello che ti fa male dentro, quello che ti fa avvertire il vuoto? Non credo. Eppure quel giorno io l’ho sentito. Nessuna cicala cantava, non si udiva nemmeno una voce, nemmeno la mia, ero diventata muta. Avevo la testa vuota, non riuscivo a pensare, a muovermi, ero paralizzata. Doveva esser chiaro che quello era un segno, quel silenzio che ti corrode non avrebbe portato nulla di buono, era un presagio, ma non potevo rendermene conto, non ero padrona di me stessa, mi ero persa.

Avvertii un brivido, una sensazione strana e nella mia mente si fece spazio un pensiero, uno strano ricordo, sentivo di aver riposto tutta la fiducia in una persona, non ricordavo il nome o le sembianze, ma mi ero appena resa conto che non ne avevo più per me, e di lì a poco mi avrebbe fatto comodo un po’ di coraggio e di prontezza d’animo. Quel ricordo sbiadito era ancora lì nella mia testa, a questo seguì la sensazione, o meglio la certezza di esser stata abbandonata… Dove era quel qualcuno a cui avevo dato tanto di me stessa?

C’era una strana calma nell’aria, il vento aveva smesso di soffiare, le nuvole avevano coperto il sole, l’aria era diventata rovente e il mare era immobile e piatto come una tavola. Non c’era nessuno sulla spiaggia, nonostante fosse luglio inoltrato, le bandiere che segnalavano la pericolosità del mare erano immobili, e le barche erano tutte rientrate nel porto. Era come se tutti sapessero cosa stesse per accadere, tutti si erano rifugiati nelle loro case, sbarrando porte e finestre, tutti eccetto me. Io ero immobile, sul bagnasciuga con le gambe incrociate, non potevo far altro che guardare e prendere atto che di lì a poco quella calma sarebbe stata solo un vago ricordo. Nonostante tutto fosse immobile e rovente, avevo stranamente freddo, un altro brivido mi percorse la schiena, lì di fianco a me c’era una maglietta, che prima non avevo notato, poco importava, avevo freddo e così la indossai, mi andava grande, doveva essere di un ragazzo, mi guardai intorno in cerca di quel qualcuno, ma non vidi nessuno, ero sola. Un gabbiano poggiato sul remo, di una barchetta di legno ormai consumato, spiccò il volo, provai a seguire la sua traiettoria con lo sguardo, ma quando sbattei le palpebre questi era sparito, che stessi sognando? Mi strofinai gli occhi e li sentii bruciare, non mi ero resa conto di avere le mani bagnate dell’acqua di mare, tentai di asciugarli con la maglietta, ma dovetti tenerli chiusi a lungo prima di riuscire a riaprirli, e quando lo feci qualcosa era cambiato.

Il vento aveva ripreso a soffiare, scompigliandomi i capelli, i granelli di sabbia si alzarono sospinti dal forte soffio gelido, creando una nube giallastra che mi impediva la vista. Il mare calmo fino ad un istante prima, divenne leggermente mosso, e poi degli enormi cavalloni si alzarono all’orizzonte e con tutta la violenza che possedevano si diressero verso la riva. Provai ad alzami per tentare di scappare, ma il mio corpo era come pietrificato, non potevo sfuggire a quella tempesta. Quando la prima onda mi travolse caddi distesa sulla sabbia bagnata, era come se una possente frusta mi avesse colpito, non ebbi il tempo di reagire che arrivò la seconda ondata che mi riempì la bocca e le narici di acqua salata, impedendomi di respirare, la terza fu ancora più rapida e violenta e così venni trascinata in acqua. Avevo freddo e respiravo a fatica, la corrente mi stava portando sempre più a largo, tentai di aggrapparmi ad una boa, la mano serrata intorno all’anello, il braccio teso nel tentativo di trattenere tutto il corpo, ma le onde veloci e possenti non mi davano il tempo di riprender fiato, combattevo con un nemico di gran lunga più potente di me. Cominciai a non sentire più il braccio, chiusi gli occhi nel tentativo di concentrarmi e resistere, ma fu un attimo, un dolore secco all’altezza della spalla mi colpì, era come se mi avessero appena amputato il braccio, riaprii gli occhi terrorizzata da quello che avrei visto, ma fortunatamente il braccio era ancora al suo posto, sfortunatamente avevo lasciato la presa, e l’arto stanco non rispondeva più ai miei comandi. La corrente continuava a trascinarmi e ogni tentativo di opporsi era vano. Provai a lottare, a resistere, a gridare aiuto ma era tutto inutile, ero sola in mezzo alla tempesta che impazzava. Ero stanca, disperata e così chiusi gli occhi e lasciai che le onde mi travolgessero, che la marea mi portasse lontano e il vento gelido mi frustasse.

Ad un tratto mi ritornò in mente la persona in cui avevo riposto tutte le mie speranze, era un ragazzo alto, moro, ma la sua immagine nella mia testa era ancora confusa, sbiadita e lontana come la voce che mi ripeteva “Ti starò sempre accanto, nella burrasca io sarò lì a salvarti”. Eppure non era giunto nessuno in mio soccorso, di quel ragazzo rimaneva soltanto quella promessa mancata e la maglietta ormai zuppa e fredda, di molte taglie più grande che mi impediva i movimenti. Nella disperazione e tentando di non inghiottire altra acqua me la tolsi e lasciai che la prendesse il mare, mi sentii subito più libera. Avevo gettato via l’ultimo pezzo che ancora mi legava a quel giovane che chissà dove si trovava in quel momento, probabilmente al sicuro nella sua casa, ma poco importava in quegli attimi non potevo aspettare che qualcuno mi salvasse, e nemmeno lasciare che il mare mi risucchiasse e mi annegasse senza lottare, senza provare a resistere, senza tentare, seppur soffrendo, a salvarmi.

Aveva cominciato anche a diluviare, le onde non accennavano a quietarsi, speravo almeno che non lampeggiasse. Potevo sopportare i cavalloni, il freddo, il vento, la pioggia, ma un fulmine che colpisce l’acqua è mortale. Cominciai a nuotare più veloce che potevo, mi faceva male tutto, ogni due metri tornavo indietro di uno e mezzo, il mare non voleva lasciarmi andare. La riva era lontana, ma pensai a me, alla mia vita e questo bastava a non farmi mollare, meritavo una seconda occasione. Non c’era nessuno a salvarmi, e allora? Non faceva differenza, mi sarei salvata da sola, avevo abbastanza forze, nonostante mi sentissi stanca e debole nel corpo, avevo trovato una spinta più potente, un vigoroso sostegno, la forza di cui avevo bisogno era tutta lì, nel mio cuore.

Sentii il cuore esplodere, tutto il dolore provato non contava più niente, tutte le volte che ero caduta o che ero stata abbandonata mi avevano fortificata. In quel momento che ero sola ad affrontare il nubifragio non provai più paura, non avevo bisogno di qualcuno, perché in realtà sola non ero, avevo me stessa. Continuai a nuotare, nonostante le onde mi riportassero indietro, continuai a nuotare sempre più veloce, con maggiore energia, finché a stancarmi non fui io ma il mare. Pian piano il vento divenne più debole, le onde più piccole e la corrente non era poi così tanto forte da potermi ostacolare. Nonostante le braccia e le gambe indolenzite raggiunsi la riva, distrutta ma felice, avevo vinto, ce l’avevo fatta.

Le nuvole divennero rade, il sole tornò a splendere e il cielo ad essere azzurro. Il vento si era ormai placato, e il mare era nuovamente limpido e piatto. Cominciò ad arrivare la gente, adulti, bambini e ragazzi, tutti ignari di quella tempesta, di quella lotta sia fisica che interiore che avevo dovuto affrontare. Mi avviai verso la pineta, distrutta nel fisico ma rinata nello spirito. Ad un tratto alle mie spalle sentii una voce, la stessa voce che avevo sentito nella mia testa in mezzo al mare, la stessa voce che aveva promesso di essermi sempre accanto. Mi voltai e lo vidi, il ragazzo era alto e snello, gli occhi neri, così come i suoi capelli, la sua pelle era leggermente abbronzata, indossava solo i bermuda, la sua maglietta ormai era in fondo al mare. Mi guardava come se fossi una bambina, ma una bambina va protetta, ed io non ero più una bimba indifesa, ero capace di cavarmela da sola, di sopravvivere o meglio di VIVERE. Biascicava delle scuse, delle giustificazioni per la sua assenza, che non riuscivo a comprendere, aveva visto la burrasca e sapeva che ero stata travolta da quelle onde rabbiose e possenti, ma me l’ero dovuta vedere da sola. Mi voltai e ripresi il mio cammino, non avevo bisogno di scuse, non avevo bisogno di altre promesse che non sarebbero state mantenute. Sapevo esattamente cosa volevo, una persona con cui condividere tutto, giornate di sole splendente e giorni di diluvio universale, finché non avessi trovato quella persona non avrei avuto bisogno di nulla. Avevo me stessa e mi bastava.

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Anni fa lessi una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi ci avrai azzeccato”. Mi fece una grande impressione, e da quel momento, ogni giorno mi guardavo allo specchio e mi chiedevo: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?” E ogni volta la mia risposta era un NO!

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raccontiinediti quellaporta 1

“La porta verde non la devi attraversare”. Mi ripeteva incessantemente la mia coscienza, alla quale prestavo ascolto in maniera intermittente. A volte mi infastidiva quella voce perentoria che da dentro mi saliva fin dentro le orecchie bombardandole senza sosta. Altre volte l’attendevo invano, ma lei ammutoliva proprio quando ne avevo più bisogno. Più tardi capii che dovevo interrogarla anche nei momenti di pienezza e che le risposte alle mie suppliche le avevo già nell’alba del mio pensiero.

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