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Lunedì, 05 Gennaio 2015 11:48

Una Lego house più grande per Ed Sheeran.

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edsheeran2Poggiato al bancone a godermi la prima, lunga, sorsata di birra, me ne sto occhio al palco, dentro una felpa nera su cui stencil e colori di mia figlia hanno piazzato una enorme impronta di micio (edsheeran1). Mia figlia, confezionata uguale, è già nelle prime file lì sotto, in un blocco di un migliaio di ragazzi tra i quindici e i vent’anni. Intorno, in tutto il locale, l’età media sale di un poco. Siamo in tremila circa, all’Alcatraz di Milano, nove di sera, 20 novembre 2014, biglietti comprati on line a inizio anno, centrando quei precisi dieci minuti dieci in cui furono disponibili. Sale un ragazzotto pel di carota, imbracciando una Little Martin col battipenna completamente grattato, tra gli acuti dei fans e i lampi dei telefonini, comincia a cantare. Ed Sheeran da Halifax, West Yorkshire, classe ’91. Il ragazzo inanella più di sedici pezzi in quasi due ore di spettacolo, più qualche canzone non sua, come una estemporanea “Con te partirò”. Solo sul palco, voce e chitarra, con una pedaliera con la quale infaticabilmente costruisce dei loop quasi ad ogni inizio. Canta “Give me love”, “The A team”, e “Wake me up”, e “Lego house” , e tra queste non puoi non averne incontrata qualcuna alla radio, o nei canali musicali tv, dove avrai notato che un’impronta di micio campeggia tra i suoi numerosi tatuaggi alle braccia. Dalla chitarra tira fuori quello che gli serve: col picking, affinato, quasi bambino, dalle prime ipnotiche reiterazioni del riff di Layla di Eric Clapton e dalla caparbia volontà di impadronirsi di arpeggi complicati come quello di “Don’t think twice, it’s all right”, di Bob Dylan; con la percussione ritmica della cassa, con la costruzione dei loop con la pedaliera. Settimane dopo, leggerò che lui non si ripeteva “da grande diventerò una rockstar famosa in tutto il mondo” ma solo “io voglio scrivere canzoni e suonare”. edsheeran1E ciò mi pare vero, verosimile, coerente. Il ragazzo si trova a suo agio, si vede, nel contatto con un pubblico delle piccole sale, delle discoteche, dei pub, delle serate “a microfono aperto”, pubblico del quale ha fatto tanta esperienza nonostante la sua giovanissima età. Pare che lo solletichi il “grime”, o garage rap, o quel che è in quei dintorni dell’english hip hop, del breakbeat, del drum and bass, e però la sua musica è molto più cordiale, se mi si chiude un occhio sull’aggettivo, pure se quando si tratta di sparare versi tesi e pieni di parole, come nella famosa “You need me, i don’t need you”, non si tira indietro. E d’altra parte pure sua è, per esempio, quella “I see fire”, così delicatamente incastonata nella colonna sonora del film “Lo Hobbit: la Desolazione di Smaug”. Le sue canzoni fanno quasi sempre riferimento a fatti o esperienze giovanili, ma si sente che partendo da questi, Sheeran lavora già molto per trovare inquadrature personali. Nato come fenomeno di moda tra i giovanissimi, con una notorietà partita per la gran parte dal web, questo ragazzo con la chitarra apprezza pezzi come “North country blues” di Dylan, ne ama versi come: “And the sad, silent song made the hour twice as long / As I waited for the sun to go sinking” e scrive pezzi come “Wake me up” che contiene uno dei suoi versi preferiti: “And I know you love Shrek, ‘cause we’ve watched it twelve times”, perché, dice, aiuta a rendere il pezzo molto “intimo”. (edsheeran2) Alla fine del concerto lo distinguo ancora, sul palco tra la selva di braccia alzate, e mi dico che forse quella chitarra dalla tavola rovinata non è un bluff e non lo è la sua camicia madida, che in Italia da una discoteca da meno di tremila posti in novembre, passerà a gennaio di quest’anno, il 26 a Roma, il 27 a Milano, a platee come quelle del Palalottomatica e del Mediolanum Forum di Assago. Ultimo sorso. Salute. Bella serata.

 

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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