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Ascoltare

edsheeran2Poggiato al bancone a godermi la prima, lunga, sorsata di birra, me ne sto occhio al palco, dentro una felpa nera su cui stencil e colori di mia figlia hanno piazzato una enorme impronta di micio (edsheeran1). Mia figlia, confezionata uguale, è già nelle prime file lì sotto, in un blocco di un migliaio di ragazzi tra i quindici e i vent’anni. Intorno, in tutto il locale, l’età media sale di un poco. Siamo in tremila circa, all’Alcatraz di Milano, nove di sera, 20 novembre 2014, biglietti comprati on line a inizio anno, centrando quei precisi dieci minuti dieci in cui furono disponibili. Sale un ragazzotto pel di carota, imbracciando una Little Martin col battipenna completamente grattato, tra gli acuti dei fans e i lampi dei telefonini, comincia a cantare. Ed Sheeran da Halifax, West Yorkshire, classe ’91. Il ragazzo inanella più di sedici pezzi in quasi due ore di spettacolo, più qualche canzone non sua, come una estemporanea “Con te partirò”. Solo sul palco, voce e chitarra, con una pedaliera con la quale infaticabilmente costruisce dei loop quasi ad ogni inizio. Canta “Give me love”, “The A team”, e “Wake me up”, e “Lego house” , e tra queste non puoi non averne incontrata qualcuna alla radio, o nei canali musicali tv, dove avrai notato che un’impronta di micio campeggia tra i suoi numerosi tatuaggi alle braccia. Dalla chitarra tira fuori quello che gli serve: col picking, affinato, quasi bambino, dalle prime ipnotiche reiterazioni del riff di Layla di Eric Clapton e dalla caparbia volontà di impadronirsi di arpeggi complicati come quello di “Don’t think twice, it’s all right”, di Bob Dylan; con la percussione ritmica della cassa, con la costruzione dei loop con la pedaliera. Settimane dopo, leggerò che lui non si ripeteva “da grande diventerò una rockstar famosa in tutto il mondo” ma solo “io voglio scrivere canzoni e suonare”. edsheeran1E ciò mi pare vero, verosimile, coerente. Il ragazzo si trova a suo agio, si vede, nel contatto con un pubblico delle piccole sale, delle discoteche, dei pub, delle serate “a microfono aperto”, pubblico del quale ha fatto tanta esperienza nonostante la sua giovanissima età. Pare che lo solletichi il “grime”, o garage rap, o quel che è in quei dintorni dell’english hip hop, del breakbeat, del drum and bass, e però la sua musica è molto più cordiale, se mi si chiude un occhio sull’aggettivo, pure se quando si tratta di sparare versi tesi e pieni di parole, come nella famosa “You need me, i don’t need you”, non si tira indietro. E d’altra parte pure sua è, per esempio, quella “I see fire”, così delicatamente incastonata nella colonna sonora del film “Lo Hobbit: la Desolazione di Smaug”. Le sue canzoni fanno quasi sempre riferimento a fatti o esperienze giovanili, ma si sente che partendo da questi, Sheeran lavora già molto per trovare inquadrature personali. Nato come fenomeno di moda tra i giovanissimi, con una notorietà partita per la gran parte dal web, questo ragazzo con la chitarra apprezza pezzi come “North country blues” di Dylan, ne ama versi come: “And the sad, silent song made the hour twice as long / As I waited for the sun to go sinking” e scrive pezzi come “Wake me up” che contiene uno dei suoi versi preferiti: “And I know you love Shrek, ‘cause we’ve watched it twelve times”, perché, dice, aiuta a rendere il pezzo molto “intimo”. (edsheeran2) Alla fine del concerto lo distinguo ancora, sul palco tra la selva di braccia alzate, e mi dico che forse quella chitarra dalla tavola rovinata non è un bluff e non lo è la sua camicia madida, che in Italia da una discoteca da meno di tremila posti in novembre, passerà a gennaio di quest’anno, il 26 a Roma, il 27 a Milano, a platee come quelle del Palalottomatica e del Mediolanum Forum di Assago. Ultimo sorso. Salute. Bella serata.

 

Rocco Infantino

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ascoltare2Fuori, il freddo punge e però non manca di sorprendere, in questa stagione che pure sarebbe la sua. Dentro, nel piccolo cinema teatro di una volta, tornato accogliente, non può dirsi che sia esaurito ogni ordine di posti, no. Però girando lo sguardo in sala nel consumato gesto, chi come me viva l’età di mezzo dell’età di mezzo, s’accorge subito che il pubblico, numeroso, è composto di persone di varia età: mischiati ai giovani, e ai molto giovani, ci sono maturi amanti del jazz, fors’anche qualche nostalgico agée. E così, sfumato il tappeto di sottofondo in sala che negli ultimi due brani aveva sapientemente virato al blues per preparare il palato, le note di “I hope I wish”, che aprono la serata, le avverti come la naturale conseguenza del silenzio che intanto s’è fatto tra i presenti. Sabato 13 dicembre, Teatro Piccolo Principe, Potenza, Max Ionata meets Bruno Montrone e Giovanni Scasciamacchia, così recita il biglietto, indicando il secondo di una serie di appuntamenti della rassegna “Jazz & Entertainment”, organizzata da “Stoà teatro” in collaborazione con l’associazione musicale “Tumbao school”, il Circolo culturale ascoltare1“Gocce d’autore”, la BJ Orchestra e la BDS Communication. Max Ionata, classe 1972, come avverte il suo sito web, è uno dei maggiori sassofonisti italiani della scena jazz contemporanea; ha all'attivo oltre settanta dischi e collaborazioni con musicisti italiani ed internazionali, risultando uno degli artisti italiani più apprezzati all'estero, in particolare in Giappone. L’inedito trio comprende Montrone all’organo Hammond e Scasciamacchia alla batteria. Formazione di quelle in cui la linea di basso non evolve dalla rassicurante presenza di uno strumento a corda, ma non è certo neanche di quelle dell’epoca del “jazz marciante”, quando alla bisogna provvedeva un ottone. Così è la mano sinistra di Montrone all’Hammond, con scelta di registri efficace e misurata assieme, ad accogliere nel velluto delle note basse e più lunghe lo sviluppo musicale del trio, mentre la destra non manca in diverse occasioni di farsi sentire, lontano dalle graffianti polemiche verticalità alla Joey De Francesco, tanto per buttare lì un nome, con garbo che giova all’elegante sound italiano. Il sax tenore di Max Ionata si sente libero da questa e da ogni incombenza e si esprime appieno in maniera a tratti confidenziale senz’essere definitiva, a momenti morbida, a tratti stentorea ma mai esclamativa, percorrendo la linea narrativa dei brani che attingono in diverse occasioni alle sue produzioni personali: così tra gli altri “But”, così “Blue Art”, oltre che al repertorio comune dei conosciuti del jazz e dintorni, sino a proporre un delizioso “Luiza” di Tom Jobim. Debbo dirlo: il bouquet offerto da Ionata e Montrone offrirebbe al palato un grande bianco fermo strutturato da meditazione, se non fosse che la spumosa batteria di Scasciamacchia lo rabbocchi con un movimento continuo nel ritmo ma mirabilmente asimmetrico negli accenti, facendolo rifermentare a ogni brano fino a ottenere un perlage persistente, con un inesorabile charleston secco e pur brillante e la cordiera del rullante accortamente sollecitato, e il ping sorridente sui rivettati ride, che dividono le più piccole ghost note in mille esplosioni sapientemente acidule, tanniche, erbacee, emozionanti. Il dopo concerto, come da programma, diociscampi dalle degustazioni, per onore di cronaca è un’unica tavola preparata nel ridotto, dove persone di musica e di palco, amici ed estimatori chiudono la serata conversando e ridendo. Non certo ‘round midnight, ben oltre.

Rocco Infantino

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ascoltare GiuseppPepeScende le scale del teatro Piccolo Principe di Piemonte di Potenza. È un uomo dal sorriso discreto ma molto familiare. Riceve il saluto di chi attendeva con ansia il suo arrivo per assistere a una delle performance più sorprendenti ed emozionanti degli ultimi tempi. Sale sul palco, uno sguardo d’intesa con gli amici con cui condividerà una notte di note e il ritmo, sussurrato. One, two, three. È Jed Levy, sassofonista di fama, che lo scorso 29 novembre ha omaggiato i potentini con brani della tradizione e composizioni del proprio repertorio personale, insieme al Giuseppe Bassi Quartet, nel primo concerto della rassegna “Jazz & Entertainment”. Motivi swing, romantici e raffinati. L’esibizione, caratterizzata da una magica sinergia tra i componenti del gruppo, ha accompagnato l’auditorium in atmosfere eleganti, trasognanti, notturne. Una “narrazione musicale” accattivante: le storie universali di metropoli nelle stagioni del cuore di chi le abita, anche solo per caso, hanno condotto lungo un’ideale passeggiata sulle note del sax di Jed Levy.

Da brani della tradizione come Just in Time (ritmo brillante) e Body and Soul (solo piano e sax) alle raffinate sensazioni ricreate dai brani ricamati intorno a poemi giapponesi; dalle osservazioni immaginifiche di notti vissute con i fantasmi buoni di Taiwan ai passi siglati in attesa della metro,Ascoltare levy in una dolce e nostalgica “New York City Subway Love song”. I paesaggi lunari e il lento fluire del tempo abbracciano le note di un “Theme for a Dream” e compiono un viaggio nei pensieri, delicato come un sussurro, curioso come una finestra sull’infinito. La chiosa è dedicata al mito del maestro Roberto Gatto, c’è la nostalgia gelosa di un’amicizia grande e intensa. Il privilegio di essere parte di tale cerchio magico ha rapito i numerosi presenti. L’intimità di un dialogo silenzioso con la meraviglia di un flusso musicale come quello di una coscienza che si rasserena, beandosi della carezza musicale non ha impedito di perdersi nel labirinto riprodotto con levità dai virtuosismi magistrali di quattro musicisti che hanno ricreato in piccolo il centro di un mondo musicale davvero luminoso. Breve sosta al sud Italia, Jed Levy ringrazia tutti e ricomincia volare. Prossima tappa, l’America. Ma intanto ha siglato una pagina importante di chiunque abbia avuto la fortuna di ascoltarlo, in una serata invernale.

Virginia Cortese

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Il Fantasma chiamato emigrante

tomjoadLa storia del personaggio di Tom Joad si svolge al tempo della Grande Depressione. Il soggetto fu creato da John Steinbeck nel suo romanzo “The Grapes of Wrath”, uscito negli Stati Uniti nel 1939 e conosciuto in Italia come “Furore”. Dallo stesso libro e in particolare dallo stesso personaggio, molti sono stati gli autori, nella musica e nel cinema, a lasciarsi ispirare.

Nel 1995 Bruce Springsteen, cantautore americano, lancia in un’America intorpidita dal proprio presunto benessere una canzone che darà il titolo al suo undicesimo album di inediti in studio, che chiama The ghost of Tom Joad.

Bruce non intende raccontare la storia di Tom Joad, ma vuole piuttosto risvegliare la coscienza americana cantando di un fantasma che non ha ancora trovato pace ma che ancora vaga, dopo più di sessant’anni, tra gli accampamenti, sotto i ponti, lungo le autostrade, dove non c’è casa, non c’è lavoro né riposo.

Lo stile musicale è scarno, essenziale, e affonda le radici nella tradizione country folk della sua terra. Ma l’atmosfera è cupa, notturna, sulla linea di confine tra il sogno e il risveglio.

Ad ascoltare la voce quasi sussurrata di Bruce viene da pensare alla storia di tanti eroi restati senza nome, che non hanno chinato la testa al sistema che li ha resi in miseria.

Viene da pensare alla storia della famiglia Joad, tratteggiata nel romanzo di Steinbeck attraverso la “biblica” trasmigrazione della povera gente che aveva vissuto nelle campagne, e che, respinta dalle logiche dei nuovi sistemi economici, dall’Oklahoma giungeva fino alla California in cerca di una nuova vita. Si trattava dei nuovi poveri, in viaggio verso la speranza, con alle spalle la crisi da dimenticare e di fronte un paese pronto a sfruttare la loro disperazione.

Si tratta di una storia che si ripete, sempre uguale, sempre indifferente, nel corso degli anni e dei luoghi.

“Benvenuti al nuovo ordine mondiale”, sussurra Bruce Springsteen nella sua ballad sul fantasma di Tom Joad.

Perché è proprio di oggi che Bruce sta parlando.

Perché lo spettacolo che la nostra società dell’accoglienza esibisce agli occhi di un emigrante degli anni novanta, in cui Springsteen scrive la sua canzone, così come nei nostri giorni, non è poi tanto diverso da quello che toccava in sorte a un nativo dell’Oklahoma negli anni Trenta.

The Ghost of Tom Joad è il ritratto di un’America sempre identica a se stessa, incapace di salvarsi dalla propria xenofobia. La California degli anni Trenta, che nega i diritti civili agli immigrati, si specchia in una società odierna ancora popolata di poliziotti che picchiano i ragazzi, di gente senza lavoro, senza libertà e senza dignità. E’ quindi proprio la sua America che Springsteen intende raccontare. E sono proprio questi attuali eroi senza speranza che intende salvare dall’oblio.

Tom Joad è un fantasma che l’America non vuol vedere ma che è ancora vivo. Sono i tanti messicani e guatemaltechi oggi respinti sul confine o espulsi dagli Stati Uniti ma anche, allargando lo scenario verso una condizione che riguarda tutti i respinti del mondo, Tom Joad ritrae gli esuli, i disertori, i vagabondi e in fondo solo i sognatori in cerca di alternative all’assurdo e all’inadeguatezza di una realtà che li vuole ad ogni costo criminali.

L’autostrada, luogo simbolo del sogno americano e della generazione beat, a lungo cantata anche da Springsteen, è sempre viva ma è popolata da gente senza sogni, la cui speranza è affidata a un fuoco acceso sotto un ponte per sopravvivere alla notte e al ricordo di un fantasma, Tom Joad, a cui Bruce affida le uniche parole di fiducia attraverso la promessa fatta a sua madre.

Ovunque qualcuno combatta per un posto dove vivere

Un lavoro dignitoso, un aiuto

Ovunque qualcuno lotta per essere libero

Guarda nei loro occhi, mamma, vedrai me

L’autostrada è viva stasera

Ma nessuno prende in giro gli altri su dove porti

Sto qui seduto alla luce del falò

Cercando il fantasma di Tom Joad 

Qui finiscono tutte le strade, quelle dei nomadi della Grande Depressione degli anni Trenta e quelle dei clandestini e dei profughi di oggi. Tutti lo sanno e nessuno si illude, ma certi fuochi accesi rimandano a una scelta, un patto con se stessi, che rimane vivo in chi, seppur costretto ad accettare l’indifferenza, non dimentica certo il fantasma della propria dignità.

 

di Antonella Mangini

 

 

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 fabi-gazze-silvestri-album-insiemeGocce d’Autore inaugura lo spazio dedicato alla musica raccontando una canzone.Parliamo di Life is sweet di Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè. Uscito lo scorso 25 aprile, il singolo farà parte dell’album di inediti del trio di cantautori dal titolo Il padrone della festa, atteso per il 16 settembre.

Life is sweet è la canzone di un viaggio e merita di essere raccontata capovolgendo completamente il punto di vista su di essa e ascoltando il racconto dalla fine, proprio dall’ultimo verso.

“L’ultimo che passa vale come il primo”

L’ultimo verso di una canzone che si chiude come a stringere in una sola energia vitale una moltitudine di uomini, dall’ultimo al primo, intorno ad una sola parola che non è quella troppe volte abusata della solidarietà, ma quella primordiale della salvezza. E lo fa in una terra anch’essa da sempre considerata “ultima”, l’Africa.

Il Sud Sudan, divenuto indipendente nel luglio del 2011, è ad oggi lo Stato più giovane del mondo. L’ultimo.

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Dopo dieci anni di guerra civile con il Nord del Sudan, la creazione dello stato indipendente non ha mai comportato una situazione di pace stabile, anzi nel 2013 le rivalità all’interno ne hanno fatto teatro di un conflitto etnico tra le forze governative di etnia dinka e quelle nuer. Un conflitto che coinvolge la popolazione intera e che continua nonostante le trattative di pace in corso.

La popolazione del Sud Sudan vive soprattutto nelle aree rurali dove pratica una precaria economia di sussistenza. Ma questa non è la sola miseria di questo popolo, il cui sviluppo è influenzato negativamente dalla mancanza totale delle infrastrutture e dalla recente distruzione di quelle che erano esistenti . Il Sud Sudan è un luogo di dolore, il suo popolo è vasto ma troppo distante, isolato e sofferente da qualsiasi angolazione lo si guardi. Eppure  “cambiando prospettive” è possibile non certo cambiare lo stato di cose ma dare a se stessi “il giusto slancio per ripartire”.

Life is sweet nasce dall’idea di un viaggio, così come i viaggi nascono sempre dalla necessità di cambiare le prospettive e le angolazioni da cui si guardano le cose. Niccolò Fabi, attivista e testimone del lavoro dell’Organizzazione Non Governativa Medici con l’Africa CUAMM, da oltre sessant'anni impegnata per la tutela e la promozione della salute delle popolazioni africane, coinvolge nello scorso autunno Max Gazzè e Daniele Silvestri in un viaggio in Sud Sudan. Un viaggio intenso, cha va da Juba a Yirol arrivando nel villaggio di Lui e poi ritornando a Juba, verso la “terraferma” della civiltà moderna, simbolicamente ritrovata quando alle spalle ci si lascia chilometri di strade sterrate e ricomincia l’asfalto.

Molte cose nascono da un viaggio, e così dall’esperienza di questo viaggio prendono forma le immagini della canzone. Dalla stessa esperienza di un viaggio che, attraverso la condizione a tratti avventurosa ma sempre consapevole della difficoltà di convivere costantemente con tali disagi e paure, conduce i tre cantautori nell’anima più “dolce” della partecipazione umana. Non quella univoca nei confronti di chi è svantaggiato, ma quella un po’ più grande, un po’ più ricca, che non ammette più differenze, quella in cui l’atavica sfida tra uomo e ostacoli naturali rende inevitabile la consapevolezza che l'ultimo che passa vale come il primo

Il viaggio dei tre cantautori è un’esperienza di distanze. La strada, il luogo più rapido e fondamentale, il luogo che richiama alla mente le possibilità, la dinamicità, il cambiamento, in Africa cambia di significato e si trasforma in un ostacolo quotidiano.

Le strade in Sud Sudan sono completamente sterrate. L’asciutto o il bagnato determinano i tempi di percorrenza di una terra infinita, le cui sterminate distanze sono influenzate ancor di più dagli eventi naturali.

La strada del progresso dove tutto il mondo sembra immediato, raggiungibile e tutto è prevedibile si affianca alle strade di Yirol dove non c’è più nulla di certo, dove l’asfalto scompare per lasciare il posto a fosse, fango, lunghe fermate e lente ripartenze. Dove la vita va scelta e reclamata con ostinazione, va spinta fuori dalle pozze di malattia , va riportata alla luce e alla dignità e dove tutto ciò non può più essere possibile senza l’aiuto dell’altro. La terra del Sud Sudan si fa piena di ricchezza e la sue strade, in cui cessa ogni forma di individualità, conducono a una meravigliosa collettività che arriva da ogni angolo del mondo.

L’immensa difficoltà di un territorio soffocato dalle carenze si scontra quotidianamente con la forza di chi questo territorio lo vive, di chi partecipa con la sua piccola forza a un desiderio di forza comune, che come una catena umana costruisca ponti incrollabili , diventi sempre più stretta e fitta e che non lasci mai scorrere via la consapevolezza, intimamente umana, che in fondo dalle difficoltà ci si salva tutti insieme oppure non ne è salvo nessuno. Che nessuna madre può dirsi salva se altrove una stessa madre muore di parto e nessun bimbo è davvero sano se altrove un altro bimbo muore di fame o di malaria. Che il mondo non è salvo se l’urlo disperato del suo “ultimo” Paese produce solo un sordo rumore di fondo. E che se la vita conserva il suo gusto “dolce” anche in una terra avversa e attanagliata da limiti estremi, ciò è reso possibile solo dall’unione di un’umanità che lotta per una sopravvivenza etica e collettiva. Medici, infermieri, cantanti e ancora gente del luogo, giovani ragazzi, volti sorridenti e vite scandite da lenti ritmi rurali si uniscono nelle parole di Niccolò, Max e Daniele, simbolicamente con le scarpe nelle mani, in fila ad uno ad uno a trascinare fuori dalle pozze di fango le macchine che percorrono le non strade dell’Africa più ostile. Una catena di vita che prima di considerare la solidarietà come un dono per gli altri, considera lo stesso principio come la sola salvezza possibile per tutti, insieme. Perché da qui passeranno tutti o non passerà nessuno.

Di Antonella Mangini

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gregory alan isakov

Le astratte sinfonie di stelle.

Musiche di albe antiche.

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