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Ascoltare

ascoltare conte

È una tregua formale e non di sostanza.

Una danza irresistibile, un gioco suadente e malinconico.

Una luce timida e fresca.

Ha il colore delle sete e di echi lontani.

Ha il calore delle rivelazioni infantili alla luna.

Non ha sguardi d’origine ma chiose d’inesorabile ragione.

Senza confini d’accoglienza.

Senza parate di soccorso.

Un seme d’eleganza distinta.

Racchiude i suoni della speranza silenziosa.

Mescola le furbizie dei canti della primavera del cuore.

Le sue entrate in scena scelgono i palcoscenici più lussuosi, il pubblico più esigente, l’interprete più nascosto.

I monologhi più taglienti.

Applausi  a scena aperta.

Bravo.

Virginia Cortese

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Ascoltare amy

I sogni realizzati hanno il gusto dell’eterno.

E la malinconia del Creato.

Gli amori indefiniti, invece, sono un albero senza radici.

Le opportunità del Caso e le scelte di senso illuminano strade già attraversate.

Sono gli intrecci inattesi a rendere il percorso più intrigante.

Sensuale.

Luminoso.

Non c’è attesa che non sospenda, non c’è prova che non fortifichi, né conferma che non plachi.

Strutture di congiunzione, specchi così accoglienti da comprendere passato e futuro.

E tratteggiare l’ombra di un presente netto e rigoroso.

Sottile e intoccabile.

Un’emozione cupa di nostalgie e mari, di venti ed esistenze, di giochi e conclusioni.

Sipari sontuosi per gli istanti minimi e teatri dimessi per le grandi occasioni.

Completo e instabile, totale e riflesso, altissimo e invisibile … un rivolo di buio.

C’est la vie.

Virginia Cortese

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Ascoltare 1

Delicato come un’orma sulla sabbia di settembre.

Come un uomo che s’incammina su una traccia assente di destino.

Come un sorriso che non costa che una moneta di silenzio.

Il Mare Nostrum di Fresu, Galliano e Lundgren è un ticchettio di domande senza tempo.

Ha l’unica pretesa di accompagnare con eleganza.

Non interroga e non scombina.

Fertile e sagomato.

Amaro come un frutto che non si vuol assaporare.

Dolce come l’aroma delle stanze felici.

Avvolgente come una distanza, freddo come un abbraccio, inesorabile come una rotta condivisa.

Non ha il senso del certo in sé, ma libera e ammalia.

Fluido sguardo d’infinito, ridotto viso dell’eterno.

Impartisce il perdono di una carezza e non cede alla lusinga dell’umana riduzione del bello.

Ha riflesso accecante e prospettiva distratta.

Si compiace di un’arte di sostanza.

Sospende e spinge oltre.

Definisce il vero nella dissolvenza dei paradossi.

Virginia Cortese

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Mango

 

Un richiamo antico come le mura dei palazzi che abita.

L’essenza degli elementi si fonde nella magia di un racconto che non ha fine, né un distinto principio.

È il mare che lo cela.

Ne dona una eco al tramonto. Una maliziosa nostalgia all’alba.

È l’armonia di un banchetto d’estate, illuminato dalla luna e scandito dalle sue maestose onde, a renderlo così prezioso.

Ha l’ambizione dell’infinito e conversa con Dio, mentre sbuccia le arance della terra di un sole presente.

Ha lo sguardo verso il suo limite, sulle lingue di terra, sulle rocce maestose, sul passo di uomini distratti e incerti.

È un invito all’abbandono.

A lasciarsi attraversare, nel silenzio mai stanco di una voce alta. Che dall’alto guarda quel suo Mediterraneo.

 

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di Virginia Cortese

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asc DeAndre

L’incontro dei sensi nel capolavoro siglato De André ha un fascino tagliente e lucido come la cattiveria.

La speranza, matrice dominante, termina nella disillusione nuda.

Non consola e non concede diritto di replica.

La si potrebbe accostare all’incalzare delle stagioni: reca in sé il profumo delle notti d’estate, i canti primaverili, le improvvise tempeste autunnali e il gelo degli inverni non richiesti.

Non v’è dominio razionale che possa districare un battito scomposto del cuore.

L’attesa è tanto più elevata quanto la visione è pura.

L’universale scena è palcoscenico che non interferisce, accompagna il vissuto, ammorbidisce i passi e infine richiude le feritoie.

Di equilibri e di sostanza, di cartoline e di stanze.

Non turba il divenire. Osserva i miracoli ripetersi e raccoglie i frammenti dei mosaici di luce e buio.

Virginia Cortese

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ornella vanoni


Un conto in sospeso può pesare fin troppo.

Un conto in sospeso con se stessi è un macigno che non si smaltisce.

Spetta a chi ha l’onesta attitudine al bilancio, tuttavia, richiamarsi all’interno di una reale ricostruzione.

Necessaria, se la coerenza vuol attestarsi come baluardo d’essenza.

Al di là del rimpianto per il non detto, della consapevolezza dell’effimero tempo della vanagloria, del commesso errore nella spensierata accettazione di un istante di felicità, la presenza silenziosa di un ego che conosce e sovrintende, non ha che logiche conseguenze.

Nel dualismo sentimentale, il perentorio dare/avere può presentarsi come una bilancia con equilibrio scomposto, luce diagonale sulla speranza di un ritorno.

Anelato e forse no.

Una sproporzione la cui analisi disaffeziona la coscienza, la ammalia e la rende schiava.

Ma a cosa serve una libertà senza la lucidità nella sua gestione?

È un nulla nel cosmo delle declinazioni d’amore.

Il faro illumina la strada dell’effettivo.

Chiude il cerchio dei concetti.

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Virginia Cortese

 

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francobattiato 1

Pura e lenta come i quadri lunari.

Un fascio di ombre di cristallina visione.

Non ha l’ambizione della mistica iconografica, la sublime rappresentazione di lode del Maestro Battiato, nel capolavoro dell’oceano di Silenzio.

Una carezza floreale che non conosce limite perché non si definisce. Lascia solo l’autentico respiro. Perché incontra.

Abbandona l’affannoso tratto del Destino, per congiungere l’Io senza tempo con il Tempo. Per comprendere lo Spazio che non si abita ma che si tratteggia con cuore lieve.

Non ha necessità di rivelazione ma solo il brio della scoperta.

Sono aurore di pensiero quelle che echeggiano.

Consolatorie interfasi nel firmamento senza leggi.

Le voci non s’impongono; sono molecole di suono, in equilibri di perfezione.

Maestosità con il volto ultimo di chi guarda e disegna. E dipinge le esistenze.

Virginia Cortese

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È un brano di sensibilità maschile e vigore femminile, E dimmi che non vuoi morire, scritto da Vasco Rossi e magistralmente interpretato dall’eterea Patty Pravo, tanto da divenirne simbolo.

C’è un’ammissione nella visione del futuro. La consapevolezza della presenza non esclude dalla prospettiva della opportunità.

Una netta verità, fredda come una pioggia improvvisa sul cuore sereno.

Un corollario di questioni inevase è di difficile lettura. Ma la domanda di senso attutisce il colpo.

È una resa formale.

Una rassegnazione costante e lucida.

Un moto del giudizio, una spinta della cognizione personale a non predire con sempre dolorosa puntualità, l’effige della circostanza.

Un monito ad andare altrove. Avanti.

Che sia affacciarsi su uno specchio d’acqua o dentro se stessi, non modifica la sostanza di un viaggio, talvolta necessario come l’aria, sebbene inascoltato come i più pensanti sensi di colpa.

Un’esclusione generale, luminosa come una ferita nei cieli d’estate.

Virginia Cortese

ascoltare pattypravo

Guarda…io sono da sola ormai.

Credi…non c'e' più nessuna che

quando chiedi troppo e lo sai,

quando vuoi quello che non sei te

ricordati di me…forse non ci credi.

Sguardi…guarda sono qui per me

Non ti ricordi…eri come loro te.

Sono tutti quanti degli eroi

quando vogliono qualcosa…beh

lo chiedono lo sai… a chi può sentirli…

La cambio io la vita che

non ce la fa a cambiare me

bevi qualcosa, cosa volevi

vuoi far l'amore con me

la cambio io la vita che

che mi ha deluso più di te

portami al mare, fammi sognare

e dimmi che non vuoi morire...

Dimmi…sono solo guai per te.

Dimmi, ti sei ricordato che

hai una donna che se non ci sei

come fa a resistere senza te.

Piangi insieme a me dimmi cosa cerchi.

La cambio io la vita che

non ce la fa a cambiare me

bevi qualcosa, se non ti siedi

vuoi far l'amore con me

la cambio io la vita che

che mi ha deluso più di te

portami al mare, fammi sognare

e dimmi che non vuoi morire... 

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